Welfare e diritti

Riflessioni sul tavolo Welfare e diritti dell’assemblea nazionale di Potere al Popolo in programma a Napoli il 26 e 27 maggio.


Welfare e diritti Credits: https://comune-info.net/2017/03/cose-lavoro-oggi/

Con il termine Welfare (State) si indica generalmente il “complesso di politiche pubbliche messe in atto da uno Stato che interviene, in un’economia di mercato, per garantire l’assistenza e il benessere dei cittadini, modificando in modo deliberato e regolamentato la distribuzione dei redditi generata dalle forze del mercato stesso” (enciclopedia Treccani). Si tratta, dunque, di politiche volte a redistribuire in modo più giusto ed equo le ricchezze prodotte dal modo capitalistico di produzione, nel quale, come osservava il padre stesso del liberalismo Adam Smith: dietro ogni ricco ci sono almeno cinquecento persone condannate a una vita di stenti. Abbiamo, quindi, un modo di produzione che si sviluppa unicamente creando un numero crescente di membri, di quella che Hegel definiva la “plebe moderna”, ovvero una classe sociale in quanto tale potenzialmente sovversiva, dal momento che non può avere nessun interesse alla sopravvivenza di un sistema economico che la condanna – indipendentemente dalla sua volontà e dalle sue stesse azioni – in uno stadio di miseria.

Coscienti di ciò, le stesse classi dominanti, nel corso della storia del capitalismo, si sono viste più volte costrette a modificare in un senso più equo la distribuzione della ricchezza, per preservare un modo di produzione che generalmente garantisce a chi sfrutta il lavoro altrui profitti e privilegi, mentre condanna chi è costretto a vendere la propria forza-lavoro a essere sfruttato, a svolgere un’attività lavorativa alienante, ricevendo in cambio unicamente il necessario per continuare a lavorare negli anni migliori della propria vita e nelle ore migliori della propria giornata per fare arricchire il proprio sfruttatore, con il serio rischio di lasciare questa penosa incombenza alla propria stessa prole.

Appare quindi evidente che tali concessioni sul piano distributivo siano in ultima istanza funzionali a chi intende mantenere in vita un modo di produzione sempre più ingiusto e irrazionale, che non può che riprodurre differenze di reddito sempre più accentuate fra chi vive dello sfruttamento del lavoro altrui e chi è costretto a vendere la propria forza lavoro come una merce del più infimo valore. Mediante queste concessioni dall’alto, o riforme, che sono il fondamento di quella che Gramsci definiva, a ragione, rivoluzione passiva, la classe dominante isola le minoranze consapevoli e rivoluzionarie dalle masse facili preda dell’ideologia dominante, concedendo dall’alto parte di quanto rivendicato con le lotte dal basso, a patto che non sia messo in discussione il modo di produzione fondato sullo sfruttamento. Naturalmente, nel momento stesso che le avanguardie dei subalterni saranno isolate e poste in condizione di non nuocere, naturalmente tali concessioni o riforme dall’alto perderanno il loro significato e saranno via via tolte di mezzo, come la storia dell’ultimo quarantennio ancora una volta ha ampiamente dimostrato.

Sarebbe, dunque, decisamente più razionale e risolutivo, piuttosto che limitarsi a lenire gli effetti, curare le cause, ovvero non limitarsi a intervenire su una distribuzione dettata necessariamente da un determinato modo di produzione, ma cambiare direttamente quest’ultimo. Anche perché le riforme su cui si basa il mito del Welfare State, all’interno del modo capitalistico di produzione, sono rese possibili da una congiuntura economica favorevole che garantisce ampi margini di profitto, rendendo così possibile una parziale redistribuzione, per mantenere subalterne le masse degli sfruttati. Tuttavia, come è noto, anche se spesso proprio perciò non conosciuto, il modo di produzione capitalistico con il suo sviluppo, a causa della stessa concorrenza, produce inevitabilmente la caduta tendenziale del profitto, da cui si sviluppano crescenti crisi di sovrapproduzione. Queste ultime provocano una crescente disoccupazione, anche per la progressiva sostituzione del lavoro morto con il lavoro vivo, facendo così crescere l’arma del ricatto dei disoccupati e dei sottoccupati, sugli occupati, affinché accettino salari più bassi e peggiori condizioni di lavoro. Inoltre, come dimostrato ampiamente dalla storia degli ultimi quarant’anni, con la crisi di produzione, riducendosi progressivamente i margini di profitto, i capitalisti hanno sempre meno da redistribuire per mantenere soggiogate le classi subalterne.

