No Expo, tempo di lotta

È stata una grande manifestazione quella del 1° maggio scorso nella consueta giornata della MayDay milanese. Tanti movimenti, i laboratori per lo sciopero sociale, la galassia dei centri sociali, associazioni politiche e culturali, organizzazioni sindacali di base, alcuni partiti della sinistra comunista e di classe e collettivi studenteschi hanno portato in piazza quasi 30.000 persone che, in maniera determinata e militante, hanno manifestato a Milano le ragioni del No all’Expo del capitalismo e dell’imperialismo. 


No Expo, tempo di lotta

Il grande corteo del 1 maggio e le cosiddette «5 Giornate no Expo » di Milano rappresentano alcune tra le numerose tappe di un percorso di opposizione ampio che mira a snodarsi per tutta la durata dell'evento e non solo in contrapposizione ad esso ma contro un capitalismo che si fa sempre più violento e repressivo. Riflessioni sulle forme di lotta e sul rilancio di un movimento assediato dall'oscurantismo mediatico, dalle spugnette di Pisapia e dalla frammentazione interna. 

di Massimiliano Murgo e Andrea Fioretti 

È stata una grande manifestazione quella del 1° maggio scorso nella consueta giornata della MayDay milanese. Tanti movimenti, i laboratori per lo sciopero sociale, la galassia dei centri sociali, associazioni politiche e culturali, organizzazioni sindacali di base, alcuni partiti della sinistra comunista e di classe e collettivi studenteschi hanno portato in piazza quasi 30.000 persone che, in maniera determinata e militante, hanno manifestato a Milano le ragioni del No all’Expo del capitalismo e dell’imperialismo. 

Il primo maggio è la giornata mondiale di lotta dei lavoratori e delle lavoratrici e contestare, proprio in questa data simbolica, l’Expo del lavoro gratuito per migliaia di giovani è stato il miglior modo per riportare in piazza il conflitto di classe contro governo e padroni. Nel corteo è stato evidente un profondo spirito anticapitalista, caratterizzato dagli slogan dei diversi spezzoni, dall’opposizione al governo autarchico di Renzi ed al suo Jobs Act, dalla rivendicazione della riappropriazione popolare dei beni comuni, dalla contrarietà alla visione capitalistica della gestione delle risorse agricole, idriche nonché alimentari dell’intero pianeta. 

Tutto questo si è svolto non solo nel giorno della manifestazione, ma lungo cinque giornate dense di assemblee, workshops e iniziative che non si esauriranno in quei giorni ma cercheranno di produrre un’opposizione sociale lungo tutto il periodo di Expo 2015.

Questi aspetti sono stati volutamente oscurati dai media mainstream e dalle dichiarazioni tanto del governo nazionale di Renzi che di quello locale di Pisapia, i quali cercano di nascondere e mistificare le lotte e le forme di dissenso che si allargano nel paese. Sarebbe, quindi, un errore madornale unirsi al coro, apparentemente “perbenista” e violentemente di parte, che cerca di sminuire i contenuti espressi in questa giornata di lotta facendo leva sugli episodi e sugli scenari scatenati da una parte del corteo che, in un paio di vie del centro, hanno manifestato la loro “rabbia” contro qualche vetrina e macchina parcheggiata. Un approccio alla giornata di lotta, questo, che merita delle riflessioni serie e ferocemente critiche dal punto di vista politico ma che non può essere derubricato come mero “teppismo”, dando la stura a chi vuole utilizzarlo per imporre un clima di “divieto di manifestare”. I cosiddetti riot della manifestazione milanese meritano una riflessione profonda ed anche impietosa che, ma che non può in nessun modo far dimenticare che la violenza vera è quella del capitalismo ed è apparecchiata in bella vista dietro le vetrine e negli stand di Expo 2015.

