Il giornale, strumento di unità delle lotte e dei comunisti

La responsabilità dell’azione politica, la consapevolezza della fase e del rinnovato vigore che la lotta di classe oggi ci impone: il giornale come strumento di coordinamento dei comunisti


Il giornale, strumento di unità delle lotte e dei comunisti Credits: baruda.net

Sviluppare un dibattito politico all'altezza della situazione sulle forme e i caratteri che deve assumere la presenza comunista nell'Italia di oggi non è compito semplice. Mai come oggi si è avuto uno iato tanto profondo tra quanto resta del movimento operaio e le forze materiali che alla base di esso dovrebbero collocarsi. La teoria rivoluzionaria è uscita dai luoghi di lavoro, dai quartieri degradati delle nostre periferie, da focolari sempre più ridotti a microcosmi chiusi come bastioni inespugnabili alle influenze di un mondo percepito, secondo la rappresentazione dell'ideologia dominante, come popolato di infiniti nemici da tenere a distanza.

Al suo posto si è insinuata prima la delusione, poi la rassegnazione e infine, con l'incedere della crisi strutturale del capitalismo che sta spazzando via il fallace benessere del recente passato, la propensione a dar retta a suggestioni reazionarie di ogni tipo. La lotta di classe, che ovviamente continua ad essere il motore della storia e che dunque mai scompare, assume per lo più forme meramente corporative, quando non ripiega su manifestazioni elementari di natura individuale. Le sparute avanguardie politiche che restano, tra cui pure Fronte Popolare ha l'ambizione di collocarsi, si trovano dunque davanti al compito di produrre una spinta all'innovazione nell'analisi marxista, di declinarne le categorie nella fase della finanziarizzazione del capitale spinta alle estreme conseguenze, del collasso annunciato di un modello economico e di decomposizione del tessuto sociale e di trarre da tutto questo una guida per l'azione nuova di politicizzazione del conflitto sociale che, sola, può rivitalizzarlo e offrirgli una prospettiva.

In questi anni si è purtroppo fatto il contrario. Invece che moltiplicare le occasioni di contatto con le masse, invece di stare nel conflitto per come esso è, con le sue arretratezze e con le sue contraddizioni, per imparare da esso, invece che studiare e lavorare alla costruzione dell'organizzazione d'avanguardia capace di fare da elemento unificante tra quanti si muovono, realmente e non a parole, sul terreno della lotta di classe, ci si è rifugiati in alchimie politiciste, in giochetti da corridoio senza costrutto, nel culto dell'estetica di una tattica senza strategia che antepone astratte posizioni di potere in apparati senza più alcun contenuto reale a una ricerca teorica da sviluppare imprescindibilmente a contatto con una prassi rivoluzionaria.

È questa la plastica rappresentazione di quanto poco abbia a che vedere il movimento comunista italiano di oggi, nel suo complesso, con le tensioni che attraversano la nostra società e che esigono una risposta in tempi rapidi, pena nuovi salti di qualità reazionari capaci di deteriorare ulteriormente tanto le condizioni della sopravvivenza della nostra classe di riferimento, messa in ginocchio da sempre nuovi e sempre più spietati meccanismi perversi d'inasprimento dello sfruttamento del lavoro, quanto la tenuta di quegli spazi di democrazia politica che nei decenni ci siamo conquistati e che, nel contesto della crisi economica e del rafforzamento della dittatura del capitale transnazionale e delle sue istituzioni (FMI, Banca Mondiale, WTO, NATO, Unione Europea, BCE...) uno per uno ci vengono tolti.

Occorre dunque lucidità. Occorre tornare a contatto con la realtà. Occorre definire un'analisi chiara della composizione di classe nell'Italia del nostro tempo, ma anche fare i conti con la vittoria egemonica che in questa fase il Capitale ha conseguito e che si sostanzia nella capacità d'imporre alle classi subalterne un modello di vita forgiato a propria immagine e definito dai tanti feticci di un consumo voluttuario e marginale utile tanto a produrre profitto quanto a definire un immaginario sociale che opera da indispensabile sostegno alla capacità del nostro nemico di classe di perpetuare il proprio dominio.

In questo senso, non partiamo da zero. Proprio pochi giorni fa, il 4 febbraio, Fronte Popolare ha ospitato a Milano un seminario che ha riunito sette soggetti comunisti italiani e stranieri e li ha messi a confronto su quale debba essere la fisionomia di un soggetto rivoluzionario in questo momento storico. Si è discusso di attualità del modello leninista e di composizione di classe, del blocco storico attuale e di come sfruttarne le contraddizioni, di immaginario sociale e di risposte politiche possibili per aprire una fase nuova. Quello che rassicura, che dà forza nel perseguire fini tanto ambiziosi, è la consapevolezza che lo stesso dibattito anima settori ancora più ampi di quelli che abbiamo saputo riunire il 4 febbraio, includendo tutti i compagni che, dentro Rifondazione Comunista, sentono che siamo arrivati a un momento decisivo e non rinunciano a porre problemi, a interrogare il corpo del proprio partito, a reclamare passi avanti.

Appare dunque fondamentale, in questa fase, dotarci di strumenti per coordinare, sviluppare e diffondere tutti i contributi che a questo dibattito vengono offerti. Uno strumento che metta in comunicazione esperienze concrete di lotta e offra loro un terreno per incontrare punti avanzati di sviluppo teorico e sostanziarli, arricchirli, offrire loro il respiro e la concretezza delle mille sfaccettature del conflitto sociale.

Per propria natura, nelle condizioni del momento un simile strumento non può che essere trasversale ai posizionamenti individuali in questa o quella organizzazione. Esso deve avere la capacità di mettere a confronto un'area ampia di comuniste e comunisti uniti da una comune ispirazione teorica quanto da un'assunzione di responsabilità che ha strettamente a che vedere con la fedeltà alla classe e alla missione storica che come avanguardie ci proponiamo di portare a compimento. Un simile strumento deve saper coordinare e mettere le une a disposizione delle altre energie militanti e intellettuali distanti nello spazio e differenti per collocazione, ma accomunate, appunto, da un senso acuto di responsabilità.

Noi di Fronte Popolare riteniamo che La Città Futura possa oggi essere questo strumento. Inaugurando la collaborazione con questo strategico esperimento editoriale, portiamo in dote il nostro legame con i territori in cui militiamo e con le lotte che in essi si sviluppano, i frutti che abbiamo raccolto in un anno e mezzo di relazioni unitarie e opposte a ogni settarismo con i soggetti più avanzati del sindacalismo conflittuale, ma anche un sistema di relazioni internazionali fondate sulla volontà di comprendere, al di là di schematismi sorpassati e istituzionalismi svuotati di significato dai cambiamenti profondi subiti dalla storia mondiale, quale sia oggi il volto vero del movimento che abolisce lo stato di cose presente.

Ecco dunque spiegati gli auspici, le intenzioni e le speranze con cui Fronte Popolare si dispone a dare il proprio contributo al lavoro redazionale de "La Città Futura". Ai nostri lettori spetterà di misurare la nostra fedeltà ai propositi espressi. A noi tutti, armati di fiducia nel futuro, i migliori auguri di buon lavoro!

18/02/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: baruda.net

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L'Autore

Alessio Arena

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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