Netanyahu vince per paura

Era perdente in tutti i sondaggi e negli auspici di molte cancellerie mondiali, poi tre giorni fa ha promesso: “Se vinco, mai uno Stato Palestinese”, e la pancia della paura e dell’estremismo ebraico ha prevalso tra i poli di Israele. Sovvertendo tutti i sondaggi Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni in Israele: il suo Likud ha 29 seggi, il centro sinistra solo 24.


Netanyahu vince per paura

Israele verso l’isolamento col Paese spaccato a metà. Haaretz: Netanyahu che s’è proposto al mondo come Le Pen o Zhirinovsky e rischia di isolare il Paese. Il Likud ha 29 seggi, mentre il centro-sinistra solo 24. Terza la Lista araba unita insieme ai comunisti con 13 seggi. 

di Ennio Remondino*

Era perdente in tutti i sondaggi e negli auspici di molte cancellerie mondiali, poi tre giorni fa ha promesso: “Se vinco, mai uno Stato Palestinese”, e la pancia della paura e dell’estremismo ebraico ha prevalso tra i poli di Israele. Sovvertendo tutti i sondaggi Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni in Israele: il suo Likud ha 29 seggi, il centro sinistra solo 24. A questo punto, secondo i media e contro gli exit-poll, Netanyahu sarebbe in grado di formare una maggioranza di destra di oltre 60 seggi su 120. Al terzo posto la Lista araba unita (alleanza coi comunisti, ndr) con 13 seggi; il centrista Yair Lapid con11 seggi. 

Al potere da nove anni, l’attuale premier, leader per ora incontrastato del Likud, ha giocato le sue carte per restare al potere a fronte di una minaccia crescente da parte del centrosinistra che, secondo i sondaggi, lo superava di quattro seggi (20/21 contro 24/25). Una situazione a sorpresa, certo non prevista da Bibi quando lo scorso dicembre dette il via alla crisi di governo “licenziando” i due ministri centristi Tzipi Livni e Yair Lapid. Per molti, già quanto le previsioni ipotizzavano la sua sconfitta, non era scontato che il premier, col meccanismo delle alleanze lasciasse la guida del governo. 

Perde Isaac Herzog, Tizpi livni e l’Israele del confronto con i suoi popoli in casa e quelli attorno. Il rampollo laburista della famiglia “kennediana” di Israele e la volitiva e navigata esponente centrista - ex pupilla Likud, poi ai tempi di Ariel Sharon, convinta sostenitrice di “Due Popoli Due Stati” per la questione israelo-palestinese - si sono rivelati ossi duri per Netanyahu. Herzog - considerato incolore da molti, voce fioca e aspetto misurato - aveva rivitalizzato i laburisti in coma da anni costruendo con Livni un patto diventato riferimento per chi voleva “mandare a casa Netanyahu”.

Cosa ha fatto Netnyahu? Perché la pancia di Israele contraddice la testa che vuole una democrazia piena e in pace col mondo? Per Chemi Shalev di Haaretz, il principale quotidiano israeliano, “Bibi Netanyahu s’è bruciato i ponti alla spalle, come Giulio Cesare con le sue legioni”. «Netanyahu ha bruciato i ponti con la minoranza araba con esortazioni razziali finora riservate ai demagoghi alla sua destra. Ha dato fuoco alle navi col carico dei legami internazionali di Israele, in particolare l’amministrazione Obama, quando rinnegato il suo accordo di principio per uno stato palestinese». 

Sempre Chemi Shaver analizza le forzature di Nethanyahu - bruciare tutto alle spalle - e l’elenco è lungo: ha dato fuoco alla tenda in cui la metà di Israele che non ha votato per lui risiede, li ha dipinti come pedine di una ridicola cospirazione che coinvolge anti-semiti, ONG, e sovversivi scandinavi. Un Netanyahu che copia Nixon quando nel 1970 col parallelo tra negri e arabi: “più negri si registrano con i democratici nel sud, più bianchi diventano repubblicani”. Il messaggio di Netanyahu di paura e disgusto ha scosso gli elettori di destra e li ha portati alle urne in massa col risultato visto. 

Ma un Netanyahu che s’è proposto al mondo anche come Le Pen o Zhirinovsky rischia di isolare il Paese, analizza Haaretz. Fonti vicine alla Casa Bianca non hanno mascherato la loro delusione e il fastidio per avere a che fare ancora con Netanyahu, ancora meno appetibile rispetto al vecchio.

Molti di loro sperano che il presidente Reuven Rivlin tolga alcune castagne dal fuoco al mondo spingendo per un governo di unità nazionale. Uno dei primi compiti del vecchio/nuovo premier sarà quello di sanare la frattura con la metà del paese lo vede come la prima causa di quanto di negativo accade.  

*remocontro

 

 

22/03/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Ennio Remondino

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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