La rivoluzione passiva e il programma minimo

Attraverso la rivoluzione passiva la borghesia punta a dominare col completo consenso dei dominati. La rivoluzione attiva non può rinunciare a conquistare le casematte borghesi e rompere questo meccanismo


La rivoluzione passiva e il programma minimo Credits: https://www.igsitalia.org/

L’umanità, sempre più avvolta nella tenebra del quotidiano in cui l’unica ragione di vita sembra essere quella di guadagnarsi una sopravvivenza dignitosa, produce a tutti gli effetti tutta la ricchezza di questo mondo. Tuttavia non è proprietaria di ciò che essa stessa produce e intuisce, sulla base della propria diretta esperienza, che altri metodi di organizzazione del lavoro, e quindi della società, sarebbero possibili. Irrazionalmente, però, tali alternative non vengono sperimentate in quanto è sempre più forte il freno che la borghesia – interessata solamente al mantenimento dello status quo - oppone allo sviluppo e al progresso dell’umanità.

È sempre più evidente, inoltre, che maggiore è lo sviluppo della scienza e della tecnica e relativamente minore è il suo impatto diretto nel migliorare le condizioni di lavoro della popolazione. Quante volte ci siamo detti che le nuove macchine consentono di risparmiare ore di lavoro: fatto sta che l’orario e i ritmi di lavoro di chi è già occupato aumenta anziché diminuire.

Lo sviluppo delle forze produttive imporrebbe la pianificazione internazionale della produzione basata sulla cooperazione tra i popoli e invece questo non avviene, anzi, in maniera del tutto irrazionale, i lavoratori di una stessa catena produttiva vengono posti in competizione tra loro. Feroci conflitti tra gruppi industriali per la conquista del plusvalore si trasformano in guerre che finiscono per bruciare le ricchezze prodotte con enorme sacrificio, provocando miseria e migrazioni di massa.

Questa breve carrellata di contraddizioni insanabili mostra che ciò che è razionale per la borghesia – ossia, al fondo, la sacra legge della massimizzazione del plusvalore intorno alla quale si è venuta costruendo la società contemporanea - rappresenta una tesi ormai del tutto irrazionale per la maggioranza della popolazione mondiale la quale però, pur percependo tale irrazionalità, non è ancora venuta formando un’antitesi in grado di gettare tutta se stessa nella lotta per il superamento dello stato di cose esistenti.

Ho evocato queste categorie hegeliane proprio per sottolineare il fatto che il superamento dello stato di cose presente non può che avere un carattere dialettico, rivoluzionario, che parte dalle contraddizioni insanabili dell’attuale sistema socio economico e le supera (aufbehung) in un nuovo modo di concepire le relazioni tra gli uomini. Ma quali sono le contraddizioni insanabili dell’attuale società borghese?

Il primo “dramma”

La società borghese per aumentare la produttività del lavoro deve costantemente adoperarsi per modificare i metodi di produzione, i rapporti di produzione e dunque i rapporti sociali. Questo fatto ingenera un paradosso: la borghesia stessa, sviluppando in tal modo le forze produttive per massimizzare il plusvalore, crea le condizioni per il suo stesso superamento. Tale sviluppo delle forze produttive favorisce il manifestarsi e la crescita di una coscienza che tende alla razionalizzazione nei rapporti di proprietà (dunque nei rapporti sociali) ma, al contempo e per converso, diviene sempre più feroce una tendenza conservatrice che non intende cedere il potere alle classi in ascesa che la stessa borghesia ha partorito.

