Noi saremo tutto

Prendendo spunto dal romanzo storico Noi saremo tutto, proponiamo una prima recensione alla grande opera letteraria e storica di Valerio Evangelisti


Noi saremo tutto Credits: https://www.unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it/noi-saremo-tutto-valerio-evangelisti/

Parto dal presupposto che considero Valerio Evangelisti il più grande e rivoluzionario scrittore italiano vivente. Evangelisti nei suoi grandi romanzi storici riesce nel difficile compito di garantire un notevole godimento estetico lasciando sempre molto su cui riflettere al lettore. Inoltre riesce in un’impresa ancora più ardua: mediare contenuti rivoluzionari con una forma del tutto adeguata. Infine, compie un autentico “miracolo”: riuscire a pubblicare opere decisamente rivoluzionarie e del tutto controcorrente in tempi davvero bui come i nostri, sfruttando in pieno per garantirne giustamente la massima diffusione la stessa industria culturale. In più riesce a esporre nel modo più chiaro e diretto i propri contenuti rivoluzionari senza dover ricorrere al linguaggio degli schiavi e senza doversi autocensurare o fare concessioni alle esigenze antisociali della grande industria culturale.

Il commento di Wu Ming 1 a questo libro: “ti ci avventi sopra e lo finisci con la bocca piena di sangue”, lo trovo del tutto pertinente per i tre grandi romanzi del ciclo Il sole dell’avvenire e per gli altri due romanzi storici che compongono questa altrettanto notevole trilogia americana, ovvero Antracite e One big union. In tutti questi casi il contenuto e la forma erano così coinvolgenti che, dopo la prima lettura, risultava quasi impossibile formulare un giudizio estetico oggettivo, con il necessario distacco critico. Nel senso che il godimento estetico, l’interesse per le vicende narrate e la passione politica che suscitano lasciavano sostanzialmente senza parole chi avrebbe dovuto svolgere il ruolo di critico. Proprio per questo non sono riuscito a fare altro che consigliarne la lettura e farne dono nelle occasioni propizie.

Quest’ultimo romanzo, che ho appena finito di leggere, anche per l’efficacissimo effetto di straniamento utilizzato dall’autore, che non ti consente mai di impersonarti con il protagonista del racconto, mi ha dato finalmente la possibilità di recensirlo. Il romanzo – per quanto sia pienamente comprensibile, godibile e stimolante – letto isolatamente, chiude una trilogia che merita di essere letta per intero secondo l’ordine cronologico che ripercorre. Cominciando, dunque, da Antracite che affronta la storia statunitense dalla guerra di secessione (1861-1865) – che costituisce lo sfondo storico del romanzo – sino agli effetti che ha la tragica esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi (1871) sulla lotta di classe combattuta negli Stati Uniti. Dalla sconfitta dei tentativi rivoluzionari da essa sviluppatesi negli Usa prende le mosse l’avvincente One big union che narra il conflitto decisivo fra capitale e forza lavoro fino alla fine della Prima guerra imperialistica mondiale (1918). Noi saremo tutto è ambientato sullo sfondo del conflitto capitale – forza lavoro dal primo dopoguerra fino alla seconda metà degli anni cinquanta, con la fine della caccia alle streghe, ovvero con la conclusione del maccartismo. Anche se, in conclusione, il romanzo getta una sorta di ponte, che apre la prospettiva verso un nuovo importante ciclo di lotte, con gli scontri del 1999 a Seattle, da cui prese avvio il cosiddetto Movimento no-global.

Il primo eccezionale merito di Evangelisti è che, con questi suoi più recenti romanzi, ha rilanciato alla grande – dopo decenni di costante demonizzazione da parte dell’ideologia dominante – il realismo socialista che rischiava altrimenti per finire definitivamente sepolto sotto le macerie del muro di Berlino. Le opere di Evangelisti, ricordate in questo articolo, sono tutte ottimi esempi di realismo socialista all’altezza delle sfide del ventunesimo secolo. Nel senso che Evangelisti è riuscito nella difficilissima impresa di superare dialetticamente il realismo socialista che si era venuto tortuosamente sviluppando nel corso del precedente secolo breve. In altri termini, questo eccezionale storico e romanziere è riuscito a recuperare quanto c’era di buono nel realismo socialista del ventesimo secolo, eliminando quanto c’era di caduco, di limitato e superato. In tal modo è riuscito a svilupparlo a un livello superiore, sintetizzando in queste sue opere la lezione del più grande critico letterario e studioso di estetica marxista, György Lukàcs, e del più grande scrittore marxista: Bertolt Brecht. Se dal primo Evangelisti ha ripreso e realizzato in diverse proprie opere la concezione più elaborata di realismo socialista, dal secondo ha ripreso due aspetti essenziali della poetica e dell’opera brechtiana: il dramma epico (didattico e dialettico) e l’effetto di straniamento.

