Il fallimento storico degli ex-comunisti nel PD

Come è noto, sabato 21 marzo si è tenuta nella sede dell’Acquario Romano la riunione della cosiddetta sinistra del Pd. In sostanza, al di là di alcune eccezioni, si trattava del vecchio ceto politico dei Democratici di Sinistra e quindi, in ultima analisi, del gruppo dirigente proveniente dal Pci, recentemente estromesso dal potere, sia nel partito sia nelle istituzioni, dall’avvento di Renzi e dei renziani. Lo spettacolo è stato desolante, direi, quasi pietoso, ma appare utile fare una riflessione generale su quanto emerso in quella sede e sulla linea di condotta che questo gruppo sta tenendo, in quanto, come vedremo, tale tattica, se così può essere chiamata, sta avendo importanti ripercussioni sulla linea della Cgil e quindi sullo sviluppo complessivo del movimento dei lavoratori e dell’opposizione sociale alle politiche del governo. Ma procediamo con ordine. Prima i fatti.


Il fallimento storico degli ex-comunisti nel PD

L’assemblea delle correnti di minoranza del PD tenutasi all’Acquario di Roma ha messo in luce non soltanto la sostanziale inerzia di un ceto politico disorientato e diviso, ma permette anche di compiere un più complessivo bilancio sulla strategia del gruppo dirigente uscito dall’ultima fase di vita del Pci. 

di Carlo Seravalli 

Come è noto, sabato 21 marzo si è tenuta nella sede dell’Acquario Romano la riunione della cosiddetta sinistra del Pd. In sostanza, al di là di alcune eccezioni, si trattava del vecchio ceto politico dei Democratici di Sinistra e quindi, in ultima analisi, del gruppo dirigente proveniente dal Pci, recentemente estromesso dal potere, sia nel partito sia nelle istituzioni, dall’avvento di Renzi e dei renziani. Lo spettacolo è stato desolante, direi, quasi pietoso, ma appare utile fare una riflessione generale su quanto emerso in quella sede e sulla linea di condotta che questo gruppo sta tenendo, in quanto, come vedremo, tale tattica, se così può essere chiamata, sta avendo importanti ripercussioni sulla linea della Cgil e quindi sullo sviluppo complessivo del movimento dei lavoratori e dell’opposizione sociale alle politiche del governo. Ma procediamo con ordine. Prima i fatti.

L’assemblea era stata indetta da esponenti delle varie frazioni correntizie in cui si articola l’opposizione interna al renzismo, allo scopo di creare un coordinamento di senatori e deputati in vista del prossimo voto sulle riforme elettorale e costituzionale. Ciò che tuttavia ha fatto notizia è stato un intervento di Massimo D’Alema, che, a quanto pare, non era nemmeno previsto. Intorno all’intervento di D’Alema si sono scatenate reazioni di vario tipo, su cui è interessante soffermarsi. L’ex premier ha esordito asserendo di non aderire a nessuna delle varie correnti di opposizione e infatti ha assestato colpi in tutte le direzioni. In primo luogo contro Renzi e il Pd renziano, descritto come un organismo clientelare, «la più grande macchina redistributrice del potere», terreno d’azione del trasformismo e organizzazione ormai priva di radici sociali. Il colpo forse più duro tuttavia è stato assestato nei confronti della minoranza stessa e della linea di Bersani e Cuperlo, che sono stati apertamente accusati di inanità: contro Renzi «non servono ultimatum, ma bisogna essere intransigenti e dare colpi, quando è necessario, facendo in modo che lascino dei segni». 
La reazione più piccata a questo intervento si è avuta nelle conclusioni da parte di Cuperlo, il quale ha tentato di mettere D’Alema di fronte alle proprie responsabilità storiche di ex premier e capo di partito: «dovresti chiederti perché la sinistra ha ceduto culturalmente negli anni in cui ha avuto il potere. Noi oggi cerchiamo l’unità della sinistra con fatica. Ma se tu e gli altri aveste fatto il vostro dovere forse oggi la montagna sarebbe stata più facile da scalare».

