L’istituzionalismo, malattia senile della sinistra

Una decisiva battaglia persa dall’opposizione di sinistra per la paura di combatterla


L’istituzionalismo, malattia senile della sinistra Credits: Spezza i Bianchi con il cuneo Rosso, di El Lissitzky 1919 da Wikipedia

L’eccezionale opportunità apertasi con la sonora sconfitta elettorale del governo Renzi nel referendum del 4 dicembre è stata vanificata dall’assoluta incapacità della sinistra di bastonare il cane che affoga. In tal modo il partito dell’ordine è riuscito a riorganizzarsi, a rinserrare le fila, a impedire il referendum sull’articolo 18 e a rilanciare una politica concertativa. Al contrario la sinistra non è stata in grado nemmeno di dar battaglia

La grande occasione per rimettere in discussione le politiche liberiste degli ultimi anni, a partire dalla sonora bocciatura delle politiche del governo Renzi, rischia di andare completamente perduta. Nonostante l’istinto di classe e le condizioni materiali abbiano portato i ceti sociali subalterni ad affermare il proprio deciso No all’ennesimo governo liberista, non vi sono state forze di sinistra capaci di dare una direzione consapevole allo spontaneo antagonismo dei gruppi sociali di riferimento. Invece di provare a rilanciare da subito il conflitto sociale, sfruttando le evidenti difficoltà delle classi dominanti a governare con il consenso dei subalterni, le principali forze di sinistra non sono riuscite ad andare al di là dell’ennesimo goffo tentativo di riorganizzarsi, mirando a occupare, per quanto possibile, le istituzioni dello stato borghese in nome della difesa della Costituzione. Siamo così passati dalla tragedia dei fronti popolari all’attuale farsa di una loro riproposizione su un piano tutto politicista. Con il risultato che la forza della sinistra più quotata sul piano elettorale non ha raccolto più di cinquemila iscritti, perdendone cioè in pochi anni i quattro quinti ed è sul punto di una altrettanto farsesca nuova scissione, al solito nella speranza di conquistare maggiori posti nelle istituzioni grazie all’alleanza in funzione subalterna con la sinistra neoliberista.

La sindrome da cretinismo istituzionale ha contagiato la stessa minoritaria sinistra radicale che ha puntato da una parte a riorganizzarsi, per rappresentare l’alternativa al centro-sinistra liberale, più sul piano elettorale che in quello del conflitto sociale. Accodandosi ancora una volta alla linea concertativa della maggioranza della Cgil, una buona parte della sinistra radicale ha pensato di potersi rilanciare sul piano sociale mediante una nuova campagna referendaria. Così, invece di sforzarsi di rilanciare la lotta di classe – al di là delle singole vertenze, costrette necessariamente su un piano resistenziale – si è limitata ad attendere in modo sostanzialmente passivo il pronunciamento della Corte costituzionale, dimostrando ancora una volta la propria subalternità ideologica.

In tal modo, il vertice della maggiore forza sindacale, controllato da esponenti dello stesso partito maggioritario nell’attuale governo, ha riaffermato il proprio ruolo da opposizione di sua maestà, rilanciando una politica concertativa utopista vista la mancata mobilitazione delle masse. Si è così riaperta una fantomatica trattativa al ribasso, volta ad anestetizzare il conflitto sociale dal basso facendo accettare come un fatto ormai compiuto la sostanza delle controriforme neoliberiste del governo, in cambio di alcune concessioni su aspetti accidentali. Ad esempio la famigerata “Buona scuola”, ovvero quella legge 107 che ha creato maggiori problemi al governo Renzi, per la decisa opposizione da parte della maggioranza dei lavoratori della scuola, non solo non è stata rimessa in questione, ma la si è nuovamente nei fatti accettata limitandosi a contrattare alcune parziali modifiche valide, per altro, per il solo anno scolastico in corso. Si è così data una patente di credibilità a un ministro che si era immediatamente reso poco credibile millantando nel proprio curriculum titoli facilmente smascherati come fantomatici. Ciò ha permesso al governo di portare ulteriormente avanti la controriforma dell’istruzione pubblica, a favore dei privati, facendo approvare in fretta e furia dal Consiglio dei ministri otto deleghe su nove.

Allo stesso modo, il rilancio della concertazione e il suicida attendismo della sinistra radicale, ha impedito una qualsiasi significativa reazione allo sfacciato tentativo del governo di far saltare il più significativo dei quesiti referendari. Così lo scontro è stato impari, avendo il governo dalla parte sua il pressoché assoluto controllo egemonico sulla società civile, a partire dai mezzi di comunicazione di massa e il pieno sostegno dei poteri forti nazionali e transnazionali, mentre l’opposizione di sinistra ha nuovamente evitato di mettere in campo l’unico suo reale contropotere, ovvero la mobilitazione dei lavoratori. Il risultato era così decisamente compromesso, tanto più che il partito dell’ordine ha potuto sfruttare un bizzarro vizio formale nella presentazione del quesito, che ha consentito ai malpensanti di insinuare che la dirigenza della Cgil non intendesse realmente mettere in difficoltà il governo amico. A questo punto, di fronte alle palesi difficoltà di raggiungere il quorum con i soli restanti due referendum, non rimarrà che al maggiore sindacato italiano di scendere nuovamente a un compromesso a ribasso con il governo, che offre la possibilità di eliminare alcuni degli aspetti più impopolari dei voucher, pur di preservare questo nuove ed efficacissimo strumento di sfruttamento. Tanto più che un pericolosissimo focolaio quale il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e del pubblico impiego, bloccato da anni, è stato provvidenzialmente spento dai gruppi dirigenti del principale sindacato italiano, con accordi pesantemente al ribasso, pur di riottenere il proprio ruolo di sparring partner nel presunto rilancio della logica concertativa.

