Quale Piano B per l'Italia?

Anche in Italia dobbiamo creare uno spazio di convergenza delle lotte contro il capitalismo e le sue politiche.


Quale Piano B per l'Italia?

Costruire uno spazio che cominci a connettere i conflitti è ormai ineludibile: non possiamo più permetterci di condurre lotte solo locali, solo di settore, solo di frazioni della sinistra, generalmente irrilevanti e ostili l'una verso l'altra. Contro la saldatura tra classi dominanti e ceto politico, contro le politiche di austerità, l'attacco ai diritti, alle Costituzioni, ai beni comuni, che dalla Troika giungono ai governi e agli enti locali, contro le politiche belliciste e di respingimento, contro le nuove forme della dominazione imperialistica.

di Cristina Quintavalla

L’assemblea per il Piano B in Italia assume un importante significato politico: quello di provare a costruire una mappa condivisa del conflitto nello spazio della UE.

Spagna, Francia, Grecia sono i teatri della nuova rivolta, che sta divampando contro l'attacco condotto ai popoli, nello spazio UE e extra-UE, da parte dei grandi gruppi finanziari e del grande capitale multinazionale.

Contro la saldatura tra classi dominanti e ceto politico, contro le politiche di austerità, l'attacco ai diritti, alle Costituzioni, ai beni comuni, che dalla Troika giungono ai governi e agli enti locali, contro le politiche belliciste e di respingimento, contro le nuove forme della dominazione imperialistica. Contro tutto questo dobbiamo saper sviluppare analisi puntuali e dense della fase attuale, per individuare i fronti in cui si concentra l'attacco del capitalismo neoliberista e le direttrici del processo di accumulazione ed espansione del capitale che sta prendendo d'assalto nell'intero spazio europeo lavoro, sanità, istruzione, servizi, patrimonio pubblico.

La grande manifestazione di sabato 7 maggio contro i due trattati di libero scambio tra USA e Europa, il TTIP e il TISA, ha scritto una pagina importante di questa lotta.

Anche in Italia dobbiamo creare uno spazio di convergenza delle lotte e a partire dall’assemblea di Roma possiamo contribuire a costruirlo.

Queste sono state le esigenze poste nel corso della tre giorni madrilena del 19-20-21 febbraio che vorremmo raccogliere come una sfida alla luce della durezza degli attuali rapporti di dominazione, soprattutto dello scontro di classe in atto, sempre più esteso dal punto di vista sociale e geografico, ma anche alla luce della difficoltà della sinistra di connettersi, di fare rete e di saper opporre un vasto fronte oppositivo nelle grandi vertenze nazionali e nella UE, ma anche nelle vertenze che si aprono nei territori.

Costruire uno spazio che cominci a connettere i conflitti è ormai ineludibile: non possiamo più permetterci di condurre lotte solo locali, solo di settore, solo di frazioni della sinistra, generalmente irrilevanti e ostili l'una verso l'altra. La grande lezione che ci viene dalla Spagna, dalla Francia, dalla Grecia pone l'esigenza irrinunciabile di connettere lavoratori, studenti, precari, disoccupati, migranti economici, richiedenti asilo, ma anche di mettere insieme ambientalisti, sindacati di base e non, gruppi, movimenti...

Connettere i luoghi in cui precipita la crisi economico-sociale, a partire dai luoghi di lavoro, per arrivare alle periferie, dove miseria,sfratti, disoccupazione, precarietà aprono uno squarcio drammatico sulla crisi e sulla marginalità sociale, per arrivare alle scuole e università frequentate dai futuri giovani precari, la generazione che sarà senza lavoro, senza diritti, senza pensioni, sola sul mercato della competizione globale.