In qualsiasi azienda privata vi operano lavoratori più o meno specializzati, in parte laureati, che parlano diverse lingue, i quali cooperano con altri lavoratori dei servizi e della consulenza o del ramo commerciale i quali, a loro volta, sono l’anello di congiunzione con altri rami della produzione dislocati nel mondo. Una catena umana impegnata nella produzione di tutte le merci che potrebbe fare a meno del padrone. E potrebbe fare meglio. Qui nasce il primo dramma della società borghese: il suo sbocco più naturale è il sistema di democrazia operaia (e, dunque, il socialismo) ma tale sbocco è costantemente combattuto dalla borghesia stessa. Al momento i tentativi di fare fronte alle crisi economiche, però, concretizzandosi in cruente forme di macelleria sociale, risultano talmente poco convincenti che quello che si ottiene è una sostanziale percezione di inadeguatezza delle classi dominanti.

Il secondo “dramma”

È quello che vede la borghesia nella sua fase ormai sviluppata, impossibilitata ad assorbire in sé ulteriori strati della popolazione ma, anzi, impegnata a disassimilarne dei pezzi, quella che chiamiamo proletarizzazione della piccola e media borghesia. Da qui sorge la necessità, impellente per i fautori del capitalismo, di occultare la verità che ormai appare sempre più evidente agli occhi degli oppressi e in particolar modo alla classe dei produttori di ricchezza (classe operaia): la borghesia nacque sulla finzione liberale che tutti gli uomini fossero uguali, mentre, in realtà, lo sono sempre stati solo nella forma ma mai nella sostanza. Questa finzione è vitale, ma la borghesia si spinge anche oltre fino a dichiarare che tutta la società possa ambire a divenire borghese, basta meritarlo. Ma come sappiamo ciò non può avvenire per ragioni strutturali: i borghesi, ossia i proprietari dei mezzi di produzione, sono una parte sempre più piccola della popolazione e concentrano nelle loro mani una parte crescente dei mezzi di produzione. Questo è dovuto alla centralizzazione e concentrazione del capitale necessario per la competizione sul mercato globale. Dunque la borghesia non solo non assimila ma disassimila, non solo non vi è alcuna libertà ma vi è coercizione, non solo non vi è la pace ma sostanzialmente le guerre divengono sempre più lo strumento per risolvere le crisi economiche divenendo pertanto un elemento sempre più caratteristico del capitalismo, nella sua fase imperialistica, difficile da spiegare e nascondere. La società liberale nasce sulla parola d’ordine dell’uguaglianza ma nei fatti non può che realizzare l’esatto opposto, celando tali propri reali intenti ai più.

Potremmo dire che sono proprio questi “drammi” e il tentativo di occultarli, da un parte, o risolverli, dall’altra, il motore della storia borghese. È proprio da questi “drammi” irrisolti che si è sviluppato il sistema complesso delle società occidentali.

È necessario ricordare che la lotta di classe è permanente, è il motore della storia in generale e di quella borghese in particolare. Non esistono fasi in cui la lotta di classe si arresta, essa può essere più o meno cruenta a seconda degli equilibri tra le forze in campo. Ma anche quando, come nella fase attuale, vi è una sola forza in campo organizzata e determinata, allora, anche in quel caso, si deve parlare di lotta di classe evidentemente condotta prevalentemente dall’alto.

Lo sviluppo novecentesco del sistema borghese ha visto sempre più l’affermarsi di un modo specifico di condurre la lotta da parte dei dominanti: essa si è configurata sempre più, in prima istanza, come una lotta di lunga durata finalizzata ad occultare i “drammi” borghesi, una organizzazione meticolosa che punta, attraverso l’egemonia sulla società civile, ad assorbire e controllare tutte le forme di sovversivismo popolare, annientando qualsiasi possibilità di sviluppo autonomo teorico-pratico degli oppressi.

La società civile - intesa come quell’articolata rete fatta di società private, associazioni politiche o di categoria, sindacati corporativi o associazioni di volontariato ecc. - può essere vista essa stessa come il frutto di questi drammi irrisolti, un utile strumento che fa da scudo posto dinnanzi agli occhi degli oppressi con l’obiettivo di occultare la verità delle cose.

