Un’altra vita e Fratelli nemici

Due validi film: uno critica gli aspetti reazionari della società polacca in transizione al capitalismo, l’altro evidenzia come gli apparati repressivi degli Stati ricchi mirino a controllare il traffico di droga


Un’altra vita e Fratelli nemici Credits: https://quinlan.it/2019/04/25/unaltra-vita/

Un'altra vita – Mug di Malgorzata Szumowska (Polonia, 2018) è stato indubbiamente una piacevole scoperta; finalmente un gran bel film decisamente progressista dai paesi in transizione al capitalismo dell’est Europa. Il film, che si è aggiudicato il Gran premio della giuria al festival di Berlino del 2018, denuncia con coraggio, determinazione e ironia gli sconvolgimenti provocati dalla transizione al capitalismo nella società rurale polacca. Il film si apre con una scena introduttiva che mette amaramente alla berlina, svelandone l’aspetto grottesco, il consumismo più sfrenato indotto, che scatena la concorrenza e la lotta costante di tutti contro tutti per accaparrarsi dei beni di pessima qualità e ultra-standardizzati.

Passa poi a descrivere senza arrestarsi alla superficie la società ultraconservatrice e ultracattolica che si è affermata nelle campagne polacche, dove un giovane solo in quanto porta i capelli lunghi, è un metallaro e non è un completo conformista, viene costantemente guardato con sospetto, già all’interno della propria stessa famiglia. Per chi non si conforma al clima ultra-provinciale della comunità di villaggio l’unico destino possibile sembra essere l’abbandono del selvaggio borgo natio e la via dell’immigrazione. Il giovane cerca in qualche modo di resistere a questa via di fuga individualistica e si sforza di costruirsi una vita con una ragazza che ama e da cui pare amato alla follia.

Nel frattempo è anche lui coinvolto – non sappiamo quanto liberamente, visto che la partecipazione appare come un dover essere etico indispensabile per essere riconosciuto all’interno della comunità etica alquanto primitiva del borgo – nella grottesca epopea del paese, volta alla costruzione nel nulla della campagna polacca della statua di Cristo più grande del mondo che, secondo i corrotti vertici della chiesa locale polacca, dovrebbe guardare nella direzione del principale luogo di pellegrinaggio del paese, in cui in un’apparizione la Madonna avrebbe rivelato che proprio dalla Polonia sarebbe sorto colui che avrebbe condotto alla salvezza l’intera umanità. In tale intento appare già come l’adesione alla Chiesa cattolica sia considerata, soprattutto nelle campagna, un tratto essenziale della propria identità nazionale reazionaria. Tale sproporzionata e inutile cattedrale nel deserto è autofinanziata dalla comunità locale, istigata dalla chiesa, che svolge un ruolo centrale, ossessivo e ultraconservatore in questa comunità così provinciale e filistea. Così oltre che ridursi il già misero salario, la comunità di villaggio è tutta impegnata, compresi rom e immigrati, nella costruzione di questo enorme Cristo, dove non sembra preso nemmeno in considerazione l’aspetto estetico. Non mancano persino gli scontri razziali, dal momento che nella Polonia in transizione al capitalismo si è sviluppato un forte razzismo, che contagia per altro lo stesso protagonista, per quanto rappresenti certamente l’“alternativo” all’interno della comunità. D’altra parte il lavoro volontario, a cui è difficile sottrarsi, perché facendolo in qualche modo si finirebbe per essere esclusi dalla piccola comunità di villaggio, è portato avanti senza rispettare neanche le più elementari norme di sicurezza. Così il nostro eroe, preso da ben altri pensieri, si distrae un momento e subisce un gravissimo incidente da cui sopravvive gravemente deformato con problemi alla vista e grandi difficoltà a farsi intendere quando cerca di parlare.

