Le risorse del Pnrr, l’incremento dei nidi e la corrosione della democrazia

Quali risultati può dare alla collettività un servizio educativo per i più piccoli che sia accessibile e di qualità?


Le risorse del Pnrr, l’incremento dei nidi e la corrosione della democrazia

La scuola che cambia

Nel febbraio del 1950 Piero Calamandrei, avvocato, politico, giornalista, nonché padre costituente pronuncia un discorso intenso ed emozionante in difesa della scuola pubblica (un discorso che consiglio vivamente di leggere per intero perché merita di essere approfondito). Il giurista mette in evidenza alcuni punti che sono incredibilmente attuali e per certi aspetti profetici, le sue parole ci restituiscono una lettura del presente molto lucida a cui prestare particolare attenzione proprio oggi che le risorse del Pnrr sono in arrivo. Il discorso parte da un concetto semplice e chiave: la scuola, come il parlamento, o la magistratura è un organo fondamentale della democrazia. Se la democrazia fosse un corpo umano, la scuola sarebbe il cuore, l’organo che pompa ossigeno a tutti gli altri organi. Lo scopo primario della scuola dovrebbe essere formare la migliore classe dirigente di domani (e nella classe dirigente, che sia chiaro, pone anche gli artisti, i poeti e gli intellettuali). Per assolvere a questo difficile e altissimo compito, l’avvocato lo afferma con una certa forza, la scuola deve essere pubblica, laica e aperta a tutti. La scuola privata può benissimo esistere e fiorire ma non deve mai avvalersi di economie pubbliche. Ci avverte anche di alcuni pericoli molto concreti. La scuola privata, una scuola che definisce di partito, può tentare di appropriarsi, di nutrirsi di economie pubbliche in tanti e diversi modi. Uno dei sistemi più comuni è quello di svuotare e impoverire la scuola pubblica fino a renderla incapace, così che il passaggio di economie pubbliche destinate al privato, possa sembrare naturale e addirittura efficiente. Arrivata a questo punto mi fermo un momento perché prima di arrivare a conclusioni affrettate e/o ideologiche che protendono verso facili slogan, come per esempio, “Viva il pubblico!”, credo sia necessario aprire un ragionamento attento rispetto a come la scuola è cambiata in settant’anni e come è cambiato il pubblico e il privato e la loro “relazione”.

La scuola oggi

La domanda, lo si capisce fin da subito, ha proporzioni gigantesche. E la risposta non può certo essere condensata in un articolo. Per cui, in questo scritto, mi concentrerò su un piccolo segmento della scuola, troppo spesso trascurato e che invece merita molta attenzione. La scuola ha avuto un grande cambiamento che ha cambiato la sua stessa definizione, il suo perimetro, il suo contorno…Oggi la scuola comincia da zero. O più precisamente, oggi nel sistema “scuola” si comprendono anche i nidi e le scuole dell’infanzia. Il tratto educativo 0-6 è “entrato” con la legge comunemente conosciuta come Buona Scuola, sotto l’ala protettrice ed economica del Miur. Probabilmente molti lettori saranno dubbiosi su questo punto. Mi pare di sentire l’obiezione: certo una legge può anche scrivere che gli asili sono scuola, ma non sono vera scuola. È un’obiezione più che legittima e la riformulerei così: ma i nidi sono la scuola che intendeva Pietro Calamandrei? Insomma lo zero-sei forma la classe dirigente del domani? La risposta è: sì. Non sono io ad affermarlo, sia chiaro, ma tanti studiosi tra cui pedagogisti, neuropsichiatri infantili, ma anche economisti. Negli ultimi cinquant’anni a vario titolo, e in diversi modi, si è capito che una bambina, o un bambino che frequenta un buon servizio educativo è integrato meglio nella società, ha migliori risultati scolastici, delinque di meno, può ricevere cure sanitarie migliori e in tempi più rapidi… Il premio Nobel dell’economia James Heackman sceglie proprio l’Italia per avviare la sua ricerca che si pone come quesito: quali risultati può dare alla collettività un servizio educativo per i più piccoli che sia accessibile e di qualità? Lo studio dimostra che l’investimento più proficuo che si possa fare per il benessere sociale è proprio questo e si spinge oltre affermando che ogni euro speso oggi, domani frutterà quattro volte tanto. E se pensiamo ai miliardi di euro che il Pnrr sta destinando per incrementare nidi e le scuola d’infanzia, possiamo già sentirci quasi euforici, quasi al sicuro… Ma prima di gioire del fatto che la scuola, attraverso questo nuovo tratto educativo, potrà davvero migliorare le nostre vite, e soprattutto quelle delle future generazioni, dobbiamo ancora analizzare una questione di non poco conto. Perché se è vero che il contorno della scuola è cambiato, è anche vero che è cambiato ciò che è pubblico e ciò che è privato. E Calamandrei avvisava: la scuola per essere cuore pulsante e sano della democrazia deve essere pubblica!