Inoltre non bisognerebbe dimenticare che tali politiche redistributive sono state a lungo rese possibili dagli extra-profitti resi possibili dalle politiche imperialistiche. Queste ultime hanno consentito alla classe dominante di corrompere i gruppi dirigenti delle classi dominate, generalmente composte da intellettuali tradizionali di origine borghese, trasformandole in aristocrazie operaie. Queste ultime non solo sono state il principale impedimento alla realizzazione della Rivoluzione in occidente, ma sono state, proprio perciò anche la principale causa del relativo fallimento delle “rivoluzioni in oriente”, nate per favorire le prime e bisognose di esse per potersi realizzare. Inoltre hanno portato la massa inconsapevole del proletariato a sostenere i propri sfruttatori, ovvero le proprie borghesie nazionali, prima nelle politiche imperialiste volte a far pagare le miserabili riforme nei paesi colonizzatori alla crescente miseria e sfruttamento dei popoli colonizzati, fino a supportare le stesse guerre imperialistiche, quale necessario momento di sviluppo dell’imperialismo.

Questo ha portato all’affossamento dell’internazionalismo e a far sì che i lavoratori di tutto il mondo, invece che unirsi per emanciparsi dalla schiavitù del lavoro salariato, hanno finito con il supportarne l’espansione a livello planetario, facendosi utilizzare come carne da cannone in guerre fratricide contro gli sfruttati di altri paesi. Si tratta della stessa logica che porta i proletari privi di coscienza di classe a farsi convincere della necessità di portare avanti la guerra tra poveri nei confronti dei “deportati della borghesia” ovvero della forza-lavoro straniera costretta a emigrare. Con il brillante risultato di lucrare qualche insulso miglioramento della propria condizione di sfruttato, al prezzo di retrocedere da classe proletaria potenzialmente rivoluzionaria a nuova plebe essenzialmente portata a difendere i propri miseri privilegi nei confronti dei lavoratori stranieri.

Tanto più che l’idea di poter trasformare con una politica di riforme essenzialmente distributive il capitalismo in un sedicente Stato sociale o addirittura in un Welfare State – ossia in uno Stato che garantirebbe il benessere a tutti i proprio cittadini dalla culla alla tomba – è la base stessa del revisionismo che ha portato a una spaccatura generalmente non più ricomposta del fronte degli sfruttati a tutto vantaggio degli sfruttatori. Il revisionismo riformista fa credere che la crisi non sia strutturale al modo di produzione capitalistico e che non vi sia una necessaria contrapposizione fra forza-lavoro e capitale. Dà infatti a intendere che, mediante una politica neocorporativa, che abbandoni la lotta di classe dal basso delle masse di sfruttati, si potrebbe trovare un accordo utile tanto agli sfruttatori, quanto agli sfruttati. I primi, infatti, con una politica di riforme potrebbero impegnare disoccupati e sottoccupati in lavori socialmente utili e, al contempo, migliorare le retribuzioni così da far aumentare la domanda e far venire meno la crisi. Come se i profitti non dipendessero proprio dall’elevato livello di sfruttamento degli occupati, reso possibile proprio dalla presenza di un ampio esercito di riserva, che porta sempre al livello più basso il valore della forza-lavoro. Inoltre non si tiene conto del fatto che la crisi è di sovrapproduzione, innanzitutto di capitali da investire in attività produttive, e non una crisi di sottoconsumo.