La globalizzazione è stata una spietata dittatura delle merci e dei capitali e la degradazione di quasi tre miliardi di esseri umani alla condizione di schiavi, poveri, profughi. Sotto i nostri occhi le perversioni belliche e predatorie di questo modello di sviluppo contro la vita stanno istituendo una grande apartheid economica in cui è rinchiusa un'umanità resa superflua, confinata dentro i grandi campi di una nuova esclusione, recintata da muri, filo spinato, militarizzazione delle frontiere. I governi europei sono artefici di nuove politiche liberticide ed in aperta violazione dei trattati internazionali, del diritto di asilo e del rispetto dei diritti umani.

L'Unione Europea può rispondere con la chiusura delle frontiere e con i rimpatri senza che si assuma la responsabilità delle guerre a cui ha partecipato, dove sono state provocati il crollo delle strutture statali, la "settarizzazione" etnica e religiosa?

L'anno scorso il 75% dei rifugiati proveniva da Siria e da paesi con guerra o dittature, a seguito della cosiddetta “esportazione della democrazia”. Fughe di massa e migliaia di morti in mare e terra sono stati il danno collaterale di una serie di guerre che l'occidente ha scatenato in ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. La questione dei rifugiati è oggi uno dei principali fattori di sfaldamento dell'UE. Questo processo disgregativo è favorito dall'accoglimento del principio secondo cui ogni paese membro che sia in disaccordo, potrà negoziare statuti speciali con clausole di esclusione rispetto alle politiche di accoglienza dei rifugiati. Nello spazio Schengen, zona teorica di libera circolazione, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria, paesi baltici, Macedonia, Austria sono fortemente ostili a condividere politiche di accoglienza per i rifugiati e accettare piani di ricollocazione. Tutti i paesi dell'area balcanica, insieme con l’Austria, nel corso del vertice di Visegrad hanno deciso di rifiutare il meccanismo delle quote obbligatorie di rifugiati da ricollocare e di chiudere le frontiere tra Grecia e Macedonia, lasciando la Grecia sola a gestire flussi pari al 90% del totale. La “civile” Danimarca procederà al sequestro dei beni in possesso degli immigrati, che eccedano il valore di 1.340 euro. Verranno tassati d'ora in poi i richiedenti asilo. La GB “non accetterà accordi che non rispettino i bisogni britannici”. Tra essi le restrizioni di salari e il non accesso al welfare per i lavoratori immigrati e le loro famiglie. Il capo economico della Deutsche Bank, Folkert-Landau, ha detto che il flusso migratorio suggerisce di abolire il salario minimo ed il principio di uguale retribuzione per uguale prestazione. I rifugiati, nel bisogno impellente di trovare lavoro, potranno essere retribuiti con salari inferiori.

“Il movimento migratorio stesso è diretta conseguenza di interventi politici, economici e militari perpetrati dagli stessi Stati di destinazione dei migranti”, dicono i firmatari del tavolo Pensare migrante.

In tutti i paesi europei oggi al centro c'è l'attacco condotto al mondo del lavoro. Mai come oggi i lavoratori sono soli, divisi, ricattati, senza soggettività né rappresentanza politica: le conquiste strappate sono state cancellate. In italia la frammentazione prodotta da oltre una quarantina di tipologie contrattuali ha sbriciolato l'unità e con essa la forza oppositiva della classe lavoratrice. Ad essa si affiancano peraltro le nuove figure sociali del mondo del lavoro, i moderni schiavi senza diritti, ed i tanti a cui il lavoro è negato e che pure costituiscono vasti strati di proletariato sfruttato in modo intermittente e senza garanzia alcuna, anche al di fuori della fabbrica industriale, spesso non sindacalizzati, nè organizzati politicamente, in balia del ricatto rappresentato dalla concorrenza di un esercito di manodopera di riserva.

Il lavoro è al centro delle controriforme della UE e della BCE.