Zero-sei: come cambia il pubblico e il privato

La scuola dello zero-sei è molto diversa dal resto della scuola sia per finalità visto che accoglie tutta la famiglia, sia perché ha un diverso vissuto, una diversa storia. Il sistema pubblico è nato nel privato. E il privato si è trasformato in pubblico. Le due gestioni collaborano per restituire una scuola aperta a tutti e di qualità. O almeno questo è l’intento con cui si è avviato il sistema a due gambe, pubblico-privato, che nella legge che comprende lo zero-sei nel sistema scuola, si chiama sistema integrato. Ancora un volta mi fermo per radunare le idee e cercare le parole migliori, e il modo più semplice, per spiegare a cosa corrispondano queste parole: sistema integrato.

Scuola dell’infanzia

Partiamo dalla scuola dell’infanzia. Comunemente si fa risalire la sua nascita, nella prima metà dell’Ottocento, a opera del prelato e pedagogista Ferrante Aporti. È lui che avvia i primi asili per tutelare i bambini più poveri e bisognosi per dare loro cure, abiti, cibo e sanità. Insomma è la chiesa cattolica ad avviare la prima rete di asili, con spirito di caritatevole. Nel tempo le esigenze sono cambiate, nel tempo cresce tra le famiglie la necessità di anticipare l’ingresso a scuola dei bambini, ma cresce anche la consapevolezza che dei buoni asili possono fare la differenza nella formazione di tutti i bambini. Francesco Zanardi, sindaco socialista di Bologna, avvia le prime materne pubbliche, scuole gestite dal comune. Il sindaco del “pane e dell’alfabeto” apre un forno per dar pane a tutti i bolognesi e sceglie di investire in cultura e formazione e nel 1918 avvia la rete di scuole materne comunali. Le materna si diffondono in molte altre città. Lo Stato avvia nel 1969 le sue scuole materne che finalmente sono gratuite e aperte a tutti. Nel 2000 la riforma della scuola, firmata dall’allora ministro Luigi Berlinguer, la scuola diventa “parificata”. Cosa significa parificata? Che alla scuola pubblica, dello Stato, si affianca e si finanzia anche la scuola paritaria, dove si collocano sia le scuole gestite dal comune, che quelle gestite da soggetti privati. I privati per essere compresi in questo sistema devono solo riconoscere i principi di libertà stabiliti dalla Costituzione e quindi accogliere chiunque ne faccia richiesta, purché accetti il progetto educativo. Lo Stato finanzia la scuola privata e lo fa direttamente, senza assegni o voucher.

