Overshoot Day. L’ennesimo indicatore di un sistema catastrofico

Se sempre più persone nel mondo vivono di stenti anche il nostro pianeta Terra non è da meno. E il colpevole di tutto questo ha sempre lo stesso nome: il sistema capitalistico.


Overshoot Day. L’ennesimo indicatore di un sistema catastrofico Credits: 3bmeteo.com

La Terra è un sistema finito, le riserve di risorse del nostro pianeta hanno un termine, così come la sua capacità di rigenerarsi e di assorbire CO2. Chiarito questo risulta evidente come l’essere umano per non distruggere il proprio habitat e permettergli di rigenerarsi, non dovrebbe consumare più di quanto la Terra è in grado di produrre. Solo così l’equilibrio della sopravvivenza potrà essere rispettato. Secondo i calcoli del Global Footprint Network, dal 1971 l’essere umano consuma ogni anno più risorse di quante la Terra sia in grado di produrre e produce più biossido di carbonio di quanto il pianeta sia in grado di assorbire.

Il Global Footprint Network calcola annualmente l’estensione e l’utilizzo delle aree agricole, dei pascoli, delle foreste, delle aree di pesca oltre che la produzione di biossido di carbonio (CO2) e lo confronta con la biocapacità globale, ossia la capacità del Sistema Terra di produrre risorse e assorbire CO2. Secondo questi studi nel 2017 l’essere umano ha dato fondo alle riserve annuali della Terra e alla sua capacità rigenerativa annuale il 2 agosto. In 7 mesi e 2 giorni sono, cioè, state consumate le risorse che il pianeta è in grado di produrre in un anno. Dagli inizi di agosto sino alla fine dell’anno si andranno ad intaccare le riserve accumulate. Il Global Footprint Network evidenzia inoltre come ogni anno questa giornata, chiamata Overshoot Day, cada sempre prima a causa dell’aumento dei consumi mondiali. Nel 1971 l’Overshoot Day è stato il 21 dicembre, nel 1981 il 12 novembre, nel 1991 l’11 ottobre, nel 2001 il 23 settembre, nel 2011 il 5 agosto e, in questo 2017, appunto, il 2 agosto.

Ad oggi servirebbero 1,7 pianeti per soddisfare la nostra fame di consumo. Ma c’è di più, lo studio analizza anche le abitudini consumistiche delle singole nazioni (vedi l’immagine presente a questo link). Se tutti gli abitanti del globo vivessero e consumassero come gli australiani o gli statunitensi, servirebbero ben 5 pianeti per sopperire allo stillicidio di risorse. Se tutti fossero come noi italiani, al decimo posto per voracità di consumo di risorse, servirebbero 2,6 pianeti.

Tale drammatico stato di cose non rappresenta una situazione ineluttabile dovuta semplicemente alla crescita della popolazione mondiale (oggi arrivata a ben 7,5 miliardi), ma è il risultato del modello di sviluppo capitalistico che ha come proprio postulato imprescindibile la crescita perenne dei consumi. La caduta tendenziale del saggio di profitto, malattia endemica del sistema economico nel quale viviamo, può essere tamponata solo in due modi: diminuendo l’incidenza dei costi variabili (ovvero tagliando salari e diritti dei lavoratori) e aumentando costantemente la produzione che, evidentemente, dovrà essere assorbita dal mercato globale, producendo quella società dello spreco e del consumo nella quale siamo immersi.

Non è interesse di questo articolo analizzare l’evidente contraddizione insita nella necessità di aumentare i consumi diminuendo parallelamente i salari, unico mezzo per acquistare ciò che viene prodotto, né dimostrare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, come la crisi che stiamo vivendo da ormai 9 anni sia null’altro che una crisi di sovrapproduzione non risolvibile in un mercato come quello europeo ormai saturo.