Agghiacciante, ma efficacissimo è il monologo in ospedale, dove il giovane è ancora immobilizzato e incapace di parlare con il parroco che, dopo aver lamentato che l’incidente ha provocato l’interruzione dei lavori, invita il giovane a lodare Dio per il miracolo che gli ha permesso di sopravvivere a un terribile incidente, regalandogli per così dire una nuova vita. Per cui questo Dio sarebbe in grado di salvare l’uomo che precipita, ma non di non farlo precipitare o di non farlo partecipare a lavori, condotti per altro in suo nome, senza le minime misure di sicurezza. Infine il prete conclude il suo farisaico discorsetto invitando il giovane all’omertà rispetto a chi pretende di trovare delle colpe umane in un incidente fatale.

Le ferite riportate impediscono al giovane di lavorare e lo costringono a costanti cure. Tuttavia la transizione al capitalismo, in nome del libero mercato e delle privatizzazioni, ha prodotto spaventosi tagli all’assistenza sanitaria e alle pensioni di invalidità. Per cui una grottesca commissione – a proposito della burocrazia spacciata dall’ideologia dominante come una caratteristica del socialismo – lo condanna a sopravvivere senza un effettivo sostegno da parte dello Stato.

Niente paura, però, con la fine del socialismo finalmente si è lasciato libero spazio allo spirito imprenditoriale, per cui le televisioni sfruttano il miracolato e il suo stesso aspetto che appare ai più mostruoso, come un ottimo strumento per pubblicizzare taluni prodotti, sfruttando anche le più spaventose tragedie per alimentare ulteriormente il consumismo, in una società, per altro, dove i bassi stipendi concedono appena quanto basta per continuare a farsi sfruttare per un certo numero di anni. Il successo mediatico fa sì che i fedeli della chiesa del paese si ammassino per farsi selfie con il nuovo fenomeno da baraccone assurto alla celebrità, ma poi si dimostrano senza pietà quando il prete, ipocritamente, chiede di sostenerlo in quanto ferito nella realizzazione di un’opera sacra. Per il resto tendono a emarginarlo in quanto ancora più diverso di prima, al punto che anche l’ex fidanzata, fortemente istigata dalla sua famiglia, tronca ogni rapporto con lui, nonostante il fatto che subito prima dell’incidente si erano lasciati con l’impegno di sposarsi al più presto.

La stessa madre del protagonista, particolarmente cattolica e bigotta, immagina che il malato non sia il suo vero figlio e dichiara al prete che è stato sostituito da un demonio. Il prete organizza un grottesco esorcismo, in cui il nostro, per mostrare le assurdità di tali credenze, finge, in un primo momento, di essere veramente indemoniato, per poi irridere queste barbare superstizioni. Il che non toglie che tali pregiudizi siano duri a morire nel paese, tanto che viene irriso e provocato da bande di bambini. Nel frattempo la sua ex in crisi cerca di tirare avanti sfruttando le sue doti fisiche come spogliarellista in un locale equivoco in cui accorrono buona parte dei fedeli cattolici sempre presenti alle messe domenicali. Solo il nostro eroe cerca di farla desistere, ma viene malmenato da chi vuole continuare a sfruttare la debolezza della ragazza. Del resto, il moralismo disumano della dottrina cattolica, che tende a criminalizzare la sessualità in quanto tale e le tragiche condizioni di vita nel capitalismo reale – in cui le famiglie sono costrette a sopravvivere stipate in un unico ambiente – impedisce una sana e consapevole soddisfazione del principio del piacere. Consegnando in tal modo ancora di più questi uomini, cui qualsiasi soddisfazione del piacere sembra proibita, all’oppio per il popolo offerto dalla chiesa, l’ipocrisia e perversione dei suoi membri è denunciata con grande coraggio dalla regista del film.

Particolarmente significative sono le scene delle confessioni dei diversi personaggi del film, che vanno principalmente a farsi giustificare le proprie cattive azioni del parroco, particolarmente interessato ai dettagli delle pratiche sessuali delle giovani e attraenti fedeli. Molto significativa è anche tutto il filisteismo che si cela nella sfera della famiglia, così ipocritamente esaltata dopo la caduta del comunismo. La sua realtà si palesa un momento dopo la conclusione dell’ennesimo rituale religioso, dopo la morte del pater familias in cui si scatena una grottesca lite di tutti contro tutti, per cercare di appropriarsi a spese degli altri, anche con i mezzi più subdoli, di una eredità per quanto misera.

