Altro che baronato, ecco come la politica controllerà l’Università

Nuove misure legislative per controllare sempre più la formazione dell’alta cultura


Altro che baronato, ecco come la politica controllerà l’Università Credits: rivolidistoria.it

Abbiamo già messo in luce in un articolo precedente l’importanza che il sempiterno Brzezinski attribuisce all’università nell’attuale fase postindustriale che stiamo vivendo, e che è caratterizzata dal dominio declinante degli Stati Uniti. Ma dobbiamo aggiungere che tale declino rende ancora più necessaria una capillare strategia ideologica volta al rafforzamento dell’egemonia culturale nelle sue varie manifestazioni; uno dei pilastri di tale supremazia è sicuramente rappresentato dalle università in cui si produce cultura e ideologia, le quali vengono poi volgarizzate e diffuse dall’apparato massmediatico.

In un contesto in cui non ci sono più modelli alternativi in lotta, il docente universitario è chiamato a elaborare risposte pragmatiche ai problemi, proponendo sostanzialmente riaggiustamenti, adeguamenti, pietose illusioni che rendano immaginabile un miglioramento delle disperate condizioni di vita dei più. In questa prospettiva si rende quindi sempre più urgente – anche nel nostro paese - estendere il controllo sul sistema universitario, la cui autonomia è già quasi del tutto inesistente sia per la presenza dei membri privati nei Consigli di amministrazione, per la riduzione del ruolo politico del Senato Accademico che per la preminenza dei Rettori. Ma tutto ciò evidentemente non è sufficiente, giacché si sta profilando all’orizzonte un provvedimento (Decreto Presidente del Consiglio dei Ministri), che mette in pratica una norma contenuta nella Legge di Stabilità del 2016.

Con tale provvedimento si prefigura “la nascita della figura di un ‘super-barone’ accademico-governativo contraddistinto da potenziali rapporti privilegiati con la politica (e da un salario maggiorato), cui il regolamento non richiede neppure i requisiti imposti dall’attuale normativa per divenire professori” (Documento sindacale unitarioNo alle Cattedre Natta”) [1]. E ciò sempre nella logica della cosiddetta meritocrazia, la quale nei fatti consiste semplicemente nella maggiore vicinanza al potere politico e all’affinità ideologica con i suoi più significativi esponenti. Nonostante ciò essa continua ad abbagliare molti di quei ricercatori giovani, che ormai non lo sono nemmeno tanto, che vedono solo in essa la possibilità concreta di uscire dal lavoro nero, precario, sottopagato, mortificante.

Il decreto ha suscitato molta perplessità negli ambienti accademici ed extra-accademici, la quale si è concretata in vari documenti firmati da intellettuali di diverso orientamento. In particolare, c’è un aspetto che a detta dei critici sarebbe lesivo dei principi costituzionali, indicati nell’articolo 33 della Costituzione sulla libertà di insegnamento e della ricerca. Infatti, con tale provvedimento verranno istituite 25 commissioni, relative a vari ambiti disciplinari, che avranno il compito di reclutare 500 docenti italiani e stranieri “eccellenti”, e i cui presidenti saranno nominati dalla Presidenza del Consiglio, supportato in questo “difficile compito” dalle competenze del Ministero Istruzione Università Ricerca [2].

Questo diretto collegamento tra la nomina dei commissari, i quali sceglieranno ciascuno altri due commissari, ha fatto immediatamente pensare al tragico ventennio, quando si chiese agli universitari di prestare giuramento di fedeltà allo Stato monarchico e al regime fascista.

Come si può ricavare da un sito curato da accademici (roars.it), tale collegamento è del tutto sensato. Infatti, un regio decreto del 1935 prevedeva che le commissioni di concorso per l’insegnamento universitario fossero nominate dal governo; del resto, il decreto richiama anche una norma (Legge Casati), approvata dall’ultimo governo Cavour, con la quale si stabiliva che fosse il ministro a nominare le commissioni di concorso. Elementi tutti che segnalano con evidenza il fondamentale ruolo ideologico dell’istituzione universitaria, la quale, per esempio, negli ultimi decenni, in ambito economico, ha dato un contributo fondamentale all’affermazione del neoliberismo e alla sua ricezione in forma semplificata da parte delle masse. E con tale operazione ha annichilito tutte le correnti di pensiero economico ad esso alternative [3].

