Postille sul caso De Gennaro

«Il governo riconferma con convinzione la propria fiducia nei vertici di Finmeccanica e segnatamente in Gianni De Gennaro»; così il giorno 9 aprile, durante una conferenza stampa, Matteo Renzi chiudeva la questione relativa alle possibili dimissioni dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, sorta dopo la sentenza della Corte europea dei diritti umani sui fatti avvenuti nella scuola Diaz di Genova nella notte del 21 luglio 2001


Postille sul caso De Gennaro

La vicenda della mancata rimozione del presidente di Finmeccanica mette in luce l’inconsistenza del governo e la sua sudditanza di fronte al potere della finanza

di Carlo Seravalli

«Il governo riconferma con convinzione la propria fiducia nei vertici di Finmeccanica e segnatamente in Gianni De Gennaro»; così il giorno 9 aprile, durante una conferenza stampa, Matteo Renzi chiudeva la questione relativa alle possibili dimissioni dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, sorta dopo la sentenza della Corte europea dei diritti umani sui fatti avvenuti nella scuola Diaz di Genova nella notte del 21 luglio 2001; questione che per una giornata intera aveva tenuto banco nelle cronache politiche e sulla quale in un primo momento il premier non si era pronunciato. La vicenda è consistita in nient’altro che un maldestro tentativo da parte del governo di mettere le mani sui vertici di Finmeccanica, cosa che di per sé non risulterebbe particolarmente interessante dal nostro punto di vista, tanto più che tale tentativo è poi clamorosamente fallito. Lo sviluppo della vicenda e la condotta di Renzi, tuttavia, ci permettono di fare qualche osservazione non priva di interesse sulla natura dell’attuale governo italiano.

Facciamo, in primo luogo, un breve ritratto del personaggio in questione. Gianni De Gennaro è stato capo della polizia a partire dal 2000 fino al 2007. Pur essendo stato nominato sotto un governo di centro-sinistra (nel 2000 governano prima D’Alema, poi Amato), mantiene tranquillamente l’incarico durante il governo Berlusconi (in carica dal giugno 2001); come è noto, è proprio sotto questo governo che De Gennaro nel 2001 guida le forze di polizia nella gestione delle giornate del G8 di Genova, culminate nei pestaggi della scuola Diaz, oggetto della recente sentenza europea. Portato a termine l’incarico di capo della polizia, De Gennaro nel 2008 viene messo, sempre da Berlusconi, alla direzione del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), incarico che ricoprirà fino al 2012; nella sostanza diviene capo dei servizi segreti. Infine, Enrico Letta lo nomina nel 2013 presidente di Finmeccanica, dopo le dimissioni del precedente capo del colosso pubblico-privato, Giuseppe Orsi, arrestato in quello stesso anno per un’accusa di corruzione allo scopo di vendere dodici elicotteri al governo indiano. L’incarico non era stato messo in discussione da Renzi al suo insediamento nel 2014. Insomma De Gennaro è un personaggio molto potente, con solidi appoggi presso gli organi dello Stato e presso tutti gli schieramenti politici avvicendatisi al governo del Paese

Ma analizziamo brevemente la natura di Finmeccanica, la holding a capo della quale De Gennaro è collocato. La parziale privatizzazione di Finmeccanica avvenuta a partire dagli anni Novanta e la sua collocazione in borsa hanno trasformato il colosso in un trust di capitale pubblico e privato, forma caratteristica del capitalismo nella sua fase contemporanea, monopolistica e imperialista. Oggi il Mef (e quindi lo Stato) è proprietario del 32,45% della holding, mentre il resto della proprietà è privata, con quote che non possono per statuto superare il 3% del capitale complessivo. Nell’attuale assetto di Finmeccanica il capitale privato si poggia sul potere dello Stato, che gli garantisce solidità finanziaria e possibilità di proiezione internazionale, attraverso accordi con governi stranieri e in generale con la politica estera, non escluse le guerre. È proprio nel settore bellico che attualmente Finmeccanica colloca il grosso delle sue attività, a partire dall’aereonautica e dall’elicotteristica, fino alla diretta produzione di armamenti (missilistica e mezzi corrazzati). Il caso di tangenti al governo indiano per la vendita di elicotteri, che ha coinvolto il precedente presidente Giuseppe Orsi, rappresenta un classico esempio di tale connubio pubblico-privato: intermediazione, anche per mezzo di mazzette, del potere statale nelle trattative intergovernative, a vantaggio di interessi essenzialmente privati.  

