Your name

Un delizioso film di animazione giapponese privo della sostanzialità del maestro Miyazaki


Your name Credits: Fotogramma film

Your name (guarda il trailer) di Makoto Shinkai, animazione, Giappone 2016, valutazione: 7/10

Ancora un notevole prodotto del cinema di animazione giapponese, capace di interessare e appassionare tanto un pubblico di adolescenti, quanto un pubblico di adulti. Pieno di grazia e dignità il film mette in scena il complesso rapporto fra il Giappone urbano industrializzato e all’avanguardia nello sviluppo tecnologico e il Giappone rurale dove ancora vive l’antichissima cultura giapponese, in cui ancora è forte una visione del mondo mitologico-religiosa. Ottimo dal punto di vista grafico, notevole nella capacità di fondere musica e immagini il film è godibile dal punto di vista estetico e lascia alquanto al pubblico sui cui riflettere.

Centrale è il tema, ricorrente nei grandi film di animazione giapponese, della complessa dialettica fra le due anime del paese, una d’avanguardia e l’altra ancora arcaica. Due anime che si cercano, che sognano l’una dell’altra, i cui destini inevitabilmente tendono a incrociarsi. Ognuna delle due guarda con ammirazione all’altra di cui subisce inevitabilmente il fascino, dal momento che ogni opposto, qui incarnato nel binomio fondamentale maschio-femmina, non può essere senza l’altro. E così gli opposti non restano tali, ma tendono ad attrarsi, anzi a rovesciarsi l’uno nell’altro, proprio perché ognuno ritrova se stesso proprio nell’altro. Da qui una magnifica storia d’amore e sullo sfondo il complesso rapporto di riconoscimento fra l’anima arcaica del paese e quella ultratecnologica.

Per quanto complesso, il ritrovare se stesso nel radicalmente altro quando si realizza produce un superamento delle opposte unilateralità che consente di superare il dualismo e realizzare una totalità organica. Da una parte abbiamo quindi il modernissimo e secolarizzato Giappone capitalistico, il cui individualismo e pragmatismo rischia di sacrificare la propria anima al feticcio della produttività, precipitando così in un disperato scetticismo. Dall'altra la vita in un piccolo centro che rischia di scadere nel gretto provincialismo, se non è in grado di stabilire una connessione anche sentimentale con la modernità.

Inoltre per quanto ormai fuori dal mondo, per quanto sia un residuo del passato, in certi aspetti della tradizione mitologico-religiosa è possibile rinvenire degli antidoti – in un tempo come “multiversum”, dal corso discontinuo che apre alla possibilità di sviluppi storici alternativi – alla piatta e conservatrice concezione del tempo, propria della modernità positivista, che crede in un costante progresso mediante lo sviluppo economico e tecnologico. Tale progresso, al contrario, non può che produrre una catastrofe, non solo perché, come mostra il film, rischia di far scomparire del tutto il proprio passato e con esso parti importanti della propria civiltà, ma in quanto fa precipitare la stessa modernissima società capitalista in una crisi dagli esiti catastrofici, in primo luogo dal punto di vista bellico e ambientale.

Quest’ultimo aspetto centrale nei grandi film di Miyazaki è purtroppo assente in Your Name, i cui esiti finiscono per essere un po’ troppo intimistici. Comune a entrambi è uno sguardo troppo tenero, tipico del socialismo reazionario, per il bel mondo antico, per le antiche concezioni mitologico-religiose, che non permette di comprendere come la difficoltà dei subalterni giapponesi a reagire alla crescente decadenza della società capitalista dipende anche dall’incapacità di emanciparsi dagli aspetti indubbiamente reazionari della tradizione.

04/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Fotogramma film

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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