Inoltre, come ricordavano Lenin e Rosa Luxemburg sono solo i rivoluzionari che riescono a ottenere quantomeno le riforme, proprio perché – mettendo in discussione il modo di produzione fondato sullo sfruttamento – costringono la classe dominante a concedere delle riforme per indebolire il fronte rivoluzionario. Al contrario i riformisti puntando direttamente alle riforme non solo non le ottengono, ma finiscono per contribuire all’ideologia dominante che presenta le contro-riforme come riforme, come si è ampiamente potuto osservare negli ultimi decenni.

Tanto più che, come notava già Marx, una lotta portata avanti sul solo piano sindacale, tradeunionistico, economico, anche nel caso fosse vincente nel breve termine, nel medio termine non potrebbe che dimostrarsi, necessariamente, controproducente. Dal momento che ogni conquista in termini di salario, di riduzione dei ritmi e dei tempi di lavoro, non può che o restringere i margini di profitto, al punto da convincere i capitalisti a investire altrove, o renderanno le merci prodotte non più competitive sul mercato, favorendo le dismissioni e i relativi licenziamenti.

Infine la rappresentazione dello Stato dell’alta borghesia, come uno Stato sociale o addirittura del benessere, ha costituito uno degli aspetti più potenti dell’ideologia dominante, un eccezionale strumento di egemonia, ossia di dominio con il consenso dei dominati. Nel momento in cui, a partire da Bismarck, il cancelliere di ferro prussiano, o da Napoleone terzo lo Stato ha strappato alle forme di organizzazione e autoorganizzazione dei lavoratori gli strumenti mutualistici, che ne costituivano uno di punti di maggiore forza, ha indebolito le forme di coalizione degli sfruttati e ha portato il movimento proletario da posizioni rivoluzionarie a posizioni sempre più impotentemente riformiste. Infatti il sedicente Stato sociale o il Welfare State sono stati degli strumenti essenziali per far perdere alle masse degli sfruttati quegli aspetti determinanti della coscienza di classe, che li portava a considerare lo Stato e la società civile come strumenti del dominio dei padroni e, quindi, qualcosa contro cui battersi in modo rivoluzionario, non avendo nientaltro da perdere che le proprie catene. Nel momento in cui tali indispensabili servizi, dalle pensioni alle assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, sono stati sottratti alle organizzazioni dal basso dei lavoratori e gestire dall’alto dai dirigenti dello Stato del grande capitale, ha fatto apparire ai lavoratori lo Stato non più come uno strumento di oppressione di classe, ma come un essenziale dispensatore di servizi, da difendere dinanzi alle forze, in quanto tali negative, dell’economia. In tal modo non solo si finisce con il naturalizzare l’economia capitalista, fondata sullo sfruttamento, ma si portano i lavoratori a divenire i massimi sostenitori del principale strumento politico da cui sono dominati.

In tal modo, scambiando le strutture dello Stato, con cui esercita la decisiva egemonia sulla società civile – che consente agli oppressori di continuare a dominare con il consenso degli oppressi – per strumenti assistenziali, per qualcosa di pubblico, di proprietà collettiva, sociale e, in quanto tale, rivolto al contrario del privato al bene comune, si perde di vista il dato di fatto che anche tutto ciò che è pubblico nello Stato borghese è funzionale agli interessi e ai profitti dei privati. Basta pensare agli appalti pubblici che sono generalmente fonte di profitti per i privati, di spese eccessive da parte dei cittadini e strumento di corruzione del ceto dirigente. Tutto ciò favorisce l’ideologia neoliberista che, proprio giocando sulle disfunzioni di un pubblico sempre soggetto agli interessi dei privati, fa credere che le liberalizzazioni, ovvero la svendita ai privati di quei settori pubblici che possono essere fonte di profitto, siano oggettivamente vantaggiose, in quanto garantirebbero maggiore efficienza e trasparenza.

Andrebbe, in ultimo, ricordato che proprio il necessario malfunzionamento del settore pubblico in uno Stato capitalistico sia tra le maggiori cause di quel diabolico meccanismo del debito, per cui ad esempio il nostro paese è ormai da anni soggetto a politiche di austerità e sacrifici che, andando a pagare interessi sempre più salati, hanno fatto aumentare ulteriormente il peso del debito pubblico.

26/05/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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