Grazie a questo scudo, a questa struttura di casematte, la borghesia assolve allo scopo di occultare la sostanza della non-democrazia borghese e di favorire l’idea che tutta la libertà sia possibile. Infatti attraverso le associazioni private è possibile sognare di diventare imprenditori che grazie alla propria opera fanno progredire la società, attraverso le associazioni politiche di natura riformista è possibile pensare di cambiare il mondo per renderlo più buono, attraverso le associazioni di scopo è possibile pensare di rendere più civile la società etc.. In apparenza tutto è possibile, tant’è che vi è anche un certo senso di colpa indotto, in maniera strumentale, per cui se non vi si riesce allora è solo a causa delle proprie incapacità.

Dietro a quest’apparente disordinata pluralità e liberalità, si cela invece una direzione consapevole: mentre la classe dei lavoratori è ostaggio di questa funzione-finzione, che li irreggimenta in gruppi e gruppetti in combutta tra loro disperdendone le energie, i borghesi, attraverso i propri intellettuali organici, pianificano e organizzano la propria lotta, dandole una direzione consapevole e sfruttando per i propri scopi gli intellettuali tradizionali di cui si servono per guidare la società civile. Una vera e propria cinghia di trasmissione. Questo è il caso ad esempio della scelta di quale partito politico possa svilupparsi e stare al comando, la sceltadegli alti dirigenti dello Stato, la scelta dei funzionari sindacali corporativi, la scelta della linea e dei dirigenti di TV e giornali, e così a cascata fino alla scelta di concedere o meno determinate convenzioni, progetti, finanziamenti a talune associazioni anziché ad altre etc… .Tutte le strutture dell’articolata società civile, che Gramsci chiama anche casematte, sono guidate o direttamente dagli intellettuali organici alla borghesia o, caso più frequente, per interposta persona cioè da fidati intellettuali tradizionali al loro servizio. Il risultato finale è quello di giocare ad una partita con i dadi truccati in cui le masse sfruttate pensano che tutto sia regolato dal libero arbitrio e non si accorgono invece che dietro a tutto vi è una direzione consapevole e che a ben vedere non vi è proprio nulla lasciato al caso. Tutte le casematte borghesi si muovono intorno ad una chiara linea strategica: rafforzare il proprio potere e ottimizzare l’estrazione di profitto. Ovviamente tale direzione consapevole non è da intendersi in senso “complottista” ma nel senso proprio della lotta di classe che richiede i suoi eserciti schierati.

 I dominati, non rendendosi pienamente conto che la partita è truccata e che dietro a questa finta pluralità si nasconde invece un regime feroce, finiscono per realizzare quello che è il programma massimo della borghesia cioè dominare con il consenso dei dominati.

Naturalmente è proprio dentro a questa finta pluralità che si sviluppano le prime forme di sovversivismo: pensiamo ad esempio ai movimenti che chiedono l’aumento del salario o maggiori diritti, ai movimenti ambientalisti etc.. cioè movimenti che non negano il sistema capitalistico come modello produttivo ma che si indignano e ne chiedono delle riforme. La lotta di lunga durata della borghesia, come abbiamo detto, ha anche come scopo ultimo quello di smorzare sul nascere e riassorbire, per quanto possibile, queste forme di sovversivismo, servendosi a questo scopo proprio della società civile [1], evitando che esse degenerino in movimenti di massa che possano trasformare qualitativamente la lotta di classe da guerra di posizione a guerra di movimento. Infatti con gli eserciti schierati la borghesia stessa sarebbe costretta a gettare la maschera mostrando la sua vera natura.