In tutti i grandi romanzi sopra-citati è posta giustamente al centro degli eventi la lotta di classe, quale autentico motore del processo storico. Tanto la lotta di classe, quanto il processo storico sono sempre narrati nel modo più realistico e, quindi, dialettico, con personaggi tipici e storie particolari, che ci permettono però di rivivere dei momenti decisivi della nostra storia, ovvero la lotta del movimento dei lavoratori che, battendosi per la propria emancipazione, dà il contributo decisivo nella nostra epoca storica alla lotta per l’emancipazione dell’intero genere umano.

Perciò i citati romanzi di Evangelisti hanno un grande valore dal punto di vista didattico, in quanto da autentiche opere d’arte ci permettono, come metteva in evidenza già Aristotele, di comprendere meglio essenziali eventi storici, anche rispetto a molti libri di storia. Del resto la grandezza di Evangelisti è proprio questa di sviluppare delle autentiche opere d’arte sulla base di una profonda conoscenza storica. Infine, Evangelisti fa ampio uso dell’effetto di straniamento, i protagonisti dei suoi romanzi non consentono mai al lettore d’identificarsi acriticamente, ma lo lasciano sempre libero e lo spingono a riflettere criticamente sulla storia emblematica che gli viene narrata.

Per altro Evangelisti è un grande scrittore proprio perché è partigiano nel senso più alto e migliore del termine, nel senso gramsciano che porta a odiare gli indifferenti. Dunque, nella sua narrazione non vi è mai un distacco cinico (da cretino, direbbe Marx) dai grandi eventi narrati, né tantomeno si scade mai nel minimal-qualunquismo. Il narratore chiaramente non può essere indifferente a ciò che narra, anzi in questo caso è animato da una sana passione politica, ma al contempo estremamente razionale e critica. In tal modo il lettore non è mai ingannato, in quanto l’autore non nasconde la propria posizione etico-politica. Questo non significa, però, che ci dà una narrazione ideologica degli eventi, nel senso peggiore (marxiano) del termine. Ad esempio anche in Noi saremo tutto Evangelisti prende parte decisamente per i comunisti e per chi porta avanti con spirito rivoluzionario la lotta di classe, senza però mai dare un’immagine edulcorata, apologetica e acritica di coloro per cui parteggia. Anzi è molto bravo a ricostruirne in modo realistico e dialettico la storia, mettendo in luce il contributo essenziale che hanno dato alla lotta per l’emancipazione del genere umano, senza nasconderne gli aspetti contraddittori e i limiti storici. Evidenziare questi ultimi è un aspetto essenziale per comprendere i motivi delle sconfitte storiche subite dalle forze che si battono in questa secolare lotta per l’emancipazione umana.

In particolare in Noi saremo tutto Evangelisti mostra al contempo l’imprescindibile contributo dato dai comunisti e, più in generale, dai rivoluzionari all’emancipazione dei subalterni e allo stesso sviluppo della società e della civiltà. Ciò non toglie che ne ricostruisce in modo estremamente critico anche i significativi limiti storici, che hanno consentito alle forze della reazione di arrestare, per periodi storici anche piuttosto lunghi, il processo di emancipazione del genere umano.

In Noi saremo tutto affronta in modo molto significativo un aspetto certamente sostanziale e di grande attualità ovvero l’importanza decisiva delle lotte sul piano sindacale, ma anche i loro limiti. Inoltre è in grado di far emergere, in modo estremamente realistico, la lotta condotta dalle forze reazionarie che si battono per la de-emancipazione del genere umano. In particolare Evangelisti mostra come, nel momento in cui riescono ad avere la meglio – sempre a causa dei limiti storici delle forze che si battono per l’emancipazione –d le forze della reazione riescano a strumentalizzare persino i decisivi mezzi di lotta approntati, nel corso di terribili conflitti sociali, dagli sfruttati, a partire proprio dal sindacato.

