Sull’uso pubblico della storia: il revisionismo riscrive la storia del Novecento per legittimare il suo odierno operato

A partire dal testo di Davide Conti, Sull'uso pubblico della storia, analizziamo l’operato del revisionismo storico e politico e la sua lettura distopica e in evidente contraddizione con i fatti avvenuti nel secolo Breve.


Sull’uso pubblico della storia: il revisionismo riscrive la storia del Novecento per legittimare il suo odierno operato

Non ringrazieremo mai a sufficienza Davide Conti per avere dato alle stampe un agile libretto per le edizioni Multiverso. Questo testo consente di analizzare quanto avvenuto negli ultimi 20 anni. L’utilizzo, da parte delle classi politiche dominanti, dei fatti avvenuti per una riscrittura degli eventi consegna alle giovani generazioni ricostruzioni tanto false quanto parziali, a mero uso di propaganda anticomunista.

Ogni insegnante delle materie umanistiche nelle scuole medie superiori dovrebbe adottare questo testo per aprire una discussione con le giovani generazioni sull’utilizzo della Storia, senza cesure e omissioni per offrire strumenti di analisi senza i quali la memoria diventa ostaggio dei dominanti. E dovremmo farlo per non consegnare le generazioni future alla propaganda ideologica delle destre e del revisionismo.

Non è casuale la proposta di legge di Fdi (gli stessi che celebrano la giornata delle Foibe in nome della italianità) che vorrebbe applicare l’art. 604 bis del Codice penale (approvato contro chi nega la Shoah) anche a quanti rifiutano la vulgata ufficiale sulle Foibe. Così facendo, storici scomodi, ma assai documentati, verrebbero messi alla stessa stregua dei negazionisti di ispirazioni nazifascista.

Ma cosa intendiamo per uso pubblico della storia? Una ricostruzione parziale a uso e consumo della propaganda politica odierna in evidente contrasto con i fatti avvenuti, ricostruiti parzialmente omettendo documenti ed episodi dirimenti per un quadro esaustivo delle vicende. Non si tratta allora di negare le Foibe ma di contestualizzarle confutando il luogo comune che parla di genocidio e sterminio della popolazione italiana a opera dei partigiani comunisti jugoslavi.

Il revisionismo storico nel corso dell’ultimo ventennio si è trasformato in un’arma politica formidabile. Siamo in presenza di un’evoluzione dello stesso revisionismo che lo storico Angelo D’Orsi definisce rovescismo. Di cosa stiamo parlando?

Intanto partiamo da due premesse inconfutabili: nel corso degli ultimi quarant’anni lo studio della geografia è stato abbandonato e la materia viene giudicata ormai inutile a fini didattici. La storia oggi è sotto attacco e il suo insegnamento si avvale di libri di testo con apparati testuali ridotti e scelte di autori alquanto opinabili.

Non saremo certo noi ad abiurare al principio di revisione che peraltro è un momento essenziale nel lavoro del ricercatore storico accompagnato da documenti e ricerche. Ma confondere revisione con revisionismo è una scelta politica inaccettabile suggerita peraltro dall’ideologia e dalla pratica politica dei dominanti attraverso una manipolazione programmata e ideologica del passato studiata a tavolino.

Senza documenti non esiste la storia, i documenti tuttavia vanno studiati e trattati con metodologie scientifiche per attestarne non solo provenienza e autenticità, ma anche per evitare falsi con i quali si sono costruite pagine nefaste della storia (basti ricordare i famigerati Protocolli di Sion).

Gli ultimi quarant’anni hanno visto l’avvento dei sedicenti storici, dei quali meglio di noi parla Carlo Ginzburg nel suo Il filo e le tracce, giornalisti accreditatisi presso partiti politici come i cantori di un nuovo corso.

Accadde in epoca lontana anche a illustri nomi del giornalismo italiano che sulla base di testimonianze dirette e di parte pretendevano di negare l’innegabile come l’utilizzo dei gas contro le inermi popolazioni civili dei territori occupati dall’esercito monarchico e fascista nei territori africani.

E tutt’oggi escono pubblicazioni miranti a trasmettere un messaggio assai pericoloso: la Storia degli ultimi decenni va riscritta in toto per confutare un castello di bugie. E da qui nasce la nozione di rovescismo intesa come negazione del lavoro degli storici del recente passato per dare in pasto all’opinione pubblica letture semplificate e ideologiche. Chi prova a confutare la vulgata ormai ufficiale viene sottoposto al pubblico, equiparato ai negazionisti della Shoah e diventa vittima di ostracismi e campagne pubbliche come accaduto nei giorni storici a Eric Gobetti e precedentemente al rettore dell’Università per stranieri di Siena Tommaso Montanari.

Dal rovescismo si passa al populismo storico (a tal riguardo si rinvia a un articolo di Conti sul quotidiano “Il Manifesto” del marzo 2021); il sapere del passato riacquista valore attraverso il rapporto con la società del presente nella quale le pulsioni neoautoritarie generano la riabilitazione dell’esperienza storica fascista e neocoloniale ricorrendo a stereotipi della memoria condivisa come “italiani brava gente”, “il colonialismo italiano dal volto umano rispetto a quello razzista inglese”, “il fascismo ha fatto buone cose”. Da qui scaturisce la necessità di rifondare la storia nazionale sulla base di un vittimismo che vede gli italiani inermi davanti a vili assassini comunisti.

Siamo in presenza di una percorso distopico reso possibile da anni di martellamento ideologico e dalla delegittimazione dello studio di storia e geografia nelle scuole medie superiori e dalla distonia tra la storia dei fatti realmente avvenuti e la loro rappresentazione pubblica operata dallo Stato attraverso la retorica celebrativa e le giornate laiche istituzionalizzate.

