La protesta dei pastori sardi

Con la privatizzazione delle terre e l’impianto dell’industria casearia il pastore è stato esposto ad una condizione di perenne precarietà che lo contrappone ciclicamente ai proprietari terrieri ed agli industriali.


La protesta dei pastori sardi

Come scriveva Antonello Bazzu nella sua poesia tratta dal libro Su color' 'e s’ilgerru: “Verrà il giorno che alle greggi torneranno i pastori e alla terra i contadini, come piume, a renderle carezze lievi, torneranno alla terra senza lasciarvi segno, torneranno alla terra senza violarla” [1].

Negli anni in cui si è privilegiato lo sviluppo industriale della Sardegna, ora tramontato come le ceneri tossiche del Piano di Rinascita, ci si è dimenticati dei settori primari dell’economia e della pastorizia che, in realtà, continua a rappresentare il perno dello sviluppo sardo. Secondo quanto sottolineato dallo scrittore, antropologo ed ambientalista Fiorenzo Caterini, “la pastorizia in Sardegna, inoltre, è il più importante elemento di resistenza, in quanto presidio territoriale delle zone interne, della più devastante catastrofe dei nostri tempi, ovvero lo spopolamento delle campagne” [2].

Per comprendere a fondo le ragioni dei lavoratori che in questi giorni stanno interessando le cronache di tutti i giornali e gli interessi dei politici, è però utile partire da alcuni fattori storici che possono aiutarci a tracciare un quadro compiuto della situazione.

Innanzitutto, bisogna sfatare il mito ribadito da Salvini, dalla Meloni e dagli altri populisti prontamente giunti in Sardegna non tanto per affrontare e risolvere la questione del prezzo del latte, ma per ultimare la campagna elettorale che sfocerà nelle elezioni di domani, domenica 24 febbraio: tornando al punto di partenza, l’economia sarda non si sarebbe mai potuta reggere su una totale monocoltura, esattamente come gli tutti altri sistemi produttivi. Quindi, anche nell’Isola, l’allevamento tradizionale è sempre stato rappresentato da una policoltura indispensabile alla complementarietà con l’allevamento.

Il Piano di Rinascita si inserì, circa 50 anni fa, tanto nel contesto industriale quanto in quello agricolo, spaccando gli equilibri di un’economia che oggi non esisteremmo a considerare “verde” e sostenibile affinché la si convertisse in produzione di prodotti petrolchimici, fibre tessili e, per quanto concerne l’agricoltura e l’allevamento, in monocoltura ovina. Quest’ultimo elemento si lega a fenomeni quali l’attuale produzione – o sovrapproduzione, a seconda dei punti di vista emersi in questi giorni di proteste – di latte ovino da destinare alla trasformazione in derivati, quali formaggio e ricotta. La sussistenza dei pastori è legata alla svendita a prezzi bassissimi di migliaia di litri di latte impiegato prevalentemente per la produzione del Pecorino Romano, a sua volta destinato per la maggior parte al mercato americano. Se questa filiera fa sì che le aziende di trasformazione dipendano dall’esportazione negli USA e negli altri Stati interessati al prodotto, dall’altra parte è anche causa del ribasso che ha portato i pastori a non riuscire a coprire gli esosi costi di produzione comprensivi delle spese per l’allevamento, i mangimi, le bollette, l’acquisto, l’utilizzo, la manutenzione e la pulizia degli spazi e dei macchinari.

Nonostante l’agitazione generale del settore porti a tensioni che silenziano molti pastori interessati, alcuni dei produttori diretti del settore caseario hanno cominciato a farsi sentire, spiegando le ragioni delle proteste eclatanti che hanno visto molti di loro prendere parte ai blocchi e sversare il latte lungo le principali arterie stradali e nel corso di manifestazioni cittadine molto partecipate, anche da parte di famiglie, studenti ed altre categorie produttive.

Parlando con alcuni di loro, si ha la possibilità di raccogliere le reazioni alle veementi proteste di quest’ultimo mese, senza passare attraverso la mediazione di associazioni di categoria che si sono unite successivamente alle manifestazioni popolari, incanalandole verso i tavoli istituzionali. Alcuni produttori caseari hanno confermato come la causa portata avanti sia giusta soprattutto perché è riuscita a porre finalmente – o apparentemente, visto l’esito ancora incerto della trattativa – al centro la figura del pastore, storicamente visto in qualità di figura ignorante e facile da truffare.

Il cambiamento generazionale che ha interessato anche questo settore, non certo immobile come si possa pensare, ha però portato al cambiamento della mentalità in linea con i tempi, facendo sì che i giovani preparati e colti, spesso altamente qualificati, abbiano messo in dubbio i meccanismi di mercato che penalizzano gli artefici della stragrande parte di lavoro, fino a protestare così energicamente contro gli industriali ed i loro cartelli di mercato; che lo hanno inquinato determinando il pagamento del latte ovino con soli 60 centesimi al litro, mentre loro incassano dalla vendita a prezzi anche esorbitanti delle ricotte e dei formaggi tra i quali il controverso Pecorino Romano da esportazione, alla cui produzione non poteva far fronte la sola Regione Lazio.

