La natura classista dello Stato

Alla base della concezione marxista dello Stato, vi è la constatazione che quest’ultimo, in una società divisa in classi, non possa essere un arbitro super partes che garantirebbe, al di sopra dei conflitti sociali, l’eguaglianza dinanzi alla legge, rappresentando l’intero popolo.


La natura classista dello Stato

Alla base della concezione marxista dello Stato vi è la constatazione che quest’ultimo, in una società divisa in classi, non possa essere un arbitro super partes che garantirebbe, al di sopra dei conflitti sociali, l’eguaglianza dinanzi alla legge, rappresentando l’intero popolo. In ogni Stato diviso in classi può, in effetti, esservi democrazia solo all’interno del blocco sociale dominante, mentre nei confronti delle classi subalterne l’apparato repressivo dello Stato non può che essere uno degli strumenti della dittatura, più o meno mascherata, della classe dominante. In particolare lo Stato, in una società capitalista, come sottolinea Marx, è una macchina per mantenere il dominio di classe della borghesia sul proletariato e un comitato che amministra gli affari comuni della grande borghesia alla guida del blocco sociale dominante. A riprova di ciò, in riferimento allo Stato italiano repubblicano, ci sono innanzitutto i fascisti salvati dai partigiani e ricollocati da una parte nei ruoli chiave dell’apparato dello Stato, dall’altra utilizzati per fare il lavoro sporco nello stragismo e nei colpi di Stato impuniti, per garantire il dominio di classe della borghesia di contro ai tentativi di metterlo in discussione da parte delle classi subalterne.

Del resto, proprio la presenza in Italia, dopo la guerra, di partigiani e di forti partiti di massa di ispirazione marxista ha portato la classe dominante a organizzare strutture segrete come Gladio e Stay-behind, volte ad assicurare la dittatura della borghesia. Tanto che, come scriverà l’ambasciatore degli Stati Uniti al proprio governo: “discutere della necessità di un colpo di Stato è stato endemico in Italia sin dalla fine della guerra”. 

A questo scopo l’esercito statunitense non solo mise in salvo i nazisti italiani dalla volontà di fare giustizia da parte dei partigiani, ma li riorganizzò in funzione anticomunista. Così ex SS italiane, che poi saranno la manovalanza della strategia della tensione e dei colpi di Stato come Adriano Monti, saranno per esempio arruolati in una rete di spionaggio che doveva il suo nome al criminale di guerra nazista Gehlen, che la dirigeva per conto degli Stati Uniti. In tal modo Monti svolgerà il ruolo di mantenere i contatti fra le formazioni naziste italiane e lo staff di Kissinger, segretario di Stato del presidente repubblicano Nixon. 

Allo stesso modo un altro criminale di guerra, Valerio Borghese, che aveva guidato la famigerata milizia repubblichina X Mas, fu messo in salvo dai servizi statunitensi e si mise a disposizione, dopo aver beneficiato della amnistia concessa da Togliatti, degli apparati dello Stato addetti a impedire a ogni costo alle forze comuniste di giungere al governo. Così, dopo aver fondato ed essere divenuto presidente  onorario del Movimento sociale, nato dalle ceneri del fascismo, sostenne l’ex repubblichino Almirante nella sua ascesa alla direzione del partito.

Nel frattempo negli anni Sessanta, come ha osservato Silvio Lanaro, “il lealismo istituzionale” delle classi dominanti, degli apparati repressivi dello Stato e dei settori conservatori delle classi dirigenti “non riesce a reggere i socialisti al governo” e la crescita del Partito comunista all’opposizione. Come affermerà il generale Mario Arpino in commissione stragi “per noi militari un terzo del Parlamento [controllato dal Pci] era il nemico”. 

Così, con il nuovo biennio rosso del 1969-1970, gli Stati Uniti – che già sostenevano le dittature filofasciste in Portogallo, Grecia e Spagna – erano pronte ad appoggiare le forze conservatrici della classe dirigente pronte a scatenare una vera e propria strategia della tensione fatta di stragi e di continue minacce di colpi di Stato fascisti, pur di impedire che fosse messa in discussione la dittatura della grande borghesia.

Dinanzi all’autunno caldo, che aveva portato al rinascere nelle fabbriche della struttura rivoluzionaria dei consigli, traduzione italiana dei soviet russi, iniziarono quelle che furono definite dal Movimento le stragi di Stato, ovvero operazioni paramilitari volte a colpire e terrorizzare i civili, incolpandone la sinistra rivoluzionaria, per creare il clima favorevole nell’opinione pubblica atto alla realizzazione di un regime autoritario, ossia di una forma di dittatura più aperta della classe dominante. Si trattava di destabilizzare la società civile per rendere accettabile una deriva bonapartista volta a stabilizzare la dittatura della grande borghesia, messa in discussione dal clima prerivoluzionario che si veniva creando nel paese.