Ciò che crediamo si debba sottolineare in questa sede è che, se è vero che il sistema economico capitalista per vivere non può far altro che aumentare produzione e consumi, esso stesso rappresenta la prima e ultima causa del colpo mortale che stiamo infliggendo al nostro pianeta.

L’equazione che può legare crescita dei consumi con riduzione del potere d’acquisto della classe lavoratrice non può che essere: diminuzione della qualità e massificazione del prodotto che, preferibilmente, diventa usa e getta. Tale dinamica la constatiamo in ogni settore, automobili, elettrodomestici, telefonini, capi d’abbigliamento, mobili, fino, ahinoi, alla qualità del cibo. Ogni prodotto ha una qualità o una resistenza (una vita nel tempo) sempre inferiore: nessun mobile sarà duraturo come quello dei nostri nonni, nessun cellulare resistente come quelli di 10 anni fa, nessuna automobile avrà una vita lunga tanto quanto i modelli di qualche decennio addietro. E il processo non è casuale. Si accorciano le vite degli oggi, se ne diminuisce la qualità e conseguentemente il prezzo in modo da poterne produrre e vendere in quantità sempre maggiori, con effetti devastati sull’equilibrio ambientale del pianeta dovuti alla crescita degli inquinanti causati dalla produzione e dal trasporto e all’aumento della spazzatura.

Tale operazione diviene esemplare con l’industria alimentare. Colture e allevamenti intensivi, uso di ormoni per accelerare la crescita dei capi di bestiame eccetera fanno del settore alimentare uno dei massimi responsabili della produzione di gas serra (secondo i dati pubblicati dal dossier OXAFAM “A qualcuno piace caldo” [1] oltre il 25% del totale) oltre che la causa principale della deforestazione. Per lo più cibo spazzatura che si riversa sugli scaffali del mondo ricco per poi essere buttato, avanzato o sprecato in percentuali impressionanti (secondo Roni Neff, ricercatore della Johns Hopkins University e coautore dello studio pubblicato sul Journal of Academy of Nutrition [2] negli Stati Uniti si getta circa il 40% del cibo prodotto).

Il settore trasporti rappresenta invece, secondo uno studio dell’ISPRA del 2003, oltre il 28% della causa di emissione di CO2 nell’atmosfera [3], percentuale esplosa (e in crescita annuale) nella fase spinta della globalizzazione dei mercati dagli anni ’90 in poi. Globalizzazione dei mercati che rappresenta anch’essa una necessità intrinseca del capitalismo.

È evidente come tutto questo sia privo di senso, come rappresenti perfettamente un sistema economico inumano e violento che ha nella produzione di profitto l’unica ragione d’essere.

La Terra è l’unico pianeta sul quale ad oggi l’essere umano è in grado di vivere, la Terra è un ecosistema fragile che va difeso e preservato. È un ecosistema che è messo in grave pericolo non dall’essere umano in quanto tale ma dal sistema economico-sociale che l’uomo si è dotato per vivere e tessere le proprie relazioni e il proprio sviluppo. Non l’uomo il problema ma il sistema dell’uomo dunque, quel sistema capitalista che deve produrre sempre di più (e sempre peggio) per poter sopravvivere, che non può far altro che sommergere il pianeta di immondizia per garantirsi l’esistenza.

Uscire dal capitalismo oggi non è più solo una necessità per conquistare il diritto ad una vita dignitosa e felice, dove l’essere umano non sfrutti il proprio simile, dove ogni donna e ogni uomo lavori meno ma meglio per il bene di tutti e non per le tasche di pochi. Abbattere il sistema capitalista significa oggi percorrere l’unica strada possibile per salvare il nostro pianeta dalla distruzione e per salvare, in fin dei conti, l’uomo da se stesso.


Note

  1. https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2016/06/OXFAM-270615-Feeding-Climate-Change_OIT_final.pdf
  2. ttp://jandonline.org/article/S2212-2672(17)30325-8/pdf
  3. ttp://www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00003900/3906-rapporti-03-28.pdf

12/08/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Fulvio Lipari

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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