Per capire la strumentalità dei media mainstream, basti notare l’entusiasmo che hanno dedicato alla campagna di “pulizia delle mani” (e della faccia) delle amministrazioni nazionali e locali, sotto il cui naso in questi mesi sono passati indisturbati gli appalti ed i soldi pubblici finiti alla mafia e alla ‘ndrangheta (vedi inchieste sull'Expo). Una ripulitura dell'immagine passata anche per la manifestazione del giorno dopo, sostenuta tanto da Pisapia che dalla Lega, che ricordava la "marcia dei quarantamila" (a dire il vero, con numeri divisi per 5) per il clima di restaurazione piccolo­-borghese. E basti confrontare tutto questo col tempo di un batter di ciglio dedicato, dalle testate giornalistiche, alla morte del giovanissimo operaio albanese Klodian Elezi, 21enne vittima di “Expo”: l’11 aprile 2015, a 20 giorni dall’inaugurazione, Klodian è morto a seguito di una caduta da un ponteggio alto 10 metri, a causa del fatto che la Iron Master, la società per cui lavorava (con ritmi elevatissimi), non gli aveva fornito i dispositivi di protezione individuale. E bisognerebbe domandarsi cosa abbia detto in proposito Pisapia “il buono”, sindaco della “sinistra perbene” di Milano, oltre a guidare la “marcia” per ripulire la città: nulla. Ci si indigna per le vetrine della Milano dei ricconi, ma non interessa a nessuno se si muore di lavoro e si impone la fame a milioni di persone nel mondo.

L'Expo, per il potere capitalistico, non è solo una fiera internazionale ma è soprattutto un tentativo di ricomposizione del consenso attorno ad un sistema economico e alla classe politica che lo rappresenta che è assolutamente in crisi e totalmente incapace di soddisfare i bisogni materiali e spirituali della maggior parte della popolazione. E nel far questo, la manipolazione della percezione della realtà resta uno degli strumenti preferiti per continuare ad affermare il proprio dominio.

Quindi, ribadito con fermezza chi è il vero “devastatore” da mettere sotto accusa nel periodo di Expo 2015 (ovvero il capitalismo), diventa comunque necessario condurre una riflessione seria sulla frammentazione e sui limiti di parte dei movimenti, e non solo: bisogna cercare di capire attorno a quali opzioni, invece, si stia manifestando una maturità politica negli obiettivi e nelle forme di conflitto adeguate a questo livello di scontro. Non solamente perché tali frammentazioni e limiti, alla fine, finiscono per prestare il fianco alla strumentalizzazione ed all'utilizzo a vantaggio del nostro nemico, ma anche perché quando ci si pone degli obiettivi politici non ci si può esimere dal tracciare un bilancio che concerna le forme di lotta e gli strumenti più adeguati per raggiungerli. La forchetta è un ottimo strumento per mangiare ma non serve a nulla dinnanzi ad un piatto di minestra.

No Expo è la parola d’ordine che ha assunto un parte consistente del movimento antagonista e di classe in Italia; e non certo da oggi, perché venisse usata in un “evento” consumato nell'arco di una singola giornata ma, già da qualche anno a questa parte, come orizzonte di lotta contro il lavoro semi­-schiavistico e sottopagato nonché contro lo sfruttamento del pianeta da parte del capitalismo a livello globale. Quindi sono molto variegate le espressioni organizzate politicamente e socialmente che compongono questo movimento e sono anche ovviamente frammentate tra loro.

Frammentate sul piano delle analisi, su quello della composizione sociale, del bilancio storico su avanzamenti e arretramenti dei movimenti e, di conseguenza, sono frammentate anche per quanto riguarda le pratiche utili alla costruzione del consenso e, soprattutto, della coscienza di classe attorno alle rivendicazioni che vengono portate avanti. Ed è questa frammentazione ancora marcata del movimento che ha impedito, in parte, il dispiegarsi di un’opposizione al modello Expo che impattasse con maggior efficacia, a livello di massa, in questi mesi. Questa atomizzazione, nei momenti importanti di mobilitazione, assume addirittura tratti di aspra conflittualità e persino tensioni interne. Comunque offre sicuramente un’immagine divergente verso l’esterno degli obiettivi e della direzione di marcia del movimento. In momenti catalizzatori di attenzione (quale è un corteo nazionale) poi, un’opzione finisce inevitabilmente per diventare prevalente a livello di immagine. Ed è qui il punto.

