Barriere di classe, genere e razza

Una grande occasione sostanzialmente mancata per far riflettere il grande pubblico su tematiche essenziali come le grandi esclusioni di classe, genere e razza caratteristiche delle società liberali.


Barriere di classe, genere e razza Credits: www.barriere-ilfilm.it

BARRIERE di Denzel Washington Usa 2016, valutazione: 7/10

Forse il film più significativo fra quelli candidati all’Oscar, certamente quello dal contenuto più sostanziale e che lascia più da pensare allo spettatore. Il film sin dal titolo prende di petto uno degli aspetti fondamentali della critica della società capitalista ovvero il suo originario rimosso: le barriere che di classe, genere e razza che hanno da sempre impedito ai grandi valori della tradizione liberale di avere una validità universale. Al centro di Barriere sono coraggiosamente posti, in modo decisamente contro corrente, i destini tragici di proletari afroamericani e in particolare la sorte ancora più tragica che spetta nella società capitalista statunitense a una moglie e ai figli di una famiglia patriarcale della working class afroamericana.

Il protagonista – un magnifico Denzel Washington, anche valente regista, che avrebbe meritato l’oscar come migliore attore – incarna nel modo più verosimile un proletario doppiamente sfruttato in quanto afroamericano. Quest’ultimo ha vissuto sulla propria pelle la situazione di sostanziale apartheid vissuto dagli afroamericani in quegli anni cinquanta vergognosamente idealizzati in La la land. Gli afroamericani sono condannati a una vita da fuori casta, da plebe moderna, da sottoproletariato, sono considerati aprioristicamente un pericolo per una società, in cui non possono in alcun modo riconoscersi, e quindi sono soggetti a una incarcerazione di massa preventiva.

In tal modo alla faccia della meritocrazia e della società multietnica che dovrebbe caratterizzare il sogno americano gli afroamericani vedono frustate le loro ambizioni sociali anche se fondate su una vocazione e delle attitudini davvero fuori dal comune. La loro pressoché esclusiva possibilità di ascesa sociale dal Lumpenproletariat (alla lettera: proletariato degli straccioni), è di servire come carne da cannone nell’esercito imperialista a stelle e strisce. Massacrando altri proletari e facendosi massacrare per consentire al paese che li condanna a vivere in uno stato di apartheid di dominare a livello internazionale schiacciando altri popoli.

Questo stato di oppressione, di rabbiosa impotenza, di costante frustrazione finisce per essere scaricato dal proletario capofamiglia sulla moglie e i figli. Privi di coscienza di classe, i proletari subiscono passivamente l’egemonia della società dominante, che salvaguarda i propri sempre più irrazionali e ingiusti rapporti di produzione mediante il classico divide et impera, attraverso la guerra fra poveri, in questo caso nella forma dell’oppressione patriarcale. La donna – ottimamente interpretata da Viola Davis, meritato premio oscar come migliore attrice non protagonista – è condannata alla schiavitù domestica ed è così del tutto prigioniera dei capricci del proprio uomo, che può tradirla con una donna più giovane. In tal modo emerge chiaramente quella cattiveria del povero privo di coscienza di classe, ben resa da Denzel Washington che in tal modo riesce a interpretare in modo straniato il suo personaggio facendocelo vedere nei suoi contraddittori aspetti di vittima e al contempo carnefice.

Anche in tal caso però la critica sociale non riesce ad andare veramente a fondo, per l’impostazione naturalista tipica del cinema americano di opposizione. L’adesione e la rappresentazione della vita nella sua immediatezza impedisce di superare l’alienazione e la reificazione proprie della società capitalista, impedendo di comprendere le reali cause dell’oppressione e di organizzare una qualche forma efficace di lotta, che consenta al film di indicare una qualche prospettiva.

Anzi l’unica vera lotta portata avanti dal protagonista, contro la discriminazione razziale sul posto di lavoro, appare del tutto irrealisticamente vincente, anche se portata avanti in modo individualistico. Ciò dà ad intendere la possibilità per il discriminato di appellarsi individualmente alla giustizia del sistema che provvederà a risanare il torto. Certo tale felice soluzione sembra essere più l’eccezione che la regola, ma questo non è imputato tanto dal film al classismo e al razzismo nell’amministrazione della (in)giustizia, ma nel fatto che gli altri oppressi non abbiano la necessaria fiducia in tale possibilità di riscatto.

Anzi questo resta indubbiamente il maggiore difetto del film dal punto di vista del contenuto, in quanto sembra che siano in ultima istanza gli stessi oppressi a costruire le barriere che li costringono a subire l’apartheid, in quanto questo pare più essere l’ombra di un passato ormai superato dall’evoluzione della società statunitense. Per cui si finisce per suggerire una prospettiva di autentico rovescismo storico in cui sarebbero gli oppressi, che avendo ormai interiorizzato tale condizione, sarebbero i reali e primi responsabili della loro esclusione.

Dal punto di vista formale, infine, il principale difetto del film è da ricercare nella incapacità di realizzare da un punto di vista cinematografico una sceneggiatura basata su un testo teatrale di August Wilson. Proprio perciò il film non decolla mai, non solo per la mancanza di una qualche prospettiva di riscatto dal punto di vista del contenuto – con la catarsi ridotta alla stoica accettazione del proprio tragico destino, della propria condizione subalterna –, ma anche dal punto di vista formale visto che si rimane troppo legati alla struttura teatrale dell’opera. Inoltre come troppi film che mirano al consenso della critica, anche nel caso di Barriere si ritiene erroneamente che il mancato rispetto della durata standard, imposta dell’industria culturale, sia in quanto tale una garanzia di artisticità. Secondo una concezione meramente quantitativa della perfezione, che scade inevitabilmente nella cattiva infinità e nella noia dello spettatore.

18/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: www.barriere-ilfilm.it

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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