I comunisti e la sfida delle amministrative a Roma

Di fronte all’imprescindibile necessità di riconquistare la credibilità perduta fra le masse popolari, i comunisti non possono mancare l’appuntamento con le comunali romane.


I comunisti e la sfida delle amministrative a Roma

Di fronte all’imprescindibile necessità di riconquistare la credibilità perduta fra le masse popolari, i comunisti non possono mancare l’appuntamento con le comunali romane, per quanto tale passaggio sia irto di insidie. Se presumibilmente non c’è il tempo necessario per costruire una coalizione alternativa al governo dei poteri forti, in grado di esprimere un reale potere democratico, ossia popolare, dal punto di vista politico abbiamo dinanzi una prateria. Questo enorme spazio politico che si è aperto non rimarrà vuoto, se non saremo noi ad occuparlo lo lasceremo a populisti e demagoghi.

di Renato Caputo

Sgombriamo subito un equivoco: la disponibilità di Stefano Fassina a candidarsi come sindaco di Roma nel panorama attuale è certamente una novità significativa.  Di fronte a una giunta di sinistra, guidata da un sedicente “marziano” antirenziano, che ha completamente deluso i ceti sociali popolari, sembrava che l’unica alternativa a un sindaco palazzinaro o fascista fosse un populista del M5S.  Da questo punto di vista la candidatura di Fassina presentandosi come alternativa al Pd, al punto di porre la questione, inedita nella sinistra radical sino a ora subalterna al Pd, di un possibile sostegno al ballottaggio al M5S, può essere considerata un fattore progressivo.

Stefano Fassina ha goduto di un’ampia popolarità fra gli elettori del Pd romano che si considerano ancora, nonostante tutto, di sinistra, tanto da risultare il più votato nelle primarie del 2012, mettendo insieme quasi 12.000 preferenze.  Certo la sua alternatività di sinistra a Bersani e più ancora a Renzi Fassina se l’è certamente bruciata durante i governi Monti e Letta.  Allo stesso modo però, ha preso posizioni sempre più nette nei riguardi del governo Renzi, arrivando a una rottura con il Pd nel momento più opportuno, ossia sulla controriforma della scuola, che aveva prodotto il più significativo movimento di lotta e opposizione al governo.  Da questo punto di vista la sua scelta di rottura ha avuto un certo valore simbolico, considerato che gli altri esponenti della minoranza di sinistra del Pd, che pure avevano assicurato il proprio sostegno al movimento in difesa della scuola statale, lo avevano poi abbandonato nel momento decisivo per un piatto di lenticchie.

Inoltre dinanzi allo scellerato ricatto economico imposto dall’Unione Europea al governo Tsipras, per costringerlo ad applicare una politica economica improntata all’austerità, Fassina ha avuto l’intelligenza politica di denunciare senza peli sulla lingua la necessità di rimettere in discussione l’adesione sino allora piuttosto acritica della “sinistra” all’UE.  Tale posizione improntata al sano buon senso umano, è apparsa addirittura rivoluzionaria di fronte a una sinistra di “alternativa” che, pur di coprire il proprio incondizionato sostegno al governo socialdemocratico greco, nel momento in cui aveva ingoiato il rospo di farsi garante delle politiche di austerità, non riusciva ad assumere una posizione coerente e sensata, creando sconcerto nei gruppi sociali di riferimento dotati di un minimo di coscienza di classe.

La stella di Fassina è ulteriormente brillata nel cielo quanto mai oscuro della sinistra italiana, nel momento in cui quest’ultima ha vanamente cercato di nascondere la capitolazione del governo Tsipras alle logiche neoliberiste imposte dall’UE, finendo come prevedibile per travolgere l’analoga prospettiva rappresentata in Spagna da Podemos. Dinanzi a questa catastrofica resa, di fronte alle assolutamente irrazionali spropositate aspettative create a sinistra dal governo Tsipras, che rischiavano di far perdere ai propri ceti sociali di riferimento lo stesso “principio speranza”, condannandola alla “tenebra dell’immediato”, Fassina ha avuto il coraggio e l’onesta intellettuale di fare notare che il re era nudo.  Dinanzi agli assurdi sofismi di chi cercava in modo inconsapevolmente masochista di giustificare il completo tradimento delle promesse elettorali da parte del governo greco, Fassina ha avuto il buon senso di dire la verità, che, per quanto possa essere distante dalle nostre aspettative, resta comunque “rivoluzionaria”. 

