La risposta multipla: il baluardo dell’istruzione

L’applicazione dei criteri del capitalismo al mondo dell’istruzione e della cultura ha prodotto quella che Adorno chiamava la Halbbildung, la formazione decapitata, ovvero riprodotta in catena di montaggio e venduta come qualsiasi altra merce.


La risposta multipla: il baluardo dell’istruzione

Nel 1959 Adorno diede alle stampe Theorie der Halbbildung, Teoria della Halbbildung. Distinguendo la Kultur dalla Bildung, la cultura dalla formazione – quella che oggi chiamiamo con nonchalant, quasi sempre senza rifletterci, “istruzione”, o, ancora, “didattica” – il filosofo ha scattato una fotografia chiara non solo del suo presente, ma anche del nostro. La cultura e la formazione, seguendo Adorno, subiscono il potere della mercificazione capitalistica, la quale impone il format da immettere nel mercato e della cultura e della formazione. Tale influsso ha fatto sì che la Bildung si trasformasse in Halbbildung, in una formazione mozzata, decapitata del suo proprium e, per questo, standardizzata, riprodotta in catena di montaggio. 

Non c’è dubbio che la lente della Scuola di Francoforte – assemblata con gli strumenti del marxismo – abbia permesso a pensatori come Adorno di gettare uno sguardo al futuro disegnandone i tratti alla fine degli anni ’50. Sintetizzando, si potrebbe dire in una formula che l’analisi francofortese della società di massa ci dice che lo sviluppo tecnologico e l’andamento economico determinano la forma e la sostanza della cultura e della formazione. La determinazione che l’economia capitalistica e la tecnologia hanno dato alla cultura e alla formazione è quella del denaro. Esse sono, di fatto, merci a prezzo variabile, una forma fra le molteplici forme del denaro. Il loro valore di scambio equivale, né più né meno, a quello descritto da Marx nel Capitale: il prodotto cultura e il prodotto formazione subiscono il ribasso o il rialzo del loro valore monetario esattamente come lo subiscono un paio di scarpe o un immobile. Niente differenzia il mercato immobiliare, alimentare ecc., dal mercato dell’istruzione. Il “sapere”, in buona sostanza, è un prodotto che, se ben piazzato, genera guadagno. 

Questo discorso, però, non può ridursi a una semplice critica delle grandi case editrici, discografiche o cinematografiche ecc. – le quali impongono diktat tramite il marketing e fanno il bello e il brutto tempo del mercato “culturale” – ma necessita di essere esteso a tutto il mondo dell’istruzione, dalle scuole dell’infanzia fino al sistema universitario. È forse un caso che oggi le università lottino fra di loro per avere più pubblicità possibile negli svariati canali di comunicazione e sui social? L’istituzione universitaria, in modo a dir poco emblematico, incarna la scellerata politica privatistica del guadagno, giocando il medesimo gioco dei distributori di alcolici, di bevande gasate, di vestiti e così via, ossia il gioco dell’offerta. L’università, e con essa l’intero sistema dell’istruzione, si offre al pubblico come fa una grande azienda, usando lo stesso linguaggio che è quello della vendita. Per vendere qualcosa – in modo particolare se questa cosa non è di qualità – il linguaggio del venditore camuffa il prodotto per renderlo appetibile agli occhi dei più (e quindi agli occhi dei più stolti), di modo che il “fruitore” – nel caso specifico il corsista – faccia la propria scelta secondo i parametri della convenienza e, sopra tutto, della funzionalità. Si potrebbe però obiettare che ciò avvenga solo nelle istituzioni private e che l’ambito della formazione statale sia differente. Tale obiezione, ahinoi, non sta in piedi, in quanto basta calarsi, solo per un attimo, in modo realistico nella questione per provare un senso di impotenza e ribrezzo dinanzi all’amministrazione generale del “sapere” da parte dello Stato. Essa è, nel senso più duro e forte del termine, corrotta.

Il ministero dell’Istruzione, ossia quella parte di governo che dovrebbe occuparsi della buona propagazione del sapere in tutta la popolazione italiana – mentre, diversamente, propaga solo pillole di cultura finta e nozioncine degne dei migliori spot pubblicitari – non è un organo ingenuo, che non conosce l’operato delle sue sedi distaccate, delle sue ramificazioni che arrivano fino alla piccola scuola di provincia: l’ex Miur, tutt’altro che ingenuo, sa. Esso è a conoscenza del marciume imperante nelle istituzioni scolastiche e in quelle universitarie. Esso sa che anche le università pubbliche hanno abbracciato il dogma del profitto e lasciato da parte il sapere per il sapere. Esso sa che le dinamiche – da decenni – clientelari e familistiche delle università rappresentano la vera essenza di un sistema che non tende al sapere disinteressato ma, al contrario, a un sapere interessato al profitto e all’inganno. Non è importante che il corsista studi perché deve farlo – pena la sua ignoranza; ma è importante che il corsista paghi – di modo che ottenga il desiderato titolo di studio. 

