L’equilibrista Conte e il disfacimento anarcoide del parlamentarismo

Le vicende del governo si comprendono solo alla luce di un’analisi delle forze sociali in conflitto, data la ristrutturazione del quadro istituzionale che ha escluso i partiti espressione del proletariato. Premier e M5S si candidano a gestire gli interessi delle frazioni borghesi, utilizzando in chiave interclassista lo Stato.


L’equilibrista Conte e il disfacimento anarcoide del parlamentarismo

Cronaca della liquefazione del parlamentarismo all’epoca della pandemia liberista

Mentre scriviamo queste righe, il governo Conte-bis è da pochi giorni passato dalle forche caudine della conta in Senato, ma la crisi non è conclusa: i passaggi parlamentari hanno assegnato lunedì 18 gennaio la maggioranza assoluta di 321 voti su 630 alla Camera e martedì 19 una maggioranza relativa di 156 su 321 (tra cui tre dei sei senatori a vita) al Senato, con numeri risicatissimi per la tenuta formale dell’esecutivo. Più che di una vittoria, si tratta di un rinvio ai tempi supplementari, che indebolisce molto l’esecutivo e la stessa figura di Conte: la partita politica è fortemente segnata da una fluidità irrisolta, poiché la pattuglia di “responsabili costruttori di maggioranze” al Senato è rimasta un raccogliticcio e sparuto gruppetto che non si è costituito in un raggruppamento centrista, formalmente coeso. Un raggruppamento tale non solo da offrire l’agognata maggioranza stabile di 161 senatori per salvare Conte (oltre al suo governo), ma anche assegnare all’operazione spericolata di Conte una parvenza di dignità politica, come auspicato da Mattarella a cui Conte ha tentato di adattarsi.

La conta dei numeri, che scandalizza le “anime belle” della democrazia rappresentativa, è una prerogativa essenziale del sistema parlamentare: la maggioranza si ottiene conteggiando deputati e senatori, in un meccanismo che è diventato sempre più restrittivo della rappresentatività per limitare l’ingresso dei partiti rappresentanti organizzati delle classi lavoratrici. Da almeno trent’anni siamo tornati a una forma più sofisticata di dittatura della borghesia in chiave liberaldemocratica, con leggi elettorali maggioritarie, mirate a mettere in rilievo particolari forze territoriali o personalistiche, piuttosto che a restituire una distribuzione complessiva della rappresentanza sul piano nazionale, con soglie introdotte appositamente per lasciare fuori organizzazioni politiche esplicitamente legate ai settori proletari e alle classi lavoratrici (un processo che parallelamente si è sviluppato nel campo sindacale, con tentativi di ristrutturazione della rappresentanza che marginalizzi sempre di più – fino a escluderle – le organizzazioni sindacali di classe e di base).

Questo processo ha indotto (cioè, sostanzialmente provocato e prodotto) la metamorfosi della natura dei partiti di massa esistenti (in particolare di quelli della “sinistra” novecentesca nella cosiddetta Prima Repubblica), trasformandoli da organizzazioni di massa  in associazioni di interesse (lobby), con lo scopo di amministrare e gestire un potere sempre più saldamente nelle mani di élite borghesi (economico-finanziarie più che degli strati produttivi, con la cosiddetta governance), consentendo la nascita di movimenti finalizzati a rappresentare specifici territori e particolari interessi (con separatismi, secessionismi, autonomismi), nonché favorendo la nascita di nuovi aggregati e movimenti con la velleità di ripristinare legalità e onestà (populismi, poi ripiegati in una meno eroica gestione del potere acquisito). 

Come ben sappiamo dall’insegnamento di Marx, gli attori in scena non possono essere considerati come mossi da semplice manifestazione di volontà individuale, rappresentazione idealistica di idee personali, né tantomeno semplici “giocatori” in un complesso sistema di regole formali com’è quello parlamentare, ma vanno considerati come l’espressione di gruppi, strati, ceti e classi sociali alleati o in lotta tra di loro in un contesto che tiene fino a quando tutti lo riconoscono come il terreno comune di incontro e scontro.

Le condizioni strutturali della crisi: centrosinistra europeista e destra sovranista nella scontro tra capitali 

Le scosse telluriche del quadro politico-istituzionale sono dunque la rappresentazione delle modifiche in atto sul piano della ristrutturazione capitalistica, nel passaggio di testimone dalla borghesia imprenditoriale otto-novecentesca a quella speculativo-finanziaria, supportata dalla diffusione delle reti informatiche e dei dispositivi digitali, emersa a cavallo tra XX e XXI secolo: non si tratta della dissoluzione degli Stati nazionali, come pretende una lettura anarco-movimentista diffusasi in questi decenni, ma di una ridefinizione e ridislocazione dei poteri dal livello nazionale a quello sovranazionale, da un lato, e territoriale dall’altro, in una sorta di articolazione elastica degli snodi essenziali del potere decisionale e dei gangli della gestione tecnico-amministrativa. 