Mi chiedo se Gramsci per rivoluzione-restaurazione intendesse proprio questo metodo di lotta, riferendosi al modo con cui la borghesia cerca di riassorbire costantemente per mezzo della società civile, per quanto le condizioni di crisi lo permettano, le pulsioni interne generate dal malcontento popolare in modo da passivizzarne lo sviluppo. La società civile finisce per essere lo strumento maggiormente attivo di cui si serve la borghesia per praticare la rivoluzione-restaurazione, che giunge a governare col pieno consenso dei governati, strumentalizzati ai fini del consolidamento del potere delle classi dominanti. Pertanto, nella misura in cui la società civile è egemonizzata da queste ultime, la rivoluzione-restaurazione o rivoluzione passiva è tendenzialmente un processo permanente, in quanto, appunto, sempre vivificata dall’azione della società civile stessa.

Il fatto che esistano e vi siano state già in passato, delle fasi in cui le classi dominanti abbiano attaccato frontalmente e brutalmente le conquiste della classe operaia in ragione della debolezza e della crisi del movimento dei lavoratori - riprendendosi senza troppi complimenti tutte le concessioni fatte nella fase precedente -, non esclude di per sé la necessità di mantenere vivo, anche in tali frangenti, il processo di passivizzazione della società civile sinora descritto, allo scopo di assorbire e stroncare sul nascere ogni fievole tentativo di rivolta.

In conclusione

Il sistema di egemonia della borghesia si sviluppa su due livelli: un livello centrale che è quello politico-statale che garantisce, con l’esercizio della forza, il rispetto delle proprie leggi di contro ad eventuali attacchi diretti, e un livello periferico, più complesso, in cui la strategia di lotta è di lunga durata, che punta al dominio con il consenso dei dominati. Questo secondo livello di lotta, in cui centrale come abbiamo visto è il ruolo della società civile, è di fondamentale importanza per le democrazie borghesi occidentali in quanto è quello che garantisce una maggiore possibilità di vittoria in confronto alla battaglia aperta con gli eserciti schierati. Infatti, paradossalmente, la guerra diretta in campo aperto, l’uso della forza, la dittatura, sono armi che la borghesia tende ad usare solo in ultima istanza quando proprio è necessario e solo se la strategia di egemonia è in crisi. Questo tipo di lotta infatti per i borghesi è molto pericolosa perché intanto fa emergere il reale volto illiberale della società contemporanea e poi, svolgendosi in campo aperto, rischia di mostrare la enorme sproporzione numerica degli eserciti, favorevole al proletariato.

La borghesia, prima di arrivare a schierare il proprio esercito fa di tutto per scompaginare e confondere l’esercito nemico dividendolo in una serie di sotto classi con interessi apparentemente contrapposti: aristocrazia operaia contro bassa manovalanza, precari contro meno precari, giovani contro anziani, bianchi contro neri, uomini contro donne etc.. Essa prova a dominare con il consenso ma se ciò non basta diviene sempre più forte l’uso della coercizione e tale uso deve necessariamente entrare in funzione prima che l’esercito avversario provi a centralizzarsi.

Il passaggio alla guerra di movimento costituisce per i dominanti un passaggio molto delicato in cui diviene decisivo il controllo e il radicamento dello Stato. Nella guerra di movimento l’apparente indipendenza del ruolo di magistratura, forze di polizia e tutto il finto pluralismo partitico tende a scomparire di colpo e tutte le superstrutture borghesi si fonderebbero sotto un unico comando muovendo in una unica direzione cioè a difesa dei propri privilegi. Allo stesso tempo però questa situazione è anche di debolezza della borghesia: dovendo rafforzare le funzioni statali essa contribuisce a rafforzare le caste e la burocrazia la quale implica una perdita di plusvalore in attività improduttive, inoltre l’uso della forza per combattere un nemico interno contribuisce ad indebolire la borghesia nello scontro imperialistico all’esterno. Da qui ne deriva, peraltro, che il miglior modo per solidarizzare con gli altri popoli in lotta è quello di costringere il proprio imperialismo ad un ripiegamento sul proprio territorio. Dunque tale situazione di guerra aperta per la borghesia è una situazione da evitare e questo implica un grande sforzo nell’impegnarsi sulla strategia dell’egemonia. Qualora lo “scudo” della società civile dovesse saltare, e tutto il programma minimo dei comunisti deve orientarsi su questo, si scoprirebbe il mondo per com’è realmente: da una parte i padroni da un’altra gli oppressi.