Essere in possesso di un titolo valido (nel senso che questo è validato dallo Stato) è ciò che più conta oggi, conoscere, invece, non interessa a nessuno. Questo è l’effetto proprio della specializzazione acefala e incontrastata del sapere, della sua settorializzazione stringente ed escludente. Un sapere esclude l’altro perché considerato inutile, non funzionale al mercato del lavoro e, pertanto, eliminabile. E la misura ultima, che rispecchia in modo inesorabile e puntuale la forma e l’essenza stessa che la conoscenza ha assunto oggi, è il test a scelta multipla. Quest’ultimo è uno strumento agile, alla portata di tutti, che dà la possibilità, a priori, di superare un esame senza saperne nulla del suo contenuto. Esso è sistematico: presuppone, in sé, il superamento dell’esame per un semplice fattore probabilistico: su trenta domande diciotto sono già, virtualmente, nelle tasche del cliente-corsista, e quando trenta sono troppe allora è prassi diminuirne il numero e cambiare i criteri di valutazione. È un gioco perverso, che tende alla soddisfazione narcisistica del corsista e all’illusione che chiunque possa diventare un ingegnere elettronico, un infermiere, un professore di italiano e così via. Il test a risposta multipla incarna il bisogno, malato, di una società in cui il precariato fa da padrone da anni e in cui chiunque può sfoggiare il titolo necessario, nella triste speranza di poter riempire – seppur temporaneamente – un dato posto vacante. Non è importante la proprietà di linguaggio, perché il linguaggio stesso è mutilato, mortificato, superfluo in un mondo che pretende solo “prestazioni”. Non a caso quest’ultima parola bacia splendidamente la parola “istruzione”: come la cultura si è sempre più accostata ai programmi di intrattenimento, la formazione è diventata sempre più simile alle istruzioni per l’uso che troviamo nel libretto del nostro smartphone. E questo perché ciò che l’istituzione scolastica fa è, per l’appunto, istruire; dare le istruzioni basilari per svolgere un determinato compito, infischiandosene dello sviluppo di un pensiero critico

Sviluppare un pensiero critico, infatti, presuppone una buona conoscenza della lingua e, di conseguenza, la capacità logica di connettere fra loro i concetti e derivarne delle conclusioni razionali. Tutto questo processo è eluso a priori. Il pensiero critico è oramai lo spettro che vaga solitario nell’abnorme e amorfa dimensione dell’istruzione. Esso, talvolta, riappare, ma quando ciò accade lo stesso sistema scolastico si prodiga per reprimerlo – esattamente come fanno gli anticorpi che individuano un agente patogeno pericoloso per l’organismo. Quale pensiero critico può aderire alla logica privativa (e privatistica) della “scelta multipla”? Su quale base è possibile dire che chi supera un test del genere conosce la materia in questione? La logica del test è sempre una logica privativa, in quanto espunge qualsiasi discorso critico possibile e punta all’individuazione/associazione della nozione o della singola informazione in maniera a-critica, ovverosia, automatica.

E dato che la concorrenza privata è spietata, in quanto propone percorsi scolastici e universitari sempre più brevi e sempre più carenti di contenuto – l’istruzione statale si adegua a essa, prendendone irrimediabilmente le sembianze. Gli atenei di tutta Italia sono ormai adeguati ai diktat di cui sopra, e nel momento in cui delle monadi – ancora fortunatamente presenti al loro interno – rispecchiano col loro operato, in guisa capovolta, lo squallore intellettuale che pervade ogni sede, queste ultime le rigettano, costringendole o al silenzio o all’allontanamento – il che è di fatto la stessa cosa. I professori che a colpo d’occhio si riconoscono come tali sono solo una voce fuori dal coro, delle figure mediane tra lo storico e il mitologico, destinate a sparire nell’arco di pochi anni. Dall’altro lato, la corruzione, la pochezza intellettuale e la politica della speculazione, che caratterizzano non solo l’istruzione italiana ma, in linea generale, quella di tutto il mondo, hanno dato vita a mostri inenarrabili: docenti, dottori, professori, insegnanti, specialisti, scienziati, architetti ecc., in una parola, etichette, appellativi altisonanti cari ai narcisisti e agli allocchi del Duemila. 

Lo scandalo universitario, quello scoppiato con l’arresto di rettori e professori, quello col quale escono fuori i nomi dei “pezzi grossi” noti anche alle matricole più acerbe, insomma, quello che ciclicamente riappare per poi sparire nel nulla dopo pochi giorni, è a tutti gli effetti un fenomeno lautamente digerito dall’opinione pubblica. Esso rappresenta, anzi, incarna la normalità delle cose: non provoca stupore, se non nell’immediato, e cade velocemente nell’oblio della memoria collettiva. Corruzione e Halbbildung vanno quindi di pari passo. Una formazione sana, infatti, non può esistere in un sistema malsano che, nelle sue varie forme (legali e non legali) tende solo al profitto economico e mai alla conoscenza. E se il sistema economico e politico liberal-democratico – ovvero le forme concrete del capitalismo – hanno fatto sì che la cultura e la formazione diventassero una merce come le altre, modellandole a immagine e somiglianza dell’egoismo avaro del capitale, la malavita, dal canto suo, ha colto la palla al balzo e si è fatta anch’essa portavoce dell’istruzione di regime (del regime speculativo capitalistico). In breve, l’agilità della risposta multipla e l’efficacia delle dispense raffazzonate si sposano a meraviglia con i magheggi e gli inganni di una mafia universitaria che ancora oggi mortifica il sapere, l’intelligenza e la buona creanza. La corruzione del sapere è l’essenza stessa della Halbbildung e, di conseguenza, la Halbbildung è lo strumento indispensabile per la corruzione delle menti.

21/05/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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