Il tutto è stato però determinato da un sistema liberista utopisticamente denominato di “libero mercato” che, in realtà, cela in maniera maldestra un colonialismo economico di Stato il quale ha storicamente imposto la produzione intensiva dei prodotti e delle materie prime delle quali aveva bisogno per arricchirsi e rendersi competitivo a livello internazionale, anche a costo di sconquassare un’economia rendendola unica e rigida in un luogo, come la Sardegna, già gravato da condizioni di sottosviluppo cronico.

Gli investimenti intrapresi nel corso di quello scellerato ventennio, a partire dagli anni Cinquanta, hanno favorito l’arricchimento a dismisura dei capitalisti che hanno sfruttato un’indotta condizione di sudditanza per mantenere pastori, allevatori ed operai in una posizione di dipendenza semi-coloniale. Il processo economico che si venne a creare progressivamente, esplodendo in questi giorni pur essendo destinato ad una perenne implosione, si inquadra nel paradigma marxiano della separazione del produttore dai mezzi di produzione: infatti, concretamente, con la privatizzazione delle terre e l’impianto dell’industria casearia che ha imposto i prezzi di acquisto del latte nell’assoluta discrezionalità del proprio tornaconto, il pastore è stato esposto ad una condizione di perenne precarietà che lo contrappone ciclicamente ai proprietari terrieri ed agli industriali.

Il malessere delle zone interne, dal nuorese all’ogliastra, passando per quelle galluresi e sulcitane, affonda le radici nel passaggio dalla figura del pastore come allevatore, produttore e commerciante a quella di mero custode e mungitore, soppiantato nella trasformazione e commercializzazione dai grandi gruppi industriali sardi e nazionali.

Immancabilmente, in questo momento storico di perenne strategia della tensione populista e repressiva da stabile campagna elettorale, gli sciacalli politici si avventano sulla sugosa preda e, certamente, non lo fanno per discutere coi produttori diretti su una riforma agraria che superi l’alienazione del lavoratore nemmeno più salariato ma sovvenzionato. Bensì, si fiondano sull’azzardo sociale giocato sempre sulla pelle dei pastori, lungi dalle loro rappresentanze più o meno attendibili: un tira e molla che ha avuto, come unico risultato, il mancato accordo sul prezzo del latte ovino.

La politica di Salvini si parla addosso, bypassando i produttori e fermandosi all’irrisorio prezzo di 72 centesimi al litro, contro gli 80 richiesti con l’impegno di giungere fino all’euro (più Iva). La campagna elettorale sembra chiudersi in bellezza per il padano ministro dell’Interno, tra un selfie in riva al mare e le denunce contro i ragazzini di Oristano, rei di averlo contestato verbalmente in piazza, mentre la realtà dei fatti parla di una bozza di accordo, tracciata dal ministro leghista dell’agricoltura Centinaio, che costerebbe ai contribuenti la bellezza di 50 milioni di euro, senza ovviamente garantire la soluzione strutturale dei problemi.

Nel frattempo, siamo arrivati alla data delle elezioni regionali che, come ormai tutte quelle locali, stanno diventando laboratorio per testare la resistenza dei giallo-verdi al governo nazionale: alle associazioni che stanno prendendo parte ai tavoli presso il Ministero dell’agricoltura ed ai sostenitori anche sardi dell’onnipresente Salvini, si ricorda come il Decreto Sicurezza e Immigrazione abbia tolto la depenalizzazione del reato di blocco stradale il quale, se commesso da più persone, può portare alla reclusione dai 2 ai 12 anni.

E sarà comunque difficile tenere a freno le proteste che esploderanno nel caso in cui non si affrontasse la questione pastorizia dandole lo spazio meritato, ovvero quello di un settore produttivo importante quanto le vertenze industriali, ma solo basandosi come sempre sulle promesse elettorali, sugli scambi al ribasso, sui deterrenti legislativi e sull’assistenzialismo che, come ampiamente dimostrato, non può essere eterno.


Note

[1] La poesia citata è tratta dal libro "Su color' 'e s’ilgerru", scritto da Antonello Bazzu ed edito dalla casa editrice Edes di Sassari, nel 2012.

[2] Lo stralcio riportato è stato tratto dall’articolo Il prezzo del latte e la dipendenza post-coloniale, scritto da Fiorenzo Caterini ed apparso sul sito "Sardegna Blogger" in data 11 febbraio 2019.

23/02/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Eliana Catte

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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