Cosa sta succedendo all’Università Statale di Milano?

Politiche di privatizzazione e aziendalizzazione dell'Università pubblica.


Cosa sta succedendo all’Università Statale di Milano? Credits: internimagazine.it

Le politiche governative ed europee di privatizzazione della scuola e dell’università pubblica stanno colpendo tutto il Paese negli ultimi anni, e particolarmente all’Università Statale di Milano nell’ultimo biennio assistiamo ad un’esemplificazione di queste scelte.

Nello specifico tre sono le azioni compiute dal Senato Accademico e dal Rettore che si inseriscono nel solco delle politiche di privatizzazione e aziendalizzazione: il tentativo di ridurre il numero di appelli di esame annuali nella facoltà di Scienze Politiche (che, fortunatamente, data la resistenza di studenti e professori, non è stato attuato), e successivamente la riduzione da dieci a sei appelli per Studi Umanistici, in vigore dal presente anno accademico.

Il secondo punto è la decisione, presa sempre dal Rettore, di trasferire il polo scientifico di Città Studi nell’ex area Expo 2015, a Rho, progetto che dovrebbe vedere la luce nel 2022.

La terza decisione presa dal panico Rettore Gianluca Vago è quella che, cronologicamente, è stata approvata per ultima: porre un numero chiuso di studenti per le facoltà di Studi Umanistici, mentre già dall’anno scorso si è riusciti a inserire il numero chiuso anche a Scienze Politiche. Queste tre imposizioni hanno registrato sempre il parere contrario della maggior parte degli studenti e dei loro rappresentanti, insieme a gruppi di professori e senatori che, unito a vive proteste e raccolte di firme da parte degli studenti, non sono servite a nulla: l’imposizione è venuta dall’alto, dal Rettore Vago, il quale non ha dato ascolto alle critiche, forte anche delle parole favorevoli spese dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. La riduzione degli appelli è stata presentata come una necessità assoluta: gli studenti iscritti a Studi Umanistici sono troppi, gli esami vengono disertati dalla maggior parte di loro, moltissimi sono gli studenti fuori corso e gli abbandoni degli studi; queste sono state le critiche mosse sia dal Rettore Vago che da Corrado Sinigaglia, attuale Presidente di Studi Umanistici.

Analizzando i dati [1] tratti dalla presentazione che si è tenuta nel mese di aprile da parte del Nucleo di Valutazione e si riferiscono alla scheda ANVUR 2015, pubblicata nel 2016, la realtà è ben diversa: se leggiamo i grafici del testo in nota notiamo come i corsi vengano frequentati dalla maggior parte degli studenti, con una percentuale di non frequentanti che va dal 20% al 28%, in ogni caso non più della metà dei corsi di laurea di Studi Umanistici è in media con gli altri corsi di ateneo.

Per la continuazione al secondo anno (quindi il non-abbandono) i corsi di Studi Umanistici hanno una percentuale mediamente più alta rispetto agli altri corsi di laurea della Statale. Sempre consultando i dati e i grafici, possiamo vedere come i corsi di laurea presi in esame siano tutti in linea o superiori alla media dei corsi di laurea complessivi, sia all’interno dell’Ateneo sia in linea con le altre università del Nord Italia.

L’analisi che si può quindi dedurre da questi dati e dalle false auto-accuse mosse dal Senato Accademico è quella per la quale la riduzione degli appelli annuali a Studi Umanistici sia solo una pratica per diminuire il numero potenziale di iscritti, obbligare gli studenti ad accelerare i tempi di studio (con conseguente minore possibilità di avere una preparazione adeguata per l’esame), e far sì che i docenti debbano dilatare molto i tempi di esaminazione con ogni studente, creando degli ovvi disagi e accavallamenti di altri esami, per non parlare degli studenti-lavoratori che sono e saranno più di tutti colpiti da questa riforma, avendo già loro meno tempo rispetto agli altri studenti per preparare gli esami e trovare le date per poterli sostenere.

