Il verdetto e La diseducazione di Cameron Post

Due validi film di denuncia dei danni provocati alla vita dalla visione mitologico-religiosa del mondo.


Il verdetto e La diseducazione di Cameron Post Credits: https://cinema.everyeye.it/notizie/il-verdetto-the-children-act-emma-thompson-nel-primo-trailer-italiano-del-film-344724.html

The children act - Il verdetto di Richard Eyre e La diseducazione di Cameron Post di Desiree Akhavan sono due validi esempi di cinema illuminato, che lascia parecchio da riflettere allo spettatore senza negargli l’altrettanto decisivo godimento estetico. Sono per altro due film prodotti nei più aggressivi e reazionari paesi imperialisti a ulteriore dimostrazione che la notte più lunga eterna non è e che gli spazi di libertà di azione per contrastare la restaurazione oligarchica e liberista in atto, per quanto limitati e ristretti, ci sono e non si deve perdere nessuna occasione per sfruttarli, portando avanti a testa alta la lotta per l’emancipazione del genere umano.

Come ampiamente dimostrato oltre centocinquanta anni fa da Karl Marx l’emancipazione politica che caratterizza i paesi liberal-democratici non costituisce affatto l’emancipazione del genere umano. Al contrario finisce spesso, grazie all’ideologia dominante espressione degli interessi della classe dominante, occultando il processo in atto nei paesi liberal-democratici di de-emancipazione dal punto di vista economico e sociale – con l’accrescersi della polarizzazione economica e la sempre più rara possibilità di passaggio molecolare dai ceti subalterni ai ceti dominanti – per favorire una ripresa dell’antica visione del mondo mitologico-religiosa non solo ai danni della concezione del mondo filosofico-scientifica, ma a danno della vita stessa.

La religione offre, per quanto in modo artificiale, un cuore a una società che se ne è completamente privata in nome del nudo interesse e della cieca sete di profitto. È una forma di protesta, per quanto da un punto di vista decisamente reazionario, nei confronti della totale spietatezza della società capitalista. Inoltre fornisce, apparentemente a buon mercato, agli umiliati e offesi privi di coscienza di classe dei paradisi artificiali in cui cercare rifugio in una società dove i subalterni sono sempre più sfruttati nel migliore dei casi, o disoccupati o sotto occupati al punto da non arrivare alla fine del mese nel peggiore dei casi. Infine, soprattutto nella sua forma più radicale la religione, che non a caso si è affermata principalmente nei paesi anglosassoni e da lì tende a colonizzare i paesi del terzo mondo, tende ad accordarsi nel modo migliore con l’individualismo esasperato e il conformismo sociale che caratterizzano l’attuale fase di restaurazione liberista. La via di fuga, l’ancora di salvezza, in una società sempre più dominata dal più cinico darwinismo sociale, appare sempre individualistica e di conseguenza antisociale, in quanto il cristiano deve mirare sempre in primo luogo alla propria salvezza. Allo stesso tempo ogni forma di devianza dal pensiero e dall’eticità unica dominante tende a essere criminalizzato, in quanto ogni forma di anticonformismo è considerata con sospetto come un possibile pericolo per un ordine costituito sempre più violento, in quanto sempre più ingiusto, irrazionale e quindi incapace di egemonia sui subalterni.

In The Children act abbiamo una famiglia che, per uscire dalla miserevole mediocrità della sua esistenza e per poter godere di un po’ di vita sociale, di senso di comunità, che gli consenta di superare l’estremo individualismo asociale della restaurazione liberista, si consegna corpo e spirito a una delle tante sette fiorite nella liberal-democrazia statunitense che, in nome di una fede vissuta sino in fondo, crede che la Bibbia sia parola di dio e, quindi, pretende di seguirla alla lettera. Pretesa, naturalmente impossibile, viste le infinite contraddizioni presenti in libri scritti in epoche tanto diverse, come già mostrato prima da Abelardo e poi da Spinoza. La setta in questione ha stabilito, a partire dal 1945, di prendere alla lettera “il non mescolare il sangue”, presumibilmente retaggio della religione ebraica che ritiene, guarda caso, il proprio il popolo eletto da dio e, dunque, non deve mescolarsi con i gentili.

