Le nomination agli Oscar 2019

Le nomination agli oscar sono un utile termometro per misurare la capacità di egemonia della classe dominante sul mondo del cinema.


Le nomination agli Oscar 2019 Credits: https://blog.screenweek.it/2019/01/oscar-2019-ecco-lelenco-completo-delle-nomination-664848.php

Gli Oscar sono i più ambiti e antichi premi cinematografici del mondo. Le nomination servono a stabilire i film finalisti che si contenderanno l’ambito premio nelle diverse categorie. A selezionarli provvedono gli oltre 5.000 membri della Academy of Motion Picture Arts and Sciences, personalità che si sono affermate nel mondo del cinema. I membri sono o vincitori di premi Oscar nelle passate edizioni o personalità di spicco cooptate dai soci, per lo più di nazionalità statunitense, caucasici e di sesso maschile. Come in ogni elezione statunitense che si rispetti, oltre al sistema maggioritario nella selezione dei candidati, hanno grande peso le diverse imprese, spesso multinazionali, che investono nel mondo del cinema e finanziano i propri film-merce per massimizzare i profitti. Detto questo, la scelta dei film che concorreranno nei vari settori alla assegnazione del premio oscar è indicativa del livello di egemonia che la cultura dominante, espressione della classe dominante, è in grado di esercitare sulle principali personalità del mondo del cinema, in gran parte espressione del paese dominante in questo settore dell’industria culturale, ovvero gli Stati Uniti d’America.

Non deve perciò stupire che tra i film candidati nelle più importanti categorie, l’unica pellicola veramente valida e decisamente controcorrente rispetto all’ideologia dominante è Vice - L'uomo nell'ombra di Adam McKay. Questo film, presumibilmente il migliore fra quelli usciti nelle sale italiane in questo 2019, è riuscito – nonostante la sua acuta, documentata e radicale critica dell’imperialismo del proprio paese, ai tempi di Bush Junior – a totalizzare ben 8 nomination, per altro nelle categorie di maggiore prestigio: miglior film, miglio regista, sceneggiatura originale, montaggio, attore protagonista ed attore ed attrice non protagonisti, oltre al trucco.

A fare meglio sono stati quasi esclusivamente i due film che hanno raccolto il massimo di nomination, ben 10, che sono Romadel messicano Alfonso Cuarón, già palma d’oro a Venezia, e La Favorita del greco Yorgos Lanthimos. Si tratta, cosa più unica che rara, di due film entrambi stranieri. In particolare ha fatto scalpore l’affermazione di Roma, un film in bianco e nero, prodotto e distribuito dalla Netflix, con pochissimi passaggi nelle sale, con i personaggi che si esprimono per lo più in spagnolo e in mixteco, una delle lingue parlate dai nativi messicani. Nonostante il loro presentarsi come film sui generis e alternativi rispetto ai film generalmente con più nomination ai premi oscar, si tratte di due furbi prodotti dell’industria culturale, per quanto rivolti, specialmente Roma a un pubblico di nicchia, girati soprattutto quest’ultimo alla maniera dei grandi film d’autore europei. Si tratta, dunque, di opere manieristiche e solo apparentemente controcorrente e indipendenti dall’ideologia dominante, essendo entrambe, sebbene in forme differente, delle apologie, per quanto indirette, del modo di produzione capitalistico. Opere, quindi, rivolte essenzialmente a un pubblico di intellettuali, che non accetterebbero di buon grado delle opere apertamente apologete di un modo di produzione sempre più in crisi, irrazionale e ingiusto.

Un discorso analogo si potrebbe fare per il film Cold War, la pellicola propriamente europea più premiata – avendo totalizzato oltre alle nomination a miglior regia, miglior film straniero e fotografia agli oscar, il premio per la migliore regia al festival di Cannes, oltre a sbancare negli oscar europei, totalizzando ben 6 premi agli European Film Awards. Anche in questo caso, il film di gusto vintage è girato, a partire dal bianco e nero e dalla fotografia, alla maniera dei grandi film d’autore europei, di cui è in grado di riprodurre certi stilemi formali – a ulteriore conferma della grandezza della scuola di cinema polacca – ma senza riprenderne neanche un minimo del loro contenuto sostanziale. Il film lezioso e furbetto, tutto costruito per conquistarsi il consenso dei cinefili, è non solo decisamente fastidioso dal punto di vista formale, con il regista costantemente intento a parlare per auto-ammirarsi la lingua, ma è intollerabile dal punto di vista contenutistico, con accenti apertamente reazionari.

Ancora più ignobile è il terzo film in rappresentanza dell’imperialismo europeo, che si conferma dal punto di vista cinematografico decisamente più ideologico e smaccatamente reazionario di quello statunitense e giapponese. Si tratta di Opera senza autore dell’aristocratico e ultra-reazionario Florian Henckel von Donnersmarck, degno rappresentante dell’imperialismo tedesco. La sua nomination a miglior film straniero e a migliore fotografia, rappresenta una vera sorpresa in quanto si tratta di un’opera così scadente che davvero in pochi potevano immaginare una scelta così apertamente ideologica da parte dei membri degli Academy of Motion Picture Arts and Sciences.

A questo proposito spiace in particolare il fatto che sia stato escluso dalla nomination a migliore pellicola straniera il film migliore, più creativo e coraggioso fra quelli europei in lizza, ovvero il danese The Guilty (Il colpevole) di Gustav Möller, soprattutto perché al suo posto troviamo un film davvero scadente come Opera senza autore, scelto per puro ossequio agli aspetti più retrivi dell’ideologia dominante.