La crisi politica aperta in piena pandemia da Renzi, con una mossa da giocatore d’azzardo che ha conquistato la scena senza al momento trovare una vera soluzione vincente – oltre alla dissoluzione della credibilità del quadro istituzionale in cui la sopravvivenza di deputati e senatori ha preso il sopravvento – ha rivelato l’ormai ampia condivisione dell’impianto europeista (del polo subimperialsta euroatlantico) da parte delle forze presenti nel parlamento. Nonostante il diffuso (e confuso) sentimento popolare di sospetto riguardo ai processi di europeizzazione (contro l’unificazione monetaria, fiscale, normativa, civile ecc.) cavalcato da vari movimenti che hanno su questo raccolto ampi consensi elettorali, il punto di approdo della crisi in atto è caratterizzato dal passaggio decisivo e (probabilmente) definitivo all’adesione all’europeismo della ormai totalità delle forze presenti in parlamento

Anche le componenti che sostenevano il rafforzamento sovranista e la strenua difesa degli interessi degli strati borghesi nazionali, di fronte alla straordinaria possibilità di finanziamenti con miliardi di euro – in buona parte a debito, ma comunque disponibili per investimenti che di fatto annullano (o sospendono) il mantra della stabilità di bilancio – si sono rivelate infine europeiste. Tra tutte, soprattutto il Movimento 5 Stelle, che ha seguito docilmente il proprio pastore Conte le cui dichiarazioni alle due Camere sono state volte non solo ad attrarre voti centristi, ma a rafforzare il proprio consenso facendo leva su un rinnovato rilancio del sentimento filoeuropeista. Più che un presidente del Consiglio disperato, Conte è apparso come un leader che cerca di parlare oltre l’aula agli interessi delle componenti sociali della piccola e media borghesia per rassicurarle e conquistarne il consenso, per sottrarre centralità al sovranismo parzialmente logorato della Lega, ma soprattutto per indicare chiaramente che la spregiudicatezza di Renzi non è affidabile per gestire la partita di ricollocazione e acquisizione di potere all’interno dell’Unione Europea. Conte si sta profilando come l’anti-Draghi, il profilo rassicurante che frena l’arrivo di una svolta tecnocratica da lacrime e sangue.

In sintesi, Conte si è candidato sia a rappresentare le istanze del grande capitale promosse sul piano europeo e internazionale da un Partito Democratico affannato, sia le paure della piccola e media borghesia imprenditoriale e sociale che non trova più nella proposta sovranista una soluzione al proprio scivolamento in basso nella scala sociale.   

Neostatalismo, vincolo di mandato e libertà di coscienza

Il Movimento 5 Stelle ha rappresentato una suppurazione rispetto alla dissoluzione della rappresentanza, attraendo gruppi e individui da molte aree politico-ideologiche o portando all’impegno individui a-politicizzati. La repentina parabola neocentrista effettuata, da movimento antisistema a elemento di stabilizzazione del quadro istituzionale, esplicita come sia sempre più evidente l’esigenza di ridefinire il quadro politico per dare un orientamento alle componenti nazionali della borghesia in declino: il partito/non-partito ha sempre più la vocazione ad assumere il ruolo di un nuovo cardine statalista, riorganizzando la dimensione pubblica come condizione di sostegno alle imprese nazionali, riequilibrando così la propensione liberista ed europeista del Partito Democratico e attraendo rappresentanti dell’area liberal moderata. È un rilancio del ruolo dello Stato in chiave “ancillare” (riprendo questo termine che utilizza Picarelli per descrivere il neostatalismo rispetto a quello della seconda metà del Novecento), cioè al servizio della ristrutturazione degli equilibri capitalistici interni e internazionali. 

Infine, va chiarito come la questione del vincolo di mandato (uno dei cavalli di battaglia del M5S contro la corruzione della “casta”), in contrapposizione alla rivendicazione di libertà di coscienza dei parlamentari che si muovono da uno schieramento all’altro, è ormai ampiamente superata anche all’interno del M5S: la partita che si è aperta (e di cui vedremo gli sviluppi nelle prossime settimane) sta rappresentando plasticamente lo scenario di scontro ingaggiato tra le componenti borghesi nel nostro paese, con il corsaro Renzi ammiccante alle forze più spregiudicate della borghesia in attesa di avventarsi sul piatto miliardario, indicando loro la Grande Speculazione che può derivare dal rilancio delle Grandi Opere e di una modernizzazione del paese per renderlo più competitivo (cioè smantellando diritti sociali a vantaggio del padronato e servizi pubblici a vantaggio dei privati); l’equilibrista Conte, al contrario, continua la sua opera di rassicurazione interclassista, dichiarando che rappresenterà gli interessi imprenditoriali nazionali con il concorso della leva pubblica, volta sia a sostenere i profitti che a tutelare assistenzialmente le fasce deboli della popolazione (tramite opportune erogazioni economiche e temporanee sospensioni di eventi ineluttabili in un sistema di mercato, come i licenziamenti e gli sfratti di massa che arriveranno tra poche settimane). Solo Sinistra Italiana può credere questo sia un governo di sinistra: si prepara un ampio schieramento di unità nazionale.

22/01/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giovanni Bruno

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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