L’immagine del riot, l’estetica del gesto, il consumo dell’atto immediato che finisce per essere immortalato sui media... per una parte del movimento, tutto questo si pone ormai sistematicamente sul piano della produzione di una mitologica “figura sociale ribelle”, riflesso antagonista speculare della costruzione mediatica del manifestante “cattivo” da parte dei media padronali che solleticano, a proprio uso e consumo, le paure dei benpensanti ai fini di imporre la loro restaurazione. A dimostrazione di ciò svetta la video-­intervista al “giovane violento”, divenuta virale sul web, che rende evidente come, sul piano del consenso e dal punto di vista mediatico, azioni che non sedimentano coscienza risultino utili a ricompattare attorno alle classi dominanti ampi settori di opinione pubblica.

Anche perché questo “ribelle” a cui ci si riferisce è una figura non chiaramente identificabile nella vita di tutti i giorni, non sorge dall'accumulazione delle forze e dal radicamento nelle coscienze di un lavoro politico quotidiano fatto di vertenze, piattaforme di lotta, comitati, forme di sindacalismo conflittuale, ma “compare” in piazza nel momento dell’evento clou e si prende, a forza, la “rappresentanza” in piazza di quella rabbia sociale diffusa ed indistinta, per lo più giovanile, che non trova valvole di sfogo e di visibilità e si accanisce contro tutto quello che fotografa esteticamente la società capitalistica. Rappresentare esteticamente una rivolta popolare o mimare un assedio dei palazzi da parte di poche centinaia di persone non significa, però, che tale rivolta si stia realizzando davvero o che quei palazzi del potere “tremino” a causa di quell'assedio. Terminato l'evento si torna a casa e i rapporti di forza tra le classi restano immutati (quando va bene).

Questa, dunque, non è una vera “composizione sociale” che trova l’unità delle proprie parziali rivendicazioni nelle manifestazioni, uscendo dalla frammentazione quotidiana della produzione e della flessibilizzazione delle sue figure lavorative (vecchie e nuove). E non provenendo da questo accumulo e radicamento, pertanto, non può rappresentarsi come un vero e proprio “blocco sociale” che resti in campo anche il giorno dopo la manifestazione ma si esprime direttamente come un impalpabile “blocco politico” che si concentra in piazza, catalizza l’attenzione e riscompare il giorno successivo, restando presente solamente tra le righe di qualche roboante comunicato o nei bilanci post-­manifestazione di alcune aree politiche. In questo senso sono zone di movimento completamente disinteressate alla creazione di “consenso” diffuso e che, volente o nolente, contrastano con chi invece questo problema se lo pone.

