Moby Prince: il ricordo e l'incessante ricerca della verità

Inaugurata a Cagliari una piazza, di fronte al porto, in memoria delle vittime della ''Ustica del mare''.


Moby Prince: il ricordo e l'incessante ricerca della verità Credits: https://sottoosservazione.files.wordpress.com/2010/06/images5.gif

Ventisei anni di dolore e depistaggi, 140 morti, 2 inchieste, 3 processi e nessun colpevole.

La strage del traghetto Navarma Moby Price, entrato in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella notte del 10 aprile 1991 e lasciato bruciare fino al giorno seguente, si è svolta in un particolare contesto: ''un incidente frutto di numerose contingenze, forse evitabili'' – come sottolineato dall'Assessore Regionale dei Trasporti della Sardegna, Massimo Deiana – succedutesi nell'affollato porto di Livorno, un porto delle nebbie (e non certo atmosferiche, giacché è stato ampiamente appurato il fatto che quella tragica notte il cielo fosse limpido), come da titolo di una celebre puntata de ''La Storia siamo noi'' di Giovanni Minoli.

Dopo più di vent'anni di silenzio pressoché assoluto sia da parte delle autorità – basti ricordare le affermazioni , datate 2007, di Andreotti e Cossiga, all'epoca rispettivamente Presidente del Consiglio e della Repubblica, i quali sostennero di ''non ricordare niente di quella storia'' – sia da parte di una larga fetta di mass media nazionali, la tragica vicenda torna alla ribalta con tutti i suoi chiaroscuri, gli stessi che l'hanno contraddistinta sin dal principio.

Infatti, a distanza di così tanti anni e nello stesso giorno, il 7 aprile, si sono verificati due eventi importanti: mentre a Cagliari si inaugurava la Piazza Vittime del Moby Prince, a Livorno la cordata di armatori capitanata dal Gruppo Onorato si è aggiudicata l'appalto per la gestione della società che opera nel settore traghetti e crociere, amministrando il terminal, la stazione marittima, i servizi informativi, i parcheggi e il trasporto passeggeri all'interno dello scalo toscano.

Mentre le compagnie del Gruppo Onorato Armatori – Moby, Tirrenia-CIN e Toremar – esprimevano ''grande soddisfazione per il risultato raggiunto'', i familiari delle vittime della strage della Moby Prince, il più grave incidente sul lavoro della storia italiana per numero di lavoratori morti, ben 74 membri dell'equipaggio (le altre 66 vittime erano passeggeri) che hanno lottato stoicamente restando a bordo fino a sacrificare la propria vita per salvare quelle altrui, hanno celebrato la giornata del ricordo nel capoluogo sardo, in Piazza Deffenu nello spazio antistante la Capitaneria di Porto, con la cerimonia d'intitolazione della Piazza alle vittime e, successivamente, con l'incontro e la proiezione del documentario del giornalista Paolo Mastino ''Buonasera, Moby Prince'' tenutisi nell'Aula del Consiglio Regionale della Sardegna.

A bordo del traghetto – che la famiglia Onorato aveva acquistato nel 1986, in servizio per la compagnia Nav.Ar.Ma, distrutto da un incendio nel 1991 e avviato alla demolizione nel 1998 in Turchia, dopo essere stato lasciato affondare nel porto di Livorno durante il periodo del sequestro da parte della Magistratura italiana – viaggiavano 141 persone. Si salvò solo uno di loro, il mozzo napoletano Alessio Bertrand, uno dei primissimi a dare versioni quantomeno contraddittorie del tragico accaduto (parlò di sopravvissuti a bordo, per poi ritrattare sostenendo che fossero tutti morti) [1].

Il ''miracolato'' non fu certo il comandante della nave Ugo Chessa, indicato però a livello processuale, di fatto, come unico responsabile della tragedia. Nessun uomo di mare, tantomeno un esperto come Chessa e gli altri professionisti della navigazione che erano in plancia comandi con lui, avrebbe commesso gli errori che, anche a causa di perizie a dir poco fallaci, sono stati loro attribuiti.

Attorno alla vicenda permangono dubbi e misteri, nonostante le pressanti richieste dei familiari delle vittime e il loro attivismo, soprattutto grazie alle attività delle associazioni 140 e 10 Aprile - Familiari Vittime Moby Prince, un dettagliato sito internet e le pagine social, tra le quali quella sempre aggiornata del gruppo pubblico ''Moby Prince: Quelli che esigono la verità''.

Da circa due anni a questa parte, come sostenuto da Luchino Chessa, uno dei figli del comandante e della moglie Maria Giulia Ghezzani, anch'ella deceduta nella tragedia, il lavoro di divulgazione e sensibilizzazione compiuto sta dando i suoi frutti: dalla campagna #iosono141 ai sempre più numerosi incontri pubblici, passando per i documentari sul tema fino ad arrivare, nel 2015, all'istituzione di una Commissione Parlamentare d'Inchiesta, ultima speranza di avere una verità che sia tale e non di comodo per i familiari, gli amici, i conoscenti delle vittime e ''per tutti i cittadini che chiedono a gran voce una giustizia necessaria ad un Paese che voglia dirsi veramente democratico'', come sottolineato sempre da Chessa.

Alla cerimonia di inaugurazione della Piazza, così come alla proiezione del documentario di Paolo Mastino, giornalista della redazione Tgr Sardegna, hanno partecipato personalità istituzionali di spicco quali Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, il Presidente della Commissione Parlamentare sopra menzionata, senatore Silvio Lai e Luciano Uras, senatore anch'egli membro della stessa, il Presidente del Consiglio Regionale sardo Gianfranco Ganau e il prima citato assessore regionale ai trasporti Massimo Deiana. Ma gli occhi erano tutti puntati su Luchino Chessa e sugli altri familiari, sempre presenti insieme alle loro famiglie, sviluppatesi nel corso di questi lunghi e dolorosi anni: la vita sfida sempre il dramma della morte, gli anni di attesa e speranze, di illusioni di giustizia, di depistaggi e mistificazioni.