Chiarito nei limiti di questo articolo il quadro in cui dobbiamo collocare la vicenda, passiamo alla cronaca politica. «Lo dissi quando fu nominato e lo ripeto oggi dopo la sentenza. Trovo vergognoso che De Gennaro sia presidente di Finmeccanica». Con questo ruggente comunicato, pubblicato su Twitter l’8 aprile, il presidente del PD Matteo Orfini apriva le danze. Ma Orfini, si sa, non è diretta emanazione di Renzi; almeno questo sostengono generalmente le testate nazionali. Forse si tratta veramente di un’iniziativa personale, come tutti si sono affrettati a dire? A mio modo di vedere, le cose non stanno in questo modo. Ecco infatti l’intervento di Serracchiani, la cui vicinanza al primo ministro non può essere messa in dubbio: «Non parlo di dimissioni, ma se siamo di fronte ad una responsabilità politica, se De Gennaro ne deve rispondere, lo valuterà la coscienza. Le persone che ricoprono ruoli importanti della società devono tener conto delle proprie responsabilità morali, che prescindono dalle assoluzioni». Insomma, sì: al netto del politichese, De Gennaro deve dimettersi. Si tratta di esternazioni del tutto identiche a quelle fatte per il caso Lupi; anche qui si fa ipocritamente riferimento alla coscienza personale per dare in sostanza un’indicazione molto semplice: te ne devi andare. Renzi l’8 aprile tace, ma appare evidente che la volontà del governo fosse quella di eliminare De Gennaro e nominare un proprio uomo in Finmeccanica. Matteo manda avanti i sui luogotenenti per sondare il terreno, come ha fatto in più occasioni. 

Perché poi la retromarcia del 9 aprile? Renzi di fatto ha dato spiegazione di questo repentino cambiamento nella stessa conferenza stampa: a suo dire, il governo riconferma la fiducia a De Gennaro «per il rispetto che dobbiamo a Finmeccanica, ai suoi azionisti, alle persone che credono in questa società anche sui mercati». In sintesi, il governo ha ricevuto pressioni da parte degli interessi privati legati alle attività di Finmeccanica affinché il presidente non fosse cambiato e si è immediatamente rimesso in riga. Ecco la sostanza del caso De Gennaro. 

Ora veniamo alla lezione che questa squallida vicenda ci dà. Sulle testate della grande stampa e nei principali talk show televisivi e telegiornali è da tempo tutto un celebrare la sagacia e l’abilità politica di Renzi, il suo dinamismo e la sua volontà di non fare compromessi; in una parola, la sua forza. Tale retorica è ampiamente presente anche nelle dichiarazioni di coloro, politici o giornalisti, che si pongono in modo critico nei confronti del premier, i quali lo dipingono in continuazione come un autocrate, un giocatore d’azzardo, di spericolato timoniere, ecc., delineandone nei fatti un’immagine vigorosa di onnipotente genio maligno. Nella realtà Renzi è, dopo Berlusconi, l’uomo più sopravvalutato della nostra mediocre epoca. D’altronde una classe dominante in asfissia non può che produrre una classe dirigente di vomitevoli arrivisti; questo non toglie però che debba celebrarli. Anzi, tanto più sono insulsi, tanto più vanno celebrati! La linea politica di Renzi è presto detta: attaccare chi è debole (il sindacato, l’inoffensiva opposizione interna al PD, Alfano e l’Ncd), ostentare sicurezza e arroganza nei suoi confronti, in modo da comunicare all’opinione pubblica un’immagine di forza e di risolutezza; tutto ciò in realtà viene fatto allo scopo di nascondere il più possibile la sudditanza totale del governo ai poteri forti, ai potentati pubblici e privati. Essere forte con chi è debole e debole con chi è forte. In questo si riassume la tattica di Renzi. Ma questo è un segno di debolezza, non di forza.

Ora resta da capire come mai un personaggio del genere non abbia fin’ora incontrato ostacoli degni di questo nome. Anche in questo caso la cosa è detta in breve: nessun suo oppositore politico ha veramente voluto fermarlo. Nessuno ha giocato per vincere. Non la minoranza PD (inutile dirlo), non il Movimento 5 stelle, che da quando è in Parlamento ha rinunciato a mobilitare l’opinione pubblica, non la Cgil, che è giunta allo sciopero del 12 dicembre a jobs act approvato. E qui arriviamo al punto! È soltanto la mobilitazione di massa che può fare chiarezza. Di fronte a una mobilitazione seria e portata avanti con l’intenzione di vincere, i bonus, i tesoretti, i tweet, tutto l’armamentario di tatticismi da venditore di enciclopedie di cui Renzi è costretto a servirsi per nascondere la propria inconsistenza, perderanno inesorabilmente qualsiasi efficacia.

19/04/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Carlo Seravalli

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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