Per una critica di Mary Poppins

La Disney e l’apologia del capitalismo. La lotta di classe deve estendersi al fantastico.


Per una critica di Mary Poppins Credits: https://www.hamburg-travel.com/experience/events/musicals-shows/mary-poppins/

Premessa

Questa non è una recensione de “Il ritorno di Mary Poppins” sebbene l’uscita del prosieguo della fiaba sulla governante inglese ne costituisca il presupposto. Quello che segue è il tentativo di abbozzare una critica dell’ideologia che si occulta all’interno del presunto dominio della fantasia.

La più che opportuna Mary Poppins

Basta un poco di zucchero e la pillola va giù…e la pillola va giù”. La canzoncina più famosa del film, quella che strappa sorrisi a chiunque è di fatto la chiave di volta del film, del personaggio e dell’azienda (la Disney) che lo ha prodotto.

Non è un caso che il film sia uscito nel 1964, quando gli Usa stavano per perdere la loro supposta innocenza, anche agli occhi del mondo occidentale, con l’escalation dei bombardamenti sul Vietnam del Nord. Ora l’opera letteraria della scrittrice di origine australiana Pamela Lyndon Travers, riscatto delle pene familiari vissute dall’autrice e dalle sue sorelle, diventava utilissima per offrire serenità alle classi medie di tutto il “mondo libero”, bianchi, anglosassoni e protestanti in cima alla lista.

Non era più quel mondo che il sogno americano aveva promesso a tutti i suoi fedeli: la Rivoluzione cubana aveva portato il socialismo sulle spiagge della Florida; le giovani generazioni davano segni di inquietudine di cui l’interprete più celebre era James Dean; il presidente più bello del mondo era stato assassinato l’anno prima a Dallas in quello che sembrava a tutti un complotto di palazzo; e, ora, appunto il Vietnam, lo stramaledetto Vietnam, dove Washington aveva deciso di prendersi la briga di sostituire direttamente il vecchio colonialismo francese. Più che mai c’era bisogno di “un poco di zucchero”…

Disney: un’arma in più nell’arsenale dello Zio Sam

“Il secolo americano” si è potuto chiamare così perché è stato il periodo (che va tramontando) in cui si è espressa l’egemonia statunitense. Egemonia fondata sull’enorme capacità produttiva del paese-continente, della patria del “fordismo”. Potenza economica quindi, ma che veniva tradotta immediatamente in potenza militare: il famigerato complesso militare-industriale denunciato nel 1961 persino da Dwight Eisenhower (davvero anni inquieti quelli!).

Ma era ovvio che questa superpotenza non potesse escludere dal suo dominio la sfera culturale e in questo campo utilizzò efficacemente l’industria dello spettacolo di Hollywood. C’è però uno specifico nel mondo dello spettacolo, c’è un filone del fiabesco, del leggendario, che affonda le sue radici nel sentimento dei popoli, nei loro sogni più intimi e gioiosi. Anche quello doveva diventare un’industria per ricavare dei soldi e per colonizzare il pensiero: questo era un affare a cui doveva pensare Walt, Walt Disney.

E Walt ci riuscì magnificamente perché era un uomo d’ingegno e di fantasia “Topolino”, “Paperino” sono lì a testimoniarlo. Ma con il crescere dell’azienda emerse la necessità di utilizzare il materiale tradizionale del fiabesco e quindi vennero mano a mano impiegate le risorse delle leggende dei cinque continenti per produrre comunque un immaginario che fosse internazionale, ma soprattutto “americano” e ancor più per il “libero mercato”. E oggi come oggi, tra i simboli del potere Usa al fianco dei marines, della Coca-Cola, c’è indubbiamente la Disney, una autentica multinazionale che nel luglio scorso ha anche acquisito la 21st Century Fox per ben 71 miliardi di dollari reali e non immaginari!

Il ritorno di Mary Poppins: dunque c’è un capitalismo buono!