La ''funzione catartica'' della Piazza, situata in una zona centralissima e perciò molto trafficata ma, allo stesso tempo, affacciata verso il mar Mediterraneo, come affermato da Chessa, l'ha sortita anche il documentario proiettato nell'aula del Consiglio Regionale, a pochi passi dalla Piazza stessa. Il pubblico, sia familiari che scolaresche e giornalisti, ha assistito con attenzione, a tratti inevitabilmente commosso dinnanzi alle interviste a Loris Rispoli, Angelo Chessa, fratello di Luchino e Stefania Giannotti, ed alle crude immagini del ritrovamento dei corpi a bordo di quella bara di fuoco a cielo aperto.

La rabbia che resta – tanto forte da far piangere mentre si ode la registrazione del Mayday e la disperata constatazione del marconista (''… Stiamo aspettando qui'', si dispera, ''… Ma nessuno viene ad aiutarci eh!'') – come sostenuto da Luchino Chessa, ''non è divenuta rassegnazione, ma resistenza contro una verità giudiziaria mendace che copre le reali responsabilità, i dati oggettivi, la realtà dei fatti, numerosi, drammaticamente concomitanti''. Parafrasando l'affermazione del marconista dell'Agip Abruzzo, Livorno ed una parte del nostro Stato non vollero vedere, vedere con gli occhi, quanto davvero accadde tra il 10 e l'11 aprile 1991 e negli anni successivi.

Gli interrogativi aperti, le nebbie processuali che la Commissione sta cercando di dipanare, sono molteplici: fermi restando punti ormai assodati quali l'assenza di nebbia, la non eccessiva velocità del traghetto e la concentrazione del comandante e del resto del personale di bordo – basti ricordare il celeberrimo depistaggio che li vedeva tutti impegnati a guardare la semifinale di Coppa tra Juventus e Barcellona, compreso il comandante che, per stessa ammissione dell'ex nostromo Ciro Di Lauro, ''non capiva niente di calcio'' – , quale fu la reale causa della collisione? O, per la precisione, quale evento straordinario costrinse il comandante ad una manovra di rientro in porto? E quale ostacolo improvviso portò la Moby Prince ad una virata ed allo schianto con la petroliera? La causa dell'avaria ai sistemi di governo e dell'accensione dei fari del ponte di manovra (e non, come erroneamente scritto nella richiesta di archiviazione del 2010, dei fari cercanaufraghi) può essere l'esplosione di un ordigno nel locale eliche di prua del traghetto?

Cosa stava accadendo nell'affollatissima rada di Livorno la sera del 10 aprile 1991, quali traffici stavano avvenendo e quale può essere stato il ruolo delle navi le cui comunicazioni sono rimaste incise nei nastri di comunicazione di Livorno Radio? Perché non si è indagato su di loro e per quale ragione la base americana di Camp Derby, dalla quale provenivano ed erano dirette le navi militarizzate e che, già da allora, era dotata di sofisticatissimi satelliti, si è sempre rifiutata di collaborare alle indagini (così come i carabinieri i quali avevano, all'interno della base, una loro caserma)? Per quale motivo il nastro registrato dalla videocamera della famiglia Canu è stato tagliato e per quale ragione i passeggeri, così come buona parte dell'equipaggio, erano radunati nel Salone Deluxe con indosso i giubbotti di salvataggio e le valigie pronte, nell'estenuante attesa di soccorsi che non arrivarono mai?

A tal proposito un punto fermo, che mette d'accordo tutte le parti in causa, è legato proprio ai soccorsi: perché si concentrarono interamente sulla petroliera Agip Abruzzo e non sulla nave passeggeri? Perché Bertrand ritrattò la sua versione e l'allora comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Sergio Albanese, lasciò morire atrocemente 140 persone, lentamente soffocate dal fumo, raggiunte dalle fiamme e carbonizzate dopo una disperata e vana attesa di ore ed ore, come dimostrato dalle attuali perizie medico-legali?

Quale fu il ruolo dell'armatore Onorato nei momenti successivi alla tragedia, e per quale ragione lo smaltimento della carcassa carbonizzata (ma non interamente) della Moby, lasciato affondare al porto di Livorno, fu smaltito anni dopo proprio in Turchia? A questi ed altri interrogativi la Commissione d'Inchiesta Parlamentare è chiamata a dare risposta: mentre a Livorno si attendono le celebrazioni dell'anniversario con un ricco programma di iniziative commemorative, si riusciranno a vincere, dopo ben 26 anni, le omertose resistenze attorno alla più grave tragedia della marineria civile italiana, portando alla luce la verità e cercando di ripristinare, per quanto possibile, una giustizia degna di uno Stato civile?


Note

[1] Ascoltato come testimone chiave durante un'udienza in Commissione Parlamentare, Alessio Bertrand ha negato di aver detto che a bordo non ci fossero sopravvissuti. Ha invece sottolineato di aver chiesto aiuto per i naufraghi. Questa è la versione da lui fornita adesso, ma si sa solo che i primi soccorritori - che l'avevano tratto in salvo ad un'ora e mezza dalla collisione - dapprima chiamarono Compamare Livorno per far giungere i soccorsi, poi ritrattarono, parlando di morti a bordo (tutti, nessun sopravvissuto): da chi avrebbero potuto sapere quest'informazione, con chi parlarono allora, chi li spinse a ritrattare, condannando di fatto a morte i passeggeri della nave?

22/04/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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