Particolarmente interessante è, quindi, in questo libro la ricostruzione di quanto devastante possa essere lo stesso essenziale strumento di emancipazione costituito dal sindacato quando viene egemonizzato da forze controrivoluzionarie. A questo proposito particolarmente efficace è la denuncia della reale funzione storica svolta nel conflitto sociale statunitense dal gangsterismo. Si tratta di un aspetto particolarmente significativo in quanto Evangelisti è in grado di decostruire e di svelare la reale funzione asociale svolta dal gangsterismo di contro all’industria culturale che da sempre ha cercato di dare una rappresentazione del tutto travisata e fuorviante di tale fenomeno. In particolare, sviluppando il mito romantico e piccolo-borghese del ribelle che, di contro alle storture e al filisteismo dominante nell’attuale società, pensa di poter contribuire a trasformare il mondo divenendo un masnadiero ovvero un gangster. Tale mito reazionario costruito ad arte è nel modo più efficace smontato e demistificato da Evangelisti che ne mostra la reale funzione storica che ha svolto nel conflitto sociale.

I gangster non sono gli eroi individualisti romantici e antisistema creati ad arte dall’industria culturale, ma sono, per quanto asociali membri, della criminalità organizzata, in cui vige una rigida gerarchia e un fortissimo nepotismo. Inoltre la criminalità organizzata non è affatto un problema, né tanto meno un nemico dello Stato e delle forze dell’ordine costituito, ma è come i paramilitari, i servizi segreti o i mercenari strumenti di cui si serve il potere per svolgere quel il lavoro sporco che, per mantenere l’egemonia, gli apparati repressivi dello Stato non possono sbrigare in prima persona.

Sostanzialmente i gangster riuniscono in una sola figura tre funzioni che da noi sono presentate come separate, ma che hanno in realtà una profonda affinità fra di loro. In altri termini i gangster sono al contempo mafiosi, fascisti con il compito di eliminare i comunisti e sindacalisti gialli e neocorporativi. Per altro svolgono una funzione importante nella costruzione di quella che è nota come strategia della tensione, ovvero utilizzare la manovalanza mafiosa e/o fascista per realizzare attentati terroristici, di cui incolpare poi le forze della sinistra radicale.

Per quanto riguarda, infine, il protagonista è una figura significativa in quanto mostra la meschinità che porta un subalterno a divenire un agente provocatore al servizio della classe dominante, che si macchia di crimini sempre più brutali contro la sua stessa classe di provenienza. Altro aspetto significativo è che il regista mostra tutta la brutalità di questo gangster, senza edulcorarne in nessun modo la figura, come fa costantemente l’industria culturale. Infine, Evangelisti mostra come, in realtà, l’opportunismo non paghi, in quanto si viene comunque sfruttati dalla classe dominante, si vive in un rapporto di costante conflitto con gli altri, per essere infine scaricati quando non più funzionali al potere costituito e utilizzati come capri espiatori per salvare i mandanti altolocati.

D’altra parte, e questo è uno dei limiti principali del libro, il protagonista è presentato in modo un po’ troppo unilaterale, come una pura incarnazione del male radicale. In questo modo finisce per essere poco realistico e verosimile e troppo superficiale e un po’ scontato dal punto di vista psicologico. Al di là del suo conformismo ultra-opportunistico, del suo sadismo non troviamo mai nella sua figura, nel suo modo di agire e riflettere un dubbio, un rimorso, un rimpianto. Inoltre, tolta la conclusione catartica, non ci viene mai mostrata l’ottusità che porta un individuo a svolgere al contempo la funzione di mafioso, fascista e sindacalista neocorporativo. Anzi, a tratti, ci viene presentato quasi come un genio del male, perdendo del tutto di vista l’aspetto altrettanto importante della banalità del male e il fatto che la manovalanza utilizzata per realizzare le azioni più spregevoli è composta, al contempo, più che da angeli del male da individui che sono esse stesse vittime del sistema. Per cui il problema non è tanto quello della presenza di esseri puramente diabolici, ma di come un certo ambiente sociale favorisca lo sviluppo degli aspetti più bestiali e miserabili di esseri umani, generalmente, deboli e incapaci di pensare in modo autonomo e critico.

28/09/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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