Ora alcune riflessioni. Partiamo dal fondo: dalla replica di Cuperlo. Al di là del fatto un po’ ridicolo, per cui una verità sacrosanta cominci a fare capolino in un gruppo dirigente non a partire da un bilancio analitico, ma soltanto sulla spinta di una reazione di pancia, quasi una ripicca in risposta a una critica ricevuta, bisogna in un certo senso dare ragione a Cuperlo. Soltanto in parte però: egli infatti non vede, o non vuole vedere, tutta la verità. L’avvento di Renzi non è dovuto agli errori commessi dai dirigenti dei DS negli anni dei governi di centro-sinistra. Qui si ha a che fare con qualcosa di molto più vasto, con un passaggio che potrebbe definirsi storico: si tratta del fallimento di un’intera strategia di ampio respiro, elaborata e coscientemente praticata negli anni Novanta e nei primi Duemila, e che trova la propria radice nella stessa svolta della Bolognina. A partire dagli anni Novanta infatti il gruppo dirigente proveniente dal Pci ha posto come bussola della propria azione politica le esigenze del capitale, in funzione delle quali rimodulare al ribasso, sempre più al ribasso, le istanze dei lavoratori. Fare le riforme! Questo motto, che significa nei fatti ridimensionare lo stato sociale e l’impalcatura giuridica che garantiva il lavoro, non è stato inventato da Renzi, ma dagli ex-comunisti del centro-sinistra. In questa visione, la funzione della sinistra sarebbe stata quella di gestire tale fase di ristrutturazione, coinvolgendo nel processo le organizzazioni sindacali e quindi producendo, pur nel quadro di rapporti di forze ormai sbilanciati a favore del capitale, una forma di compromesso. In questo senso Cuperlo non è meno responsabile di D’Alema, avendone nei fatti condiviso il percorso, anche se nelle retrovie. Di qui il continuo spostamento a destra del PDS-DS fino alla fondazione del PD, partito che anche formalmente rescindeva gli ultimi legami con la storia del movimento operaio e il mondo del lavoro; partito fortemente voluto proprio dal gruppo dirigente riunitosi all’Acquario. Ora, non c’è veramente nulla di stupefacente nel fatto che un partito che si sposta continuamente a destra, alla fine diventi organicamente di destra. Con Renzi questo processo si compie in modo definitivo. Ma il fenomeno renziano non è un’anomalia, è un esito naturale. Insomma l’avvento di Renzi è stato reso possibile non perché D’Alema non abbia fatto il «suo dovere», come sostiene Cuperlo, ma al contrario proprio perché lo ha fatto, ossia ha agito conseguentemente ai propri presupposti strategici. 

Ora veniamo alle critiche mosse da D’Alema alla minoranza. Appare del tutto evidente come nei fatti Renzi non venga mai messo veramente in difficoltà da un’opposizione interna che si limita ad esternare qualche dissenso sui giornali e in inutili riunioni di partito, per poi allinearsi alle decisioni del governo quando si tratta di votare in Parlamento. Michele Prospero, in un articolo uscito martedì 24 marzo sul Manifesto, attribuisce tale linea al retaggio del centralismo democratico: gli ex-comunisti continuerebbero ad agire sulla base della disciplina di partito all’interno di un partito, il PD, in cui sono gli ultimi giapponesi a non aver capito che ormai va combattuta una guerra per il potere senza esclusione di colpi; che non c’è nessuna unità dell’organizzazione da preservare, per il semplice fatto che non esiste più un’organizzazione intesa come corpo coerente. Questa analisi coglie una parte importante della realtà, ma si arresta agli aspetti culturali. La questione invece è anche e soprattutto politica. Come abbiamo già detto infatti questo gruppo dirigente ha fondato la propria strategia negli anni sulle istanze del capitale. Non calpestare mai i piedi alla borghesia! Questo l’imperativo. Opporsi seriamente a Renzi significherebbe rimettere in discussione questo paradigma, almeno modificarlo in parte. L’azione dell’attuale governo è infatti tutta volta a vantaggio dell’impresa e del grande capitale finanziario; come ostacolare seriamente l’esecutivo senza contrapporsi a tali interessi? Impossibile farlo.  

Di qui la paralisi. Bersani e compagni sembrano attendere che Renzi commetta un errore grave, che vada a sbattere contro qualche muro a causa della sua mancanza di scrupoli e che quindi perda l’appoggio dei poteri forti che ora lo sostengono. A quel punto, in questa visione, o il partito ricadrà nelle mani degli ex-Pci o il premier capirà di aver bisogno dell’aiuto anche della minoranza interna per gestire la situazione. La condotta della Cgil può essere interpretata alla luce di questo quadro. Il legame tra il gruppo dirigente della Cgil e la minoranza del PD è nei fatti ancora molto forte. Dopo la manifestazione del 25 ottobre e il tardivo sciopero generale del 12 dicembre, il sindacato di Corso d’Italia è chiaramente entrato in un’impasse, dalla quale non sembra essere in grado di uscire. Tale immobilismo ricalca quello della minoranza dem: sembra che anche nel sindacato più di un dirigente guardi ancora a questo decotto e tremebondo ceto dirigente come possibile referente politico del mondo del lavoro. Alla luce di tali considerazioni, pare indubbio che la proposta di coalizione sociale avanzata recentemente da Landini perturbi almeno in parte questo panorama, di qui la dura opposizione della Camusso.

26/03/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Carlo Seravalli

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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