Tale ennesimo sconsolante e miserabile spettacolo convince il nostro eroe ad abbandonare una società così profondamente ipocrita e corrotta, da far concorrenza all’alta società la cui mancanza di costumi era denunciata nel settecento da Rousseau. Peccato che una regista che, proprio con la sua opera, dimostra che anche in un paese tanto conservatore come la Polonia è possibile realizzare con un certo successo un film per molti aspetti rivoluzionario, non riesca a trovare per la sua tragedia una catarsi e un prospettiva più ampia che la risoluzione individualista all’emigrazione. Del resto, però, nella società in transizione al capitalismo ogni elemento sociale, diverso dalla socialità immediata e naturale della religiosa comunità di villaggio e della famiglia è radicalmente negata, in nome di un individualismo che non ha, nei fatti, concrete possibilità di affermazione e autorealizzazione.

Fratelli nemici Close enemies di David Oelhoffen (Francia, Belgio 2018, voto: 7-) è buon hard boiled girato nelle banlieue francesi, con protagonisti di origine magrebina. La struttura riprende il tragico dramma classico dei fratelli coltelli. In una situazione sociale che non sembra lasciare molte alternative al sottoproletariato locale, troppi si vedono costretti a cercare impiego nella malavita organizzata. L’unica via di uscita a tale terribile destino, per uno dei fratelli coltelli sembra essere l’impegno nella narcotici, in cui la sua origine e i legami che in un modo o in un altro mantiene con essi, ne fanno il punto di forza e gli consentono di emergere. Anche perché negli Stati capitalisti, in un mondo senza cuore, vi è necessità di oppio per il popolo e, quindi, l’alternativa sembra ridursi alla droga o a una religione vissuta in modo più o meno fondamentalistico.

Non potendo curare questa contraddizione strutturale della società capitalistica, gli apparati repressivi dello Stato sono impegnati affinché il traffico di droga sia in qualche modo controllato dallo Stato. Questo avviene principalmente grazie a una serie di informatori che sembrano più che altro utili per catturare dei devianti, che potrebbero turbare il disordine costituito, dimostrando al contempo dinanzi all’opinione pubblica che le forze dell’ordine sono sempre in allerta, pronte a sequestrare ingenti traffici di droga.

Le cose rischiano di complicarsi e di mettersi male quando il boss storico del traffico rischia di essere messo fuori gioco e la polizia teme di non poter incanalare, come nel caso precedente, la gestione della vendita degli stupefacenti. Anche perché gli inconfessabili accordi della narcotici con gli infiltrati e i rapporti indiretti con i boss del traffico sono a forte rischio di scandalo, in quanto vengono emergendo dimostrerebbero che è proprio la polizia a violate costantemente le leggi.

Questi aspetti molto interessanti del film finiscono però, per rimanere essenzialmente sotto traccia, non se ne indagano le cause reali, ossia i motivi per i quali lo Stato imperialista ha bisogno di far circolare droga nelle banlieue. Il regista cerca di evitare questi aspetti realmente esplosivi delle vicende narrate, per concentrarsi troppo sul tema classico e, un po’ scontato, dei fratelli coltelli. Infine, come spessissimo accade, nel cinema moderno “d’autore”, l’apologia indiretta del capitalismo passa attraverso il T.i.n.a., ossia il there is no alternative. In altri termini nella tragica situazione delle banlieue, le uniche opportunità sembrano essere o divenire trafficante e potenzialmente assassino o membro degli apparati repressivi dello Stato, con lo stesso rischio di finire male; Tertium non datur. Così, come di consueto, nei film borghesi non vi è catarsi, una prospettiva alternativa che si apre, per evitare che possa sorgere il principio speranza e lo spirito d’utopia, certamente molto più invisi ai tutori dell’ordine costituito e soprattutto ai loro mandanti, del traffico di droga o di religione più o meno fondamentalista.

22/09/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://quinlan.it/2019/04/25/unaltra-vita/

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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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