Tale massima, che aveva certamente un significato metaforico, non esistendo allora le trasfusioni, viene considerato da tale setta, fra le più diffuse, come un precetto divino che vieterebbe ogni trasfusione del sangue. Tale folle precetto, che in nome del sangue inteso come fonte di vita, va proprio a colpire la possibilità di un malato di sopravvivere, entra in contrasto con le leggi dello Stato quando è imposto dai genitori a un minorenne. Nel caso in questione il minorenne, però, è ormai a pochi giorni dalla maggiore età e si dimostra quanto mai convinto della sua missione di sacrificare la propria vita a una regola priva di ogni logica e moralità.

Nel film una giudice, che ha sacrificato tutta la sua vita etica familiare all’eticità della società civile, in cui nonostante l’ambiente ultra conservatore è riuscita a emergere e a imporsi, decide prima di emettere una sentenza in qualche modo scontata – anche se non può che stupire come la libertà individuale di religione, anche nei casi più estremi e assurdi, sia considerata così importante dai liberali anglosassoni al punto da mettere in questione il diritto di un minorenne a essere curato, ossia il diritto stesso alla vita di un adolescente – di sentire le ragioni del ragazzo.

L’incontro e il dialogo, per quanto contingentati, consentono di superare i pregiudizi intellettualistici che porterebbero a vedere nell’adolescente unicamente un fanatico, vittima della propria fede, di quella dei suoi genitori e della sua chiesa. Il ragazzo ha, oltre a una naturale voglia di vivere, di crescere e di apprendere, anche altre qualità tipiche della sua età, come l’ingenua buona fede e la ricerca di una guida spirituale. Così, nel momento in cui il giudice, sulla base della legge, della ragione e del sano buon senso umano lo “condanna” a vivere, l’adolescente scopre di aver vissuto in una comunità fittizia oltre che del tutto inaffidabile per la sua irrazionalità e ipocrisia, che in casi del genere appaiono due facce della stessa medaglia. Gli stessi genitori, infatti, che pur essendosi battuti sino all’ultimo per il sacrificio del loro unico figliolo, in nome della fede e per non essere espulsi dalla propria chiesa, ossia dalla loro riserva di socialità, non possono che dimostrarsi, naturalmente, felicissimi di non aver perso il loro unico figlio. Il che fa prendere coscienza al giovane di quanto irrazionale e al contempo ipocrita fosse la fede e la chiesa seguendo le quali i genitori erano sul punto di immolarlo.

A questo punto l’adolescente cerca un nuovo punto fermo, una nuova guida spirituale nella giudice, che prigioniera della vita etica a cui si è votata e condannata, non è in grado di uscire dal suo ruolo sociale e, dunque, non riesce a sostenere il fanciullo, tradendone ancora una volta l’ingenua fiducia, dal momento che il magistrato, andando oltre le regole per meglio svolgere la propria attività professionale, lo aveva illuso di essere personalmente coinvolto nella sua tragica sorte.

In La diseducazione di Cameron Post abbiamo la storia di un’adolescente orfana sedotta e abbandonata da una compagna di scuola, con un retroterra culturale e familiare ben più solido e altolocato. Così, nel momento in cui scoppia lo scandalo di questo amore omosessuale, in un ambiente provinciale particolarmente conservatore e, dunque, perbenista, puritano e, naturalmente, ipocrita, a fare da capro espiatorio non può che essere l’orfana, tanto più che è stata adottata da una zia che cerca di dare un senso alla propria anonima esistenza mediante una adesione radicale alla fede cristiana. Così la famiglia meglio integrata e più benpensante scarica la colpa di questo amore “contro religione” e “contro natura” sulla più debole orfana. Quest’ultima subisce così la repressione sociale per la propria “devianza” a opera della stessa zia beghina che la consegna a una casa di rieducazione psicologico-religiosa per adolescenti preda di questo “peccato-malattia”, “contro natura e religione”, che sarebbe l’attrazione per un individuo nato con lo stesso sesso.