Dopo diverse stragi mancate, a causa della consueta imperizia militare della manovalanza nazifascista, la prima strage riuscita della strategia della tensione, collaudata di recente con successo in Grecia, portò i nazisti “di Ordine Nuovo coadiuvati da uomini degli apparati di sicurezza e dei servizi segreti dello Stato” [1] a portare a termine la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, causando 17 morti e 88 feriti. Dunque, la manovalanza nazifascista riuscì infine a inaugurare la strategia della tensione “con la complicità e la copertura di settori importanti dei partiti di governo, con la regia, il coinvolgimento attivo e la protezione dei servizi segreti italiani e Usa”. [2]

Nel frattempo, sfruttando la guerra fredda, i partiti borghesi avevano sostituito quasi completamente negli apparati dello Stato la nuova leva sorta dalla resistenza, con i passati dirigenti di epoca fascista. Così, “Marcello Guida, ex direttore fascista della colonia di confino di Ventotene, dirigeva la questura di Milano. In quegli uffici Guida trattenne illegalmente” [3] – nonostante i termini del fermo di polizia fossero da diverso tempo scaduti – un ex partigiano, il quale si voleva costringere a confessare un’inesistente regia dell’estrema sinistra della strage. “I poliziotti compirono un reato contro Pinelli (il fermo illegale) e gli mentirono durante l’interrogatorio con l’espediente del «saltafosso» (dicendogli che un altro anarchico da lui conosciuto, Pietro Valpreda, aveva confessato l’esecuzione del massacro)”. [4] Nonostante tutte le pressioni subite, Pinelli da vero partigiano riuscì a resistere al tentativo di fargli confessare la matrice anarchica dell’attentato, volta a innescare la strategia della tensione, finendo per precipitare dalla stanza della questura in cui era illegalmente messo sotto torchio da diverse ore. Tale fine da vero partigiano non gli impedì di “vedersi calunniato anche da morto, accusato di essersi suicidato perché colpevole «il gesto –  dichiarò Guida ai giornalisti – potrebbe equivalere a un confessione»”. [5]

La strategia della tensione fece sì “che uomini dello Stato sostenessero e coprissero gli autori e depistassero le indagini rendendosi «doppiamente colpevoli», come ha affermato il presidente della repubblica Sergio Mattarella nel 50° anniversario, poiché «Non si serve lo Stato se non si serve la Repubblica e, con essa, la democrazia»”. [6] 

Così, “I massivi depistaggi (…), l’occultamento delle prove, l’uso del segreto di Stato nelle indagini, la lunga vicenda giudiziaria che si è conclusa senza emettere alcuna condanna per mandanti, organizzatori ed esecutori, hanno messo in luce un fatto inoppugnabile: la classe dominante non ha alcuna volontà di arrivare alla verità e alla giustizia quando a commettere i crimini sono apparati ed esseri che agiscono per i suoi interessi fondamentali, quando sono in ballo assetti di potere e alleanze strategiche”. [7] Tanto che “la magistratura derubricherà come «malore attivo» la causa del volo nel vuoto del ferroviere”. [8] Nonostante il primo documento politico che chiedeva la verità sulla sua morte fosse quello del Partito socialista, e tra i primi firmatari ci fosse Aldo Aniasi “che era sindaco di Milano all’epoca della strage”, [9] lo stesso meccanismo messo in atto a piazza Fontana caratterizzò tutte le seguenti stragi e i tentativi di colpi di Stato, funzionali alla medesima strategia della tensione.

Così il nuovo anno, iniziato meno di venti giorni dopo la strage di piazza Fontana, è costellato da nuovi tasselli della strategia eversiva della destra radicale, per conto dei poteri forti, pronti a tutto per difendere i rapporti di proprietà e il pieno controllo sullo Stato. “Il 14 luglio esplose la rivolta di Reggio Calabria (5 morti, migliaia di feriti, 12 attentati dinamitardi, 23 scontri a fuoco). Il 22 luglio si consumò la strage di Gioia Tauro (6 morti, 72 feriti). In Calabria Fn svolse attività «rilevante» scrive un rapporto di Ps inserendosi «nelle manifestazioni e nei disordini in combutta con gli altri gruppi dell’estrema destra Movimento Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale». Borghese tenne due comizi a Reggio a ottobre ’69 e ad agosto ’70 e in quell’arco di tempo si verificarono l’attentato alla questura (compiuto da uomini del Fn)”. [10]

Peraltro l’organizzazione nazista di Borghese Fronte nazionale (Fn), prima di divenire protagonista del successivo golpe dell’Immacolata, scrive che “il controspionaggio aveva goduto di «cospicui finanziamenti». A Firenze «la quota concessa è stata così sostanziosa che il dirigente non è riuscito ad impiegarla» mentre a Milano «tramite il capo della massoneria locale» Borghese ricevette «assicurazione di poter fare affidamento sulla somma di due miliardi di lire»”. [11] Il colpo di Stato iniziato fra tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, che aveva come principale obiettivo sventare il possibile inserimento al governo del Pci, fu definito un “golpe da operetta”. In realtà si trattava della ormai sperimentata strategia di depistaggio delle indagini. “L’averlo ridimensionato è servito [non] solo ad assolverne rapidamente i protagonisti ed a scarcerarli. Ma servi anche a mettere al riparo gli ispiratori – negli apparati politici e dello Stato – che avevano dato semaforo verde al golpe. Se le squadre dei golpisti riuscirono ad entrare al Viminale senza incontrare resistenza, è evidente che avevano potuto godere di un via libera dall'alto”. [12]

 

Note:

[1] Conti, D., L’ultima azione di resistenza di un partigiano in “Il manifesto” del 12.12.2020.

[2] Teoria & Prassi, 12 dicembre ‘69: strage di Stato o Stato delle stragi, 12.12.2020.

[3] L’ultima azione di resistenza di un partigiano 

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] 12 dicembre ‘69: strage di Stato o Stato delle stragi

[8] L’ultima azione di resistenza di un partigiano 

[9] Di Vito, M., Ancora sospesa la verità sulla morte di Giuseppe Pinelli, in “Il manifesto” del 12.12.2020.

[10] Conti, D., Il vero “Golpe Borghese”, tutt’altro che sfumato, in “Il manifesto” 08.12.2020.

[11] Ibidem.

[12] Rucco, F., Italia. Cinquanta anni fa il fallito golpe dell'Immacolata, contropiano.org

18/12/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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