Al contempo le classi oppresse vivono il dramma di non potersi gettare nella lotta aperta almeno fino a che non si hanno i rapporti di forza favorevoli, altrimenti il rischio, molto alto, è quello della disfatta. Ciò implica un lavoro altrettanto complesso di “contro-egemonia” per la conquista delle casematte borghesi.

Il programma minimo dei comunisti deve essere funzionale proprio a rompere questo meccanismo di egemonia della borghesia, rompere questo scudo eretto dinanzi ai nostri occhi che impedisce di vedere tutta la finzione di democrazia messa in piedi dai padroni per ingannarci sui loro veri obiettivi . Il programma minimo è una traccia di lavoro per la guerra di posizione, esso nasce e si sviluppa inizialmente nella realtà borghese e per questo si serve di un’agitazione semplice, diretta al cuore dei problemi economici, ma è allo stesso tempo una forza che cerca di liberarsi dalla tenebra del quotidiano puntando ad un altro modello di società, che fa saltare tutti i piani di egemonia della borghesia sulle sue casematte, o che addirittura ne sviluppi di nuove già egemonizzate dal movimento operaio.

Il programma minimo è cioè quel programma che consente di passare dalla guerra di posizione alla guerra aperta avendo un esercito compattato.

Tutti i tentativi di autoconvocazione dal basso dei lavoratori, praticati all’interno della società civile, nelle casematte borghesi, rompono frontalmente con l’egemonia borghese la quale, in ultima istanza, dovendo imporre dall’alto le proprie direttive attraverso i suoi intellettuali tradizionali, si troverà necessariamente in contrasto con l’indirizzo dal basso. Da tale contrasto i primi a rimetterci in credibilità sono gli opinion leader borghesi, gli intellettuali tradizionali, i quali vedrebbero sterilizzata la loro funzione di passivizzazione e, se l’indirizzo dal basso è forte e cosciente, o scomparirebbero o ne verrebbero attratti il che romperebbe la cinghia di trasmissione dell’egemonia borghese.

Questo processo di autoconvocazione dunque sorge nel mondo reale, parte all’interno delle strutture esistenti che possono essere sindacali, di categoria, di territorio ecc., ma tende a superarle nella direzione di nuove forme organizzative della società. Il programma minimo dunque non è solo un elenco fisso di parole d’ordine che per il solo fatto di essere evocato allora produce un’accumulazione di forze, ma è anche un modo di fare politica dei comunisti, i quali muovendosi nel presente, orientano la propria azione alla presa del potere.

Esso vive nella realtà e vi si adegua anche perchè le concessioni che la borghesia può fare variano a seconda della crisi economica e del livello di coscienza della classe operaia, è possibile accumulare forze anche su parole d’ordine relativamente arretrate, come pure un determinato movimento sovversivo potrebbe improvvisamente svilupparsi anche su parole d’ordine relativamente arretrate: questo non toglie che proprio da quel movimento arretrato possano svilupparsi le condizioni per squarciare il velo di menzogne raccontate dai padroni. Tuttavia la validità di un programma minimo si misura per un verso da quante forze esso riesce ad accumulare ma da un altro dalla pressione che tali forze riescono ad imprimere nella battaglia dell’egemonia per costringere la borghesia a passare alla guerra di movimento.

 

Note

[1] Un nuovo partito politico che riesce ad accumulare consenso e rabbia intorno a parole d’ordine che non intaccano il capitalismo è ad esempio un ottimo candidato per la rivoluzione passiva; un sindacato che spaccia una sconfitta per vittoria e che assorbe e limita le capacità di lotta è un ottimo strumento per la rivoluzione passiva e così via.

30/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.igsitalia.org/

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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