E storici di ultima generazione come Chiara Colombini, David Conti, Eric Gobetti, Carlo Greppi e Francesco Filippi hanno prodotto pubblicazioni ragguardevoli che restano tra le poche voci dissonanti con la vulgata ufficiale. I loro testi meriterebbero di essere letti e discussi nelle scuole e potremmo riuscirci se avessimo organizzazioni sindacali di categoria disposte a condurre una battaglia culturale e politica per non consegnare la memoria a quanti controllano Il parlamento e i media.

Proviamo, per concludere, a soffermarci sulle date celebrative e sulla retorica di Stato iniziando dalla giornata per l’Unità d’Italia attorno a cui si sono scatenati i pruriti nazionalisti. La data, il 17 marzo, è quella della proclamazione dell’Unità nazionale, correva l’anno 1861, quando in realtà l’unità del paese era incompleta mancando il Veneto, la provincia di Mantova e il territorio dello stato pontificio con Roma capitale. Una data scelta non a caso. E soprattutto non si capisce quale sia il senso di un riferimento storico parziale e di un’unità territoriale incompleta. Ma a pensarci bene un significato esiste: la decisione di non confliggere con la Chiesa e il mondo cattolico. Se una data dell’unità d’Italia volessimo celebrarla, e non ne sentiamo il bisogno almeno noi, dovremmo scegliere il 20 settembre, anniversario della Breccia di Porta Pia con la fine del potere temporale della Chiesa, ma così facendo entreremmo in rotta di collisione con gli ambienti clericali.

La storia risorgimentale perde i suoi tratti salienti tra i quali il conflitto con il potere temporale della Chiesa e del Papa ma era proprio questo l’obiettivo del parlamento. Del resto basterebbe vedere quanti soldi regaliamo a ospedali e scuole private cattoliche a discapito di sanità e istruzione pubblica.

Passiamo alla giornata in memoria delle vittime del terrorismo. Data prescelta il 9 maggio, giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse.

La domanda inquietante da porci è perché sia stata scelta questa data e non invece il 12 dicembre, giorno della strage di Piazza Fontana.

Le stragi di Stato hanno insanguinato la storia italiana dagli anni Sessanta ai primi Ottanta, ma queste stragi che rientravano in un disegno strategico di offensiva contro i movimenti sociali, politici e sindacali delle sinistre continuano a essere oggetto di mistificazioni e misteri con troppi documenti secretati ed esclusi dallo studio degli storici.

Il terrorismo contro cui agitare la memoria diventa la lotta armata e non lo stragismo di stato. Per questo i giovani studenti hanno difficoltà a distinguere Piazza Fontana dalle Brigate Rosse. Regna confusione, costruita ad arte, per dipingere uno Stato assediato da minacce antidemocratiche evitando di ricostruire la Storia di quel periodo caratterizzato da servizi segreti deviati e non, dal ruolo della Nato fino all’uso della tortura contro gli oppositori politici o al “suicidio” di Giuseppe Pinelli

Uno stato democratico non dovrebbe avere paura di fare i conti con la sua storia. In Francia quando celebrano il giorno della Shoa non mancano di ricordare e condannare il ruolo del governo di Vichy che aveva il controllo, sotto l’egida nazista, della parte meridionale del paese tra il 1940 e il 1944 ed ebbe un ruolo importante nella deportazione degli ebrei. In Italia la giornata della Memoria invece dimentica il ruolo del fascismo. Se qualche annotazione viene rilevata è solo in occasione della promulgazione delle leggi razziali, ma quasi mai viene menzionato il ruolo attivo del nazifascismo nella deportazione di ebrei, partigiani, rom e disabili verso i campi di sterminio.

Il paradigma vittimario e autoassolutorio prende corpo attraverso la retorica delle giornate celebrative, non ultima quella del 10 febbraio che poi è il giorno delle Foibe con il quale si ricordano le vittime delle violenze al confine italo-jugoslavo tra il 1943 e il 1945. Le violenze erano iniziate già 20 anni e passa prima, ma queste violenze vengono documentate dagli storici sloveni e non da quelli italiani filogovernativi, per questo certi lavori storiografici non trovano pubblicazione in casa nostra. E neppure la relazione della Commissione italo-slovena, istituita dai due governi, viene resa nota nelle scuole, dove si preferisce additare ogni responsabilità di quella tragedia ai partigiani di Tito. Il 10 febbraio del 1947 venne firmato il Trattato di pace di Parigi dopo la Seconda guerra mondiale, e proprio quel trattato diventa oggetto di contestazione e polemica nella giornata del Ricordo (paradossale se pensiamo che la nostra è una Repubblica nata dalla Resistenza e non dalla Repubblica sociale italiana). 

Non ci soffermeremo sulle Foibe rinviando invece alla lettura, per chi vorrà, di storici come Sandi Volk, Eric Gobetti, Alessandra Keversan, Claudia Cernigoi, contro i quali da anni viene scatenata una canea mediatica da parte delle destre. Vogliamo solo ricordare quanto inopportuna sia stata la scelta di quel giorno da sempre contestato da nostalgici e reduci del fascismo come giornata di infausta resa nazionale e di abbandono degli italiani. Molto è stato raccontato sulla presunta mutilazione geografica dell’entità nazionale; ma tale mutilazione non c’è stata mentre è del tutto evidente che il paradigma vittimista del fascismo, insieme all’autoassoluzione per i crimini del periodo fascista, sta prendendo vigore, utilizzando letture parziali del passato e legittimandosi attraverso memorie condivise e retoriche istituzionali del ricordo.





18/02/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Federico Giusti

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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