E’ indubbio che le manifestazioni rituali, le “sfilate”, non sembrano più incidere sugli obiettivi politici dei movimenti sociali o sindacali che siano. In particolare in regime di crisi di sovrapproduzione, dove tutte le “mediazioni” sembrano saltare non essendoci un livello di redistribuzione spendibile per il “contenimento sociale” o per “riforme progressive”. Praticamente nessun decreto, nessuna legge di stabilità, nessun dispositivo è stato, in questi anni, ritirato dai vari governi in virtù di una delle storiche manifestazioni “oceaniche” conosciute nel passato. In primis, perché di manifestazioni “oceaniche” se ne vedono sempre meno, inoltre perché la crisi non concede spazi di mediazione e le classi dominanti o hanno molto da perdere o vanno avanti come rulli compressori. Non è un caso che tali risultati immediati in questi anni sono stati ottenuti solo da movimenti specifici, di categoria, che hanno saputo mettere in difficoltà la propria controparte “particolare”, dopo anni di dura mobilitazione permanente. Vale forse solo per il movimento di lavoratori della Scuola e degli studenti che hanno imposto il ritiro del DL Aprea, e per i lavoratori della Logistica (immigrati e autoctoni) che hanno imposto livelli contrattuali, salariali e diritti laddove non c’erano. Ma, quindi, proprio per questo, è chiaro che l’efficacia del conflitto è un problema che si pone dentro le dinamiche di classe quotidiane e che non può accontentarsi di sfilare semplicemente nelle manifestazioni, accompagnato da alcuni slogan. Così come appare chiaro che, in questa società, il concetto di “legalità” non è la chiave di volta per raggiungere gli obiettivi nella lotta di classe e per avviare un percorso di trasformazione sociale. Bisognerebbe, piuttosto, porsi la bussola della “giustizia sociale”. Occupare le case tenute sfitte dalla speculazione o espropriare un’azienda ai padroni che chiudono o delocalizzano sarà pure “illegale”, ma è sicuramente “giusto”. Altre forme di lotta, nel caso in cui restringano il consenso o, addirittura, facciano arretrare i rapporti di forza, sono allora evidentemente errate o totalmente fuori contesto. Da questa “legge” della lotta di classe, impietosamente, non si sfugge.

Potremmo dire che individuare delle forme di lotta efficaci determini la possibilità di creare maggiori livelli di consenso e, di conseguenza, promuovere dispositivi di organizzazione di queste forme efficaci determini l’egemonia di un’opzione rispetto ad un’altra. E’ in questo vuoto che l’estetica del riot riesce a sovradeterminare attenzione ed obiettivi di un corteo. Non esiste una formula rassicurante e non serve gridare all'eterodirezione per “immunizzare” questo fatto. Le opzioni politiche si confrontano sul terreno dell’organizzazione del conflitto e non sulla “carta”.

Ovviamente questo terreno non è semplice. Ma alcuni spezzoni di movimento consistenti lo stanno sperimentando nelle pratiche sociali, conflittuali ed anche nella loro espressione politica in piazza. Dietro la parola d’ordine di “scioperiamo Expo”, ad esempio, molti movimenti e laboratori dello sciopero sociale, pur con differenti appartenenze politiche e sindacali, stanno tentando di trovare dei dispositivi pubblici che determinino livelli di ricomposizione tra quella generazione precaria dei lavori intermittenti e senza diritto di accesso al welfare ed il lavoro flessibile nelle aziende pubbliche e private, esternalizzate o delocalizzate che, insieme, subiscono il ricatto del lavoro sottopagato e senza diritti. Ossia, stanno cercando di fare coalizione tra le composizioni sociali di cui sono espressione, sperimentando forme di lotta e di radicamento adeguate ad una crescita, possibilmente duratura, di questo blocco sociale antagonista agli interessi del capitalismo oggi. Un terreno di sperimentazione dentro spazi collettivi ricompositivi e di lotta che ancora muove i primi passi, sconta ritardi e, probabilmente, dovrà fare un ulteriore scatto per coprire quei vuoti che poi vengono riempiti dall'illusione delle scorciatoie politiciste, siano queste rappresentate dall'estetica riot che dalla sostituzione del conflitto di classe con la delega elettoralistica

Oggi, quindi, l’impegno deve essere rivolto ad essere protagonisti nei movimenti, a partecipare al rilancio dell'opposizione contro le politiche capitalistiche, contro i governi che applicano le politiche di austerity e contro l'Expo e ciò che rappresenta, per costruire una progettualità anticapitalista e per dare un contributo per l’organizzazione che, evidentemente, manca al movimento di classe in Italia. 

09/05/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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