Rimanendo alle nomination a migliore film straniero colpisce, al contrario in senso positivo, la scelta del bello e coraggioso film giapponese Un affare di famiglia di Kore'eda Hirokazu, già meritata palma d’oro a Cannes, che avevamo messo al quinto posto nella nostra classifica dei migliori film usciti nelle sale italiane nel 2018. Si tratta, per altro, dell’unico film della nostra top-ten dell’anno scorso ad avere una nomination all’oscar. Un affare di famiglia è un film davvero valido sia dal punto di vista formale che contenutistico che, sulla base di una rappresentazione da realismo sociale, pone in discussione in modo arguto e decisamente contro corrente la concezione dominante della famiglia fondata su rapporti di consanguineità in nome di rapporti fondati sulla reciproca capacità di riconoscimento dell’altro. Della nostra top venti dei film usciti nelle sale italiane lo scorso anno, l’unico che ha avuto, finalmente, un meritato riconoscimento è stato Spike Lee con il suo bello e al quanto controcorrente BlacKkKlansman, in grado di totalizzare ben 6 meritate nomination, fra cui tutte le più importanti, da miglior film, a migliore regia, sceneggiatura non originale e montaggio, oltre alle meritatissime nomination per la migliore colonna sonora e per il miglior attore non protagonista ad Adam Driver. Tali riconoscimenti sono particolarmente significativi perché non solo premiano finalmente dei grandi artisti afroamericani, ma li premiano proprio in occasione di un film che coraggiosamente denuncia le pesanti violenze ordite dall’estrema destra contro gli afroamericani, coperte e protette dal sistema statunitense.

Tra i film selezionati fa indubbiamente piacere trovare, con ben 5 nomination, Green Book di Peter Farrelly, già premiato come miglior film brillante ai Golden Globe. Si tratta, infatti, di un ottimo prodotto dell’industria culturale, discreto dal punto di vista formale e al quanto coraggioso, proprio in quanto opera dell’industria culturale, nella sua denuncia delle discriminazioni degli afroamericani negli Stati Uniti. Gli Usa, anche grazie a opere come questa, dimostrano di avere ancora ben salda l’egemonia dal punto di vista sovrastrutturale a livello globale, in quanto riescono a imporre il proprio dominio con il consenso dei subalterni, attraverso un abile utilizzo della classica tattica della rivoluzione passiva.

A ulteriore riprova di ciò c’è l’inatteso successo di Black Panther, che non solo totalizza ben 6 nomination, ma è anche il primo film di supereroi a essere candidato a miglior film, nonostante si tratti del primo film di super eroi che ha per protagonista un afro-americano. Anche in questo caso si tratta certo di un tipico prodotto dell’industria culturale, non particolarmente memorabile né dal punto di vista contenutistico e né da quello formale, la cui affermazione è una ulteriore conferma della capacità dell’imperialismo statunitense, sebbene profondamente razzista, di mantenere la propria egemonia sui discriminati afro-americani proprio grazie a astute tattiche di rivoluzione senza rivoluzione come questa.

Per quanto riguarda le ultime due nomination al più ambito premio di miglior film, Bohemian Rhapsody di Bryan Singer e A Star Is Born di Bradley Cooper, si tratta in ambedue i casi delle scelte maggiormente infelici, trattandosi di due mediocri prodotti dell’industria culturale, volti a far apparire come grandi artisti, persino sperimentali, due dei più classici esempi di musica commerciale di bassa lega, ossia due pessimi esempi di pop music.

Per quanto riguarda i film rivolti a indottrinare le più giovani generazioni, con modalità quanto mai subdole, occorre ricordare in particolare Gli incredibili 2 di Brad Bird e Ralph Spacca Internet, candidati a miglior film di animazione, e Il ritorno di Mary Poppins con 4 nomination fortunatamente in categorie di importanza secondaria. Al solito le due opere della Walt Disney, Ralph Spacca internet e Il ritorno di Mary Poppins sono film più smaccatamente porta voci, quasi diretti, dell’ideologia dominante. Molto più insidioso, raffinato e anche subdolo è – anche questa volta coma al solito – l’ultimo prodotto della Pixar, ossia Gli incredibili 2. Anche questo film, oltre a essere un prodotto ottimamente confezionato dell’industria culturale, può essere fatto rientrare fra le opere finalizzate a rafforzare la capacità di egemonia del blocco sociale dominante, con l’astuta e ben rodata tattica della rivoluzione passiva.

Per quanto riguarda le nomination agli attori protagonisti le più azzeccate ci paiono quelle date a Christian Bale e Viggo Mortensen, mentre per le attrici protagoniste molto discutibili ci paiono le nomination date a Olivia Colman, Lady Gaga e Glenn Close, quest’ultima incapace di rappresentate in modo minimamente straniante l’orrendo protagonista del davvero pessimo e ultra-maschilista film The Wife. Mentre come migliore attrice non protagonista la nomination più giusta ci sembra quella data ad Amy Adams.

Avviandoci alle conclusioni, dobbiamo ricordare la nomination a miglior sceneggiatura originale al film First reformeddi Paul Schrader – non distribuito in Italia – che rappresenta un’ennesima, per quanto questa volta non ben riuscita, in quanto troppo smaccatamente ambigua, operazione di rivoluzione senza rivoluzione per quanto riguarda le lotte contro i drammatici cambiamenti climatici prodotti dall’attuale modo di produzione. Infine non resta che citare Maria regina di Scozia, con due nomination per il miglior trucco e costumi, che conferma che l’essenziale genere del film storico sia orma quasi totalmente egemonizzato dall’industria culturale britannica che continua a sfornare opere apertamente revisioniste, naturalmente in senso conservatore o reazionario, proprio per la capacità di impedire allo spettatore di impersonarsi nel personaggio altrettanto detestabile che rappresentava.

02/02/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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