I nidi

Per i nidi le cose si complicano ulteriormente. I servizi 0-3 nascono durante il fascismo e si chiamano Opera Nazionale Maternità Italiana (Onmi). Accolgono i bambini poveri, dando loro cure sanitarie, cibo, vestiti e un posto caldo. Come i primi asili cattolici, anche qui si fa carità e si dà sostegno ai più bisognosi. Il cambio di passo arriva ancora una volta da Bologna. Siamo nel 1969 quando Adriana Lodi unica assessora donna nella giunta del sindaco comunista Giuseppe Dozza, dopo non poche battaglie, apre il primo nido comunale. Lo apre, è bene sottolinearlo, grazie anche ai finanziamenti di un soggetto privato: un industriale che cede al comune il terreno dove edificarlo ed economie per la struttura, in cambio vuole che l’asilo porti il nome dei genitori. A Bologna in pochi anni aprono diversi nidi e contemporaneamente si diffondono in molti altri comuni. Nel 1971 viene approvata la legge nazionale 1044 che li diffonde sul territorio anche se poco e male e così si chiudono definitivamente gli Onmi. I servizi educativi 0-3 sono una rivoluzione sociale: ora le donne possono così accedere, o continuare, a lavoro fuori casa, anche quando diventano madri, e sono una rivoluzione pedagogica: al centro del suo operare si pone il benessere e lo sviluppo sano e creativo del bambino. In tanti anni di attività i nidi però non hanno, fino al 2007, avuto finanziamenti statali e le spese sono state sostenute da genitori e comuni, due soggetti molto fragili. Quando i comuni sono stati stretti da limiti di spesa e di assunzioni molto stringenti da parte dell’Europa, quando la crisi dei mutui ha affondato tante famiglie, lo zero-tre ha vissuto un momento davvero molto difficile. La Ministra Rosy Bindi nel 2007 sceglie così di destinare risorse statali per salvare e far crescere il sistema educativo. Destina queste risorse a soggetti privati che però devono dare accesso agli utenti con le stesse rette e il medesimo standard qualitativo del pubblico. I nidi così riescono a sopravvivere e si diffondono anche un po’ di più. Ma nonostante tanti sforzi e i finanziamenti, i nidi sono ancora oggi poco diffusi, non riescono a coprire nemmeno il 30% della potenziale utenza, e non sono nemmeno gratuiti, come lo è la scuola pubblica, perché le rette ci sono, e sono a volte anche molto alte (costano anche più di 500 euro al mese).

Il sistema integrato è cresciuto senza troppe regole o definizioni precise e in quindici anni circa, il sistema privato è cresciuto fino a coprire la metà del sistema complessivo. I problemi emersi sono molto diversi da una città all’altra,è davvero difficile generalizzare. In sintesi potremmo affermare che: dove il pubblico era già molto presente e forte, l’affiancamento del privato ha dato buoni risultati. Dove il sistema era debole, o del tutto assente, ha invece generato situazioni poco trasparenti e un’offerta qualitativa inferiore. In base a scelte politiche locali, ci sono stati tanti comuni che hanno smantellato il sistema pubblico, per dare la gestione al privato. In tutti i casi rimane sempre diverso il trattamento dei lavoratori: nel pubblico hanno buoni contratti con stipendi dignitosi, nel privato la situazione è molto differente fino ad arrivare a stipendi di 900 euro e pochi diritti. Al di là di ogni pregiudizio, credo rimanga un fatto oggettivo da valutare: se un nido a gestione indiretta costa meno all’ente pubblico, costa uguale ai genitori, se tolte le spese, giustamente, il soggetto privato deve guadagnarci, a me pare ovvio che ci sono dei tagli. E dove si può risparmiare in un servizio la cui spesa è per oltre l’80% dettata dal personale? La risposta è chiara: sul personale, che il più delle volte, è femminile, quindi più fragile, quindi più esposto.

Alcune parziali conclusioni

Arrivata a questo punto credo sia corretto chiederci: questa nuova scuola integrata nonostante i “buoni” intenti, si può dire davvero pubblica nel senso che intendeva Calamandrei? Calamandrei voleva una scuola pubblica, laica, una scuola che non fosse di partito. Ma la scuola privata dove si insegna la religione cattolica, dove si trasmettono valori di un certo tipo, dove la scienza a volte fatica a entrare, dove le questioni di genere non entrano affatto, come ci ha dimostrato la vicenda della ddl Zan… Questa scuola si può definire non di partito? E un nido privato-pubblico che strizza spesso l’occhio alle esigenze dei genitori, che allunga gli orari di apertura verso sera, che a volte si stende fino alla notte, che apre anche il sabato, la domenica, durante le feste… dove il personale non è sempre trattato dignitosamente, ecco, questi nidi possono ancora considerarsi scuola che restituisce benessere sociale, che forma la migliore dirigenza del futuro? Sono domande che lascio aperte e in sospeso. Quel che resta è che la scuola è cambiata, ed è cambiata molto, sia in definizione, sia in gestione, ed è una scuola che è cresciuta senza una reale guida politica. Il Pnrr allo zero-sei destina oltre 4 miliardi, e se nulla cambia, se non si pongono paletti e definizioni tra pubblico e privato, la maggior parte delle risorse andrà al privato. Certo questo che oggi abbiamo di fronte non è lo stesso privato a cui faceva riferimento Calamandrei, ma è altrettanto pericoloso per la scuola pubblica intesa come organo vitale per la democrazia.

 

 

04/03/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Laura Branca

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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