Altrettanto importante è stato il sostegno di Fassina a quella minoranza della sinistra europea che ha portato avanti una decisiva battaglia per rivendicare – contro chi sosteneva, insieme alla Troika, che ogni alternativa in quelle condizioni era impossibile, che bisognava per il momento limitarsi a far ingoiare ai ceti popolari le mortali ricette di austerità, indispensabili alla sopravvivenza di un capitalismo in crisi – che c’era bisogno quantomeno di elaborare un piano B, dinanzi all’irriformabilità dell’UE.

Infine è necessario sottolineare che le alternative messe in campo dalla (a-)sinistra alla candidatura Fassina, da Fabrizio Barca – ministro del governo Monti – a Walter Tocci – per recuperare in una prospettiva neoprodiana l’unità d’azione anche a Roma con il Pd – alla riproposizione di Marino, fino alla proposta indecente di candidare l’ultraliberista dirigente dei Radicali, costituiscono il miglior regalo possibile alla destra sociale.

Premesso tutto ciò, cerchiamo ora di spiegare perché consideriamo un gravissimo errore che i comunisti, non i socialdemocratici e i liberal come sarebbe naturale, possano aver dato o peggio abbiano dato il loro incondizionato assenso a tale prospettiva.  La prima ragione dovrebbe essere a tal punto scontata da sembrare quasi inutile sottolinearla: la partecipazione in funzione subalterna a un’alleanza con forze socialdemocratiche e liberal per i comunisti storicamente ha significato sempre una dannosissima perdita di credibilità nel blocco sociale di riferimento.  Anche in questo caso è indispensabile ricordare ciò che è noto, e proprio perciò non conosciuto, ossia che fare nuovi errori è non solo umano, ma necessario, considerato che non possiamo che imparare sbagliando, mentre perseverare in modo meccanico negli errori del passato è da imbecilli, prima ancora che drammatico.  Significa voler masochisticamente rinunciare alla componente più importante di ogni necessaria tragedia storica, la catarsi, per cui per dirla con Antigone la sofferenza che ci ha portato la nostra passata azione, nel nostro caso le percentuali da prefisso telefonico, ci fa comprendere che abbiamo sbagliato.

Anche la seconda ragione dovrebbe essere scontata, ossia per un comunista, ma si potrebbe dire per una persona dotata di sano buon senso umano, è necessario prima confrontarsi e trovare un accordo sul programma politico che un qualsiasi candidato dovrà portare avanti, piuttosto che firmare a chicchessia una cambiale in bianco, anche perché è sempre l’occasione a fare l’uomo ladro.  Tanto più che proprio la personalizzazione della politica, drammaticamente diffusa a livello locale, è quanto di più lontano possa esistere dall’ideale non solo comunista, ma anche democratico, favorendo quasi sempre il governo oligarchico dei notabili o peggio tendenze bonapartiste.  In terzo luogo la mesta fine delle speranze sconsideratamente accese dal governo Tsipras dovrebbe farci riflettere sul fatto che fra il dire il fare c’è necessariamente di mezzo il mare, tanto che Marx amava ripetere che “ogni passo di movimento reale è più importante di una dozzina di programmi” (Critica del programma di Gotha).  Proprio perciò la definizione di un programma comune deve essere considerata condizione necessaria, ma non sufficiente per la definizione di un’alleanza anche sul piano elettorale.  Come è noto infatti gli uomini non si possono che giudicare dalle azioni e non certo dalle buone intenzioni di cui è lastricata la strada per l’inferno.  Tanto più che nell’attuale situazione, vista la scarsa considerazione di cui gode anche a Roma la sinistra per il drammatico abisso fra le sue promesse elettorali e le sue azioni di governo, non è poi troppo difficile presentare un programma piuttosto avanzato, considerato che quasi certamente non si avrà poi il problema di esserne condizionati nell’azione di governo, visto che quest’ultimo sarà presumibilmente nelle mani di un populista più o meno di destra.