Su questi temi tanto importanti e delicati, anche se a tutta prima apparentemente distanti dalla nostra vita quotidiana, ho intervistato brevemente Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell’Associazione Nazionale Docenti Universitari. Naturalmente non entreremo negli aspetti squisitamente tecnici, ma ci limiteremo al senso politico dell’iniziativa governativa, che vuole solo elargire qualche briciola di speranza a quei circa 50.000 precari che lavorano a vario titolo nelle università. E allo stesso tempo, ci vuol far credere che il governo intenda rilanciare il paese, stimolando il cosiddetto rientro dei cervelli, fuggiti perché hanno trovato una collocazione più gratificante all’estero.

Miraglia fa osservare che, se la protesta contro il provvedimento volesse essere radicale, dovrebbe muoversi su due linee: 1) chiedere l’abrogazione di quanto stabilito a proposito dell’università nella legge di stabilità del 2016; 2) non scagliarsi esclusivamente contro le cattedre Natta, ma portare avanti anche una critica serrata dell’esistente. E tale critica non deve focalizzarsi esclusivamente sulla questione delle risorse, certo importanti, dato che per esempio in Italia la spesa studente è più bassa che in Francia e Germania. Oltre a sottolineare il costo esorbitante per procedere all’individuazione dei professori eccellenti (160.000 euro per commissione di concorso), Miraglia ritiene che tale provvedimento si configuri proprio come un’aggressione all’autonomia dell’università, che dovrebbe essere una comunità autogovernantesi. Al tempo stesso esso costituisce anche un insulto ai docenti in ruolo, ai quali viene detto chiaramente che non sono eccellenti e per questo saranno affiancati da figure di una maggiore levatura scientifica e intellettuale.

Il coordinatore dell’ANDU sottolinea che con questa misura si ci muove nella direzione già tracciata con l’istituzione del ANVUR (Agenzia Nazionale Valutazione Università Ricerca), con la quale si è realizzato di fatto il commissariamento dell’università per mezzo di un’Autorità, posta nelle mani del potere accademico-politico, che controlla le scelte parlamentari e ministeriali, oltre a indirizzare la grande stampa.

Quindi a suo parere, in primo luogo bisogna procedere all’abolizione dell’ANVUR rilanciando un organismo di governo che sia espressione democratica dei docenti universitari, da questi eletto senza distinzioni categoriali, modificare le forme di reclutamento e di avanzamento nella carriera, che implichino l’effettiva abolizione della cooptazione personale che, sotto varie forme, ha sempre determinato l’accesso all’insegnamento. Bisogna anche affrontare con serietà il problema del precariato programmando almeno 20.000 posti di ricercatore universitario a tempo indeterminato nei prossimi anni, così da dare uno sbocco certo a coloro che continuano a lavorare nelle università, garantendo così una buona qualità della ricerca e dell’insegnamento.

Inoltre, bisogna porsi con serietà il problema del diritto allo studio, la cui costante violazione non garantisce la reale uguaglianza di coloro che aspirano a migliorare la loro preparazione, tenendo conto che in Italia solo il 15,4 % degli studenti meritevoli ha ricevuto una borsa di studio contro il 26% di Francia e il 38,1 di Spagna. A ciò si può aggiungere che nel nostro paese il rapporto tra il numero degli studenti e quello dei docenti è più sfavorevole rispetto a quello degli altri paesi europei.

Nonostante la campagna lanciata da anni dai mass media contro i baroni universitari, se si procedesse all’approvazione del provvedimento relativo alle Cattedre Natta, non si eliminerebbero nepotismi, favoritismi, localismi ma si passerebbe da una forma di baronia universitaria ad una più nettamente politica, in virtù della quale il principe sceglierebbe direttamente i suoi apologeti. Proprio come fece Augusto ai suoi tempi.


Note

1. Sono dette così perché intitolate a Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963.

2. Oggi il docente universitario che vuol esser membro di una commissione per il conferimento dell’abilitazione scientifica nazionale deve possedere certi requisiti; questi ultimi, valutati da un’Agenzia ad hoc (ANVUR), sulla cui neutralità e sui cui metodi molto si discute, gli consentiranno di essere inserito in una lista. Tra i presenti nella lista saranno sorteggiati i commissari.

3. Che l’estensione del controllo sull’università sia un fenomeno decennale e internazionale è confermato da quanto accade in ambito accademico negli Stati Uniti, dove si utilizzano altri mezzi per ottenere il medesimo scopo. Scrive Paul Street, un professore universitario, che in questo paese il 76% dei docenti è precario; tale stato e il legittimo desiderio di essere ricontrattato fanno sì che il docente si allinei alle direttive culturali dominanti, abbandonando ogni forma di atteggiamento critico (leggi).

26/11/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: rivolidistoria.it

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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