Questo è esemplificato dalle lettera di Draghi e Trichet al governo italiano, i cui principali diktat sono: “Le sfide principali sono l'aumento della concorrenza, e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro. (...) la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali attraverso privatizzazioni su larga scala. (...) riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. (...)accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti. (...) Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio

La manomissione dell' art. 18 e dello Statuto dei lavoratori, la legalizzazione della flessibilità per assicurare con la forza della legge i licenziamenti per motivi economici, la precarizzazione e ricattabilità per i nuovi assunti, la fine del diritto alla reintegra, i licenziamenti collettivi per motivi economici, l’estensione dell'utilizzo di voucher e delle più umilianti forme di lavoro schiavile; l'attacco alla contrattazione collettiva nazionale, al diritto di sciopero, agli ammortizzatori sociali, alla certezza del lavoro fisso e stabile, alla rappresentanza sindacale, il demansionamento per i lavoratori occupati, la flessibilità (ossia il prolungamento) dell'orario di lavoro in base alle esigenze, della produzione garantiscono al sistema produttivo la realizzazione di plus-valore, conditio sine qua non per competere sul mercato globale (vedi il Jobs Act in Italia, così come la legge El Kohmri in Francia).

La determinazione padronale oggi in italia è quella di privilegiare la contrattazione aziendale, per legare il salario alla produttività. La legge di stabilità 2016 garantisce infatti la defiscalizzazione dei premi di produttività, infilando con un colpo solo l'obiettivo di assicurare sgravi fiscali, dividere i lavoratori, subordinare i salari all'aumento della produttività nelle aziende.

Siamo in presenza peraltro di un nuovo modello di welfare che prevede a fianco di quello fornito dalle istituzioni pubbliche, sempre più gravato da tagli, un ruolo di tipo integrativo della sfera privata (sanità integrativa privata, fondi pensioni, ecc...) con cui le imprese, sostenute da sgravi fiscali e contributivi, svolgeranno un ruolo decisivo nella nuova configurazione di uno stato sociale privatistico. Gli 8.000 euro di incentivi alle imprese per assumere lavoratori a tutele decresciute sono soldi pubblici, sottratti alla fiscalità nazionale e dunque alla spesa pubblica.

Vale la pena riflettere sulla insignificanza - non solo in Italia ma anche in Europa - della ripresa del Pil estremamente lenta: Vladimiro Giacchè ha sottolineato che il saggio di crescita è pari alla metà di quello degli anni compresi tra il '50 e il '73 che in genere era superiore al 4% annuo, anche alla luce di condizioni quali il basso costo del denaro, i tassi d'interesse vicini allo zero, il basso costo del petrolio. Ci sono economisti che delineano scenari di “stagnazione secolare” (Laurence Summers), poiché a sei anni dallo scoppio della crisi, la ripresa langue. Krugman prevede che si riproporranno periodicamente periodi come quello che ha caratterizzato gli ultimi sei anni.

Sotto accusa c'è evidentemente un modello economico di crescita insostenibile, perchè basato su finanza e debito. La crisi mondiale del debito, causa ed effetto disquilibri finanziari e bolle speculative, ha prodotto povertà pubblica e ricchezza privata.

Il vero problema pare essere rappresentato dalla caduta degli alti tassi di interesse nel mondo industrializzato, provocato dalla caduta tendenziale del saggio di profitto per effetto della concorrenza globale. Di qui la propensione a deindustrializzare, delocalizzare, tagliare, spacchettare e ristrutturare le fabbriche, svenderle al capitale straniero, smembrarle. E sempre di qui la propensione ad aumentare la quota di capitale destinata alla speculazione finanziaria, persino immobiliare, che garantisce punti più alti di rendita. Ha ragione Bellofiore quando dice che oggi siamo in presenza della sussunzione del lavoro alla finanza e al debito. La creazione del valore è stata riorganizzata e redistribuita a livello globale, determinando la divisione internazionale del lavoro che crea un esercito di lavoratori atipici, riciclabili e sostituibili, in competizione tra loro su mercato del lavoro.