Un altro aspetto determinante, se non si vuole cedere alla tendenza liberale e populista della personalizzazione della politica, è ragionare sulle forze politiche che sostengono una determinata candidatura, e sul profilo politico degli altri candidati presentati nella lista elettorale.  A questo proposito appare necessariamente determinante, se non si intende votarsi a una certa e meritata disfatta, presentare un profilo politico e una lista di candidati che segni una netta discontinuità con la precedente, e più in generale con le precedenti esperienze fallimentari di “centro-sinistra” che hanno portato anche in quartieri dove i comunisti avevano maggioranze bulgare all’affermazione del populismo, in quanto tale di destra.  Da questo punto di vista le dichiarazione di Fassina, interessato al confronto con Rutelli e Veltroni, con il fine di tesaurizzare le presunte esperienze di “buon governo” della capitale, non possono che apparire inquietanti e fare il gioco del M5S, che in tal modo potrà continuare a spacciarsi quale unica possibile alternativa alla miseria dell’esistente.

D’altra parte pur nella non facile impresa di presentare liste non infestate da personaggi che hanno avuto responsabilità nella passata nefasta esperienza di governo, l’alleanza con forze politiche che hanno fino all’ultimo difeso, nonostante l’evidenza, la natura progressiva della giunta Marino non può sperare di costituire una credibile alternativa, al di là degli addetti ai lavori e dei residui fedelissimi, a chi è stato coerentemente all’opposizione, e si è opposto, almeno a parole, alle politiche antipopolari che hanno governato la città, nell’interesse dei poteri forti.

Non avendo ora, presumibilmente, il tempo tecnico per rendere credibile un programma di alternativa nella prassi politica nell’opposizione alla governance della città commissariata dai poteri forti, anche perché i nostri possibili alleati “socialdemocratici” appaiono in tutte altre faccende affaccendati, e non appaiono certo pronti a mettersi di traverso agli interessi dei poteri forti dominanti, diviene decisivo il profilo dei candidati presentati in lista.  Da questo punto di vista se non ci si vuole limitare in modo autolesionista soltanto a conquistare i voti del ceto medio riflessivo orfano di un partito realmente liberal o socialdemocratico, occorre necessariamente recuperare voti nell’astensionismo e nei ceti popolari lasciati in balia della demagogia del grillismo.  Il M5S riesce a spacciarsi come unica alternativa non solo perché rifiuta alleanze con politicanti bruciati da precedenti e fallimentari esperienze di governo, non solo perché si rifiuta di parlare di alleanze se non a partire dal profilo programmatico, ma perché propone candidati al di fuori della casta dei politicanti di professione, in quanto tali facilmente orientabili dalle lobby economiche dominanti e dai poteri forti.

Ciò non può certo voler dire per i comunisti sfidare sul loro terreno gli attuali sostenitori dell’uomo qualunque, in quanto tali oggettivamente di destra, ma rilanciare quantomeno la prospettiva democratica del potere alle masse popolari, rimanendo fedeli al senso etimologico di un termine oggi violentato al punto di servire da copertura alle aggressioni imperialiste (le guerre per l’esportazione della democrazia).  Da questo punto di vista, nella necessaria lotta per l’egemonia nella costituzione di una lista elettorale con forze non comuniste – avendo venduto per un piatto di lenticchie istituzionale negli anni passati i comunisti la credibilità necessaria di fronte ai salariati per potersi presentare in modo autonomo –  occorrerà imporre la presenza nelle liste del maggior numero possibile di candidati che siano espressione del movimento reale, ossia che si siano nei fatti conquistati credibilità fra le masse popolari quali avanguardie di lotte politiche, sociali ed economiche contro le classe dominanti a favore dei subalterni.

04/12/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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