Siamo di nuovo in tempi inquieti…la crisi economica di fine 2007 dopo essere uscita dalla porta della Lehman Brothers ha bussato all’uscio di casa di ognuno di noi. I venti dell’insoddisfazione e della rivolta si fanno più forti perché la cosiddetta ripresa non ha portato benefici ai lavoratori: la disoccupazione rimane alta in Europa e i salari non sono di certo alti in nessun paese occidentale. Puntuale per le feste di Natale c’è “Il ritorno di Mary Poppins”!

Di nuovo la fantasia colorata, a briglia sciolta, che dissolve le asperità e le contraddizioni della vita. Di nuovo la Tata britannica che conferisce ordine al disordine e viceversa secondo una curiosa dialettica degli opposti, senza soluzione di continuità.

Nel primo film c’era una banca e dei banchieri austeri che tuttavia, dietro la maschera severa apprezzavano la gioiosità dei bimbi e la ritrovata fantasia del capofamiglia mister Banks, riassumendolo dopo averlo licenziato. Nel secondo film, un anziano banchiere ritorna in auge per scacciare dal vertice dell’istituto di credito il nipote dedito alla “grassazione” dei clienti e che ha appena portato via la casa agli ex-bambini, eredi del fu mister Banks.

Morale: è vero che a volte il capitalismo è duro, ma poi alla fine della fiaba appare sempre un “cavaliere bianco” che rende giustizia ai molti e molto poveri e punisce gli avidi…

È evidente qui il legame con la narrazione populista che è in fondo una modalità del fiabesco applicata alla politica. Il populismo crea sempre dei miti, delle leggende nelle quali c’è un eroe con caratteristiche straordinarie, ma apprezzabili dall’uomo medio, mentre dall’altro lato c’è la congiura dei malvagi che di volta in volta sono i politici (la casta), gli immigrati, in alcuni casi i non meglio identificati “poteri forti”, la finanza, l’Europa. Ma questi ultimi, sempre sullo sfondo, appena accennati perché lontani, difficili da evocare, senza la corporeità fastidiosa dell’immigrato o l’inutilità e il parassitismo palese del politico.

Una lezione da apprendere per i rivoluzionari

I comunisti, i rivoluzionari debbono andare a scuola da Walt Disney; debbono prendere lezioni dalla sorridente Mary Poppins. No, non ridete! Non c’è proprio nulla da scherzare. O meglio…mi correggo c’è molto su cui scherzare, fantasticare, narrare! L’avversario di classe ha vinto la sua battaglia nel ‘900, utilizzando molte armi. Tra esse c’è stata certamente un’enorme quantità di violenza, di capacità di produzione di beni di consumo e una grande capacità di seduzione. Di questa capacità di seduzione, la Disney è di certo la punta di lancia rivolta ai più piccoli, alle generazioni future da conquistare e da educare.

Anche il fantastico e il fiabesco sono, pertanto, un terreno di lotta, dove far crescere i germogli della rivoluzione e del socialismo.

Il marxismo non è solo analisi rigorosa dei rapporti economici e delle ideologie che li ricoprono: è anche una grande passione per la vita e un grande amore per l’umanità che si rinnova e si trasforma. Abbiamo grandi storie da raccontare: fulgidi eroi (veri) con vite meravigliosamente avventurose. Eroi che rappresentano non solo individui isolati e particolari, ma sono sempre lo strumento di sintesi delle tendenze e delle lotte di un’epoca nella vita delle masse.

Basti pensare al Che, a Sankara, allo stesso Marx, a Lenin, a Trotzky, agli splendidi Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht di cui ricorrerà tra pochi giorni il centenario della morte. Raccontiamo queste storie a chi non le conosce e inventiamone di nuove, riprendendole dalle tradizioni popolari perché lì sono sempre sepolti tesori di sentimenti di giustizia, di dignità e di resistenza! Chi pensa che le fiabe non esistano non conosce la realtà e quindi non può essere un rivoluzionario…

05/01/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.hamburg-travel.com/experience/events/musicals-shows/mary-poppins/

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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