Il governo ha così riacquisito credibilità agli occhi delle classi dominanti in quanto, in un momento quanto mai difficile, è riuscito a salvaguardare la pace sociale a tutela dei sempre più spropositati privilegi di cui gode l’alta borghesia. In tal modo i costi sociali della crisi sono stati esclusivamente messi sul conto dei ceti sociali subalterni, al punto che dopo il feroce taglio ai servizi sociali e ai salari, da sacrificare sull’altare del debito pubblico, quest’ultimo è stato ulteriormente accresciuto per socializzare le gravi perdite di banche sull’orlo del fallimento, a causa di spregiudicate manovre speculative.

I palesi errori della sinistra hanno così nuovamente consegnato la sacrosanta rabbia popolare alle sirene di populisti e demagoghi, nonostante i continui passi falsi del più temibile contendente: il Movimento 5 stelle. La crescente delusione provocata nelle masse popolari dai fenomeni di corruzione, che hanno messo in enormi difficoltà un Movimento che aveva fatto dell’onestà la sua principale parola d’ordine, rischia così di essere tesaurizzata da forze populiste fascistoidi. L’ignavia dell’opposizione di sinistra e il dilettantismo del populismo grillino rischia di favorire anche in Italia l’affermazione, come principale forza di opposizione, di una forza politica apertamente xenofoba.

Emblematico, da tale punto di vista, la pressoché totale incapacità della sinistra e dei grillini di dare una direzione consapevole allo spontaneo antagonismo dei subalterni nei confronti dell’Unione europea e dell’euro. Se la subalternità all’ideologia dominante ha impedito il formarsi di una significativa opposizione di sinistra alle politiche sempre più apertamente antipopolari dell’Ue, il pressappochismo del M5S rischia di fargli perdere credibilità anche su questo decisivo terreno. I grillini, infatti, nel tentativo di abbandonare la scomoda posizione a rimorchio della destra britannica apertamente xenofoba, hanno vanamente cercato di accodarsi al gruppo dei liberali, ovvero dei più diretti strumenti politici dei poteri forti europei. Anche in questo caso lo sbandierato qualunquismo di chi si proclama né di destra né di sinistra ha rivelato la sua reale natura opportunista e antipopolare. Quale reale alternativa alle logiche liberiste, da sempre a fondamento dell’Unione europea, può rappresentare una forza disponibile a passare da un’alleanza subalterna con la destra razzista a una mancata alleanza, altrettanto subalterna, con le forze schierate apertamente a difesa del grande capitale finanziario? Così il dilettantesco trasformismo, dimostrato dal M5S nel suo tentativo di collocarsi all’interno del Parlamento europeo, rischia di non favorire un rilancio dell’opposizione di sinistra, quanto piuttosto la sedicente destra sociale.

È, perciò, evidente che la sinistra radicale deve abbandonare ogni illusione di un proprio rilancio a rimorchio del populismo demagogico. Al contrario, può riconquistare credibilità nei settori sociali subalterni solo presentandosi con un profilo ideologico e politico autonomo e antagonista tanto alle politiche liberiste di centro-destra o centro-sinistra, quanto al populismo sia nella sua versione smaccatamente reazionaria, che nella sua versione qualunquista. A questo proposito è indispensabile la riaggregazione delle forze anticapitaliste di sinistra in un partito in grado di dare una direzione consapevole al crescente malessere dei ceti sociali subalterni, dinanzi a una crisi sapientemente sfruttata dalla classe dominante, per accrescere i propri asociali privilegi. Egualmente indispensabile è la ricostruzione di un blocco sociale antagonista alle logiche antipopolari del capitale, intorno a un programma minimo che abbia come obbiettivo immediato il rilancio del conflitto sociale contro le più antipopolari politiche realizzate dal governo Renzi: il Jobs act e la legge 107, meglio nota come “Buona scuola”. In tal senso un primo, per quanto ancora necessariamente limitato, passo in avanti è l’assemblea nazionale del movimento della scuola, tenutasi sabato 21 gennaio a Roma.

È, infine, quanto mai urgente ricostruire un significativo movimento consiliare nei luoghi di lavoro, per far sì che, nel costituendo blocco sociale antiliberista e anticapitalista, siano le avanguardie dei lavoratori salariati ad avere l’egemonia sulle componenti progressiste della piccola-borghesia e dei ceti medi.

21/01/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Spezza i Bianchi con il cuneo Rosso, di El Lissitzky 1919 da Wikipedia

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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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