Questa, insieme con le guerre, è la causa dei processi migratori in atto che pertanto non sono destinati a finire, in quanto strutturali rispetto a questo modello di sviluppo. Questo è un sistema di dominio che ripone le sue prospettive di uscita dalla crisi solo in processi di sempre maggiore privatizzazione delle risorse, nel processo di ampliamento di ciò che è sul mercato, nello smantellamento di ciò che resta dei sistemi di welfare, e nella riconduzione sotto la logica del profitto di quelle prestazioni sinora garantite dallo stato e dalle istituzioni pubbliche.

Che fare quindi? Intanto iniziare a ragionare insieme sulla necessità di costruire la transizione verso forme sociali alternative, una sorta di mappa della transizione e del conflitto.

Lordon dice che “si deve passare dalla rivendicazione di qualche briciola alla messa in discussione del quadro generale; ci battiamo contro la legge El Kohmri, ma ambiamo a un mondo altro rispetto a quello che questa legge presuppone, contro l'impero e l'imperio capitalista”. C'è infatti nel movimento francese una grande radicalità che parla di sovversione del presente, di “lotta contro la sovranità del capitale”.

La vicenda greca d'altro canto ha rappresentato al meglio cosa è capace di fare la Troika, ma al contempo il fallimento delle politiche di austerità che ha attuato. Il governo Tsipras, dal canto suo, ha mostrato quanto sia rovinosa l'illusione di poter trattare con la Troika per strappare migliori condizioni, rinunciando a pretendere l'inesigibilità del debito greco, rinunciando alla dimensione del conflitto, insomma di poter governare l'uscita dalla drammatica crisi economica del suo paese dall'interno delle attuali politiche economiche e di queste istituzioni europee. Alla luce dell'esperienza greca è necessario porre al centro la rottura con il capitalismo e la questione dell'illegittimità del debito. Al contempo va denunciato il naufragio delle cosiddette sinistre di governo. Hollande – dice sempre Lordon - è nuova destra, “partito indifferenziato della globalizzazione neoliberista”. Proprio come il PD qui nel nostro paese.

Dobbiamo ripensare il rapporto con le istituzioni, veri e propri comitati d'affari. L'ingresso nelle istituzioni non deve più essere un fine, ma dei luoghi da presidiare, poichè artefici delle scelte con cui viene espropriata la vita (debito,  pareggio di bilancio, tagli spesa pubblica, politiche austerità). Riappropriarci dei diritti negati è riappropriarci in primo luogo degli spazi di partecipazione, dal basso, sui bisogni reali, sempre contro il potere capitalista.

Dobbiamo porre al centro anche l'esigenza che il Piano B sia femminista o non sarà, intendendo che è dal femminismo e dalla rottura col modello economico che opera sul terreno di relazioni di potere (contro il paradigma del maschio padrone, bianco, borghese, dominatore, guerrafondaio) che proviene un'altra idea di vita in comune, al servizio del vivente, anziché contro di esso, un'altra economia contro un modello socio-economico pervertito che mette la vita al servizio del sistema di accumulazione economico, per un'economia orizzontale, fondata su meccanismi collettivi di riappropriazione della ricchezza, su forme di responsabilità collettiva e condivisa.

Infine dobbiamo porci l'obiettivo apertura di un nuovo processo costituente a livello europeo. “Non c'è alternativa senza Europa, non c'è alternativa in questa Europa”, scrivono i compagni di Nuit debout, che invitano a costruire “insieme una nuova primavera globale facendo cadere le frontiere, per iniziare a mettere in campo una grande azione nella UE e internazionale il 15 maggio contro la precarietà, i diktat dei mercati finanziari, la distruzione dell'ambiente, le guerre, il militarismo, il degrado delle nostre condizioni di vita”.

Concludo citando il documento conclusivo del Summit del CADTM (comitato per l’abbattimento del debito illegittimo) a Tunisi, che propongo sia fatto nostro: “noi rivendichiamo il nostro impegno anticapitalista, femminista, internazionalista e vogliamo ricordare che nella lotta contro ogni forma di oppressione, dobbiamo porre al centro dell'azione l'educazione popolare, la mobilitazione, la disobbedienza civile e l'auto-organizzazione delle lotte”.

13/05/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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