Assistiamo così, ancora in nome di una concezione del mondo mitologico-religiosa completamente fuori della storia, ma del tutto a proprio agio nell’America puritana della restaurazione liberista, a una terribile repressione della vitalità stessa tanto ingenua quanto innocente di adolescenti più o meno disadattati, in particolare dopo aver subito questo processo di diseducazione psicologico-religiosa.

Certo non siamo nella ex-colonia papista irlandese, in cui centrale nel processo di diseducazione resta la violenza fisica; nella liberal-democrazia americana ci si muove sul piano più elevato e sofisticato dell’egemonia, che cela una forma di violenza spesso più efficace e pervasiva. La colpevolizzazione dell’adolescente disadattato – che paga con l’espulsione dalla “società dei sani” che rischia di “contagiare”, e con la separazione dal proprio stesso ambiente familiare – porta quest’ultimo, per riconquistarsi la “rispettabilità” irrimediabilmente perduta, a divenire il più efficace e implacabile repressore di se stesso.

Anzi diversi dei, da più tempo reclusi, “malati-detenuti” tendono a far propria la visione del mondo che gli viene costantemente riproposta-imposta dalle uniche figure adulte con cui restano in rapporto, i loro ultrareligiosi guardiani-psicologi. In tal modo non solo potranno assumere una posizione dominante rispetto ai nuovi internati – fra il nonnismo e il kapò – ma potranno riconquistare in tempi più rapidi spazi di “libertà” e “autonomia”, sino al completo reinserimento della società civile, una volta che avranno estirpato fino in fondo il “peccato”, la “radice del male” che però generalmente risiederebbe tanto nella loro stessa natura, quanto nella loro storia.

Come appare presto evidente, i veri malati, in cui il fondamentalismo religioso sfocia spesso nel sadismo, sono proprio i pii rieducatori, che dovrebbero farsi garanti del reinserimento dei “devianti” nel corpo “sano” della società. Subito dopo emergono come reali malati gli stessi familiari, che hanno condannato degli adolescenti consanguinei o a loro affidati a questa tremenda scuola di diseducazione, che appare in tutto e per tutto l’esatto opposto del modello pedagogico democratico moderno ideato da Rousseau nell’Emilio. I familiari, infatti, pur di preservare la propria credibilità sociale, in un ambiente ultra-conformista, al contempo puritano e ipocrita sono pronti ad allontanare da sé e a condannare a questo penoso processo di diseducazione i loro adolescenti, che rischiano di apparire troppo diversi e devianti rispetto all’uniforme perbenismo, necessario a nascondere la totale spietatezza della società liberale-capitalista.

Quindi, ancora più che gli adulti di cui abbiamo parlato, che sono più o meno tutti al contempo carnefici e vittime, il vero malato appare l’ipocrita perbenismo e conformismo della società civile borghese. In essa, infatti, non essendoci nessuno spazio per la realizzazione di una autentica vita etica e morale, visto che a dominare è la spietata concorrenza per cui chi non riesce a divenire sfruttatore, o a porsi in un modo o nell’altro al loro servizio, rischia di essere implacabilmente sfruttato. Il tutto giustificato sulla base del dominante darwinismo sociale e della religiosità calvinista per cui i pochi “eletti” hanno diritto, per il “bene della specie” o per volontà di dio, ad avere tutto, anche quel poco che la massa damnationis non è stata in grado – o perché incapace di adattarsi all’ambiente, o perché “destinata alla perdizione eterna” – a far fruttare.

17/11/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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