Oltre a questa analisi molto pratica, si può anche ravvisare il fatto che gli studenti, non potendo dare gli esami nei tempi pensati pre-riforma, saranno obbligati a posticipare le lauree, dovendo quindi pagare le tasse universitarie per l’anno aggiuntivo che saranno obbligati a fare, aumentando le spese se vanno fuori corso.

È altresì da aggiungere il fattore ideologico di questa riforma: ossia il contesto di aziendalizzazione della scuola e dell’università pubblica italiana, che chiede ai suoi studenti un aumento del ritmo produttivo degli esami, per laurearsi nel più breve tempo possibile ed immettersi nel mercato del lavoro, diventando merce.

Continuando nel settore umanistico la scelta di pochi giorni fa di inserire il numero chiuso nelle facoltà di Studi Umanistici, il Rettore e il Senato hanno trovato un folto gruppo di studenti e professori contrari, tra cui tutti i senatori di Studi Umanistici, i quali si erano già espressi negativamente nei rispettivi collegi didattici e quasi tutte le liste studentesche (a sinistra o di area cattolico-ciellina), le quali in questi giorni hanno organizzato varie mobilitazioni per contrastare questa decisione.

Decisione infine passata con un solo voto favorevole in più (18 a favore contro 17 tra contrari e astenuti), e nello specifico con i voti favorevoli dei Senatori delle facoltà estranee a Studi Umanistici, con il voto del rappresentante dei ricercatori (i quali erano, invece, tutti contrari [2]), e con il voto telefonico di un senatore che si trova attualmente in Brasile. Quest’ultimo voto è da ritenersi non legittimo, per questo motivo ci si sta organizzando per impugnare questa violazione e invalidare la decisione.

Anche la decisione di porre il numero chiuso a Studi Umanistici è stata propagandata dal Rettore e dal Presidente di Studi Umanistici come una necessità, dato che gli studenti iscritti a questi corsi di laurea sono troppi (molti sono stati orientati a questa scelta anche per via del fatto che l’anno scorso è stato inserito il numero chiuso a Scienze Politiche, come già ricordato). Si vuole rendere l’Università Statale “un’eccellenza”, tagliando i posti in ingresso, perché a quanto pare è preferibile avere meno studenti laureati piuttosto che investire maggiormente in assunzioni di professori e finanziamenti ai ricercatori.

Dalle parole [3] del sindaco Sala, il quale presenta evidenti motivi d’intesa con il Rettore anche per l’affare Città Studi-Expo, si evince come sia una necessità quella di avere pochi laureati, dato che comunque i posti di lavoro per chi possiede una laurea umanistica sono sempre limitati, ancor più se si tratta di un corso di laurea triennale non professionalizzante, che necessita per forza di una seconda laurea magistrale per poter accedere con qualche possibilità nel mondo del lavoro. Inoltre leggendo i dati [3] degli studenti iscritti in questo anno accademico e confrontandoli con quelli massimi che potranno accedere ai corsi di laurea dall’anno accademico 2018/2019, vediamo come ci sia una riduzione media di quarantacinque studenti per corso - dunque sicuramente non una soluzione per i problemi avanzati dalla dirigenza Unimi.

Una decisione presa in maniera assolutamente antidemocratica e imposta, una situazione che crea ancora una volta un contesto di falsa meritocrazia in un’università che si dichiara “pubblica, libera, aperta”, ma che nei fatti si sta sempre più chiudendo e privatizzando.

In ultimo bisogna guardare a cosa ha portato in un solo anno il numero chiuso nella facoltà di Scienze Politiche: citando dall’analisi pubblicata a inizio maggio da Studenti Indipendenti, possiamo vedere come “[…] terminata la prima sessione di quest'anno, il 38% delle matricole non aveva ancora sostenuto alcun esame, dato ben lontano da alcune paradisiache visioni del numero programmato. Questo dato testimonia semmai che l’unica selezione adeguata degli studenti è quella che si svolge in itinere e che insiste sulla verifica delle conoscenze trasmesse dall’università stessa tramite i suoi insegnamenti. La verità è che l'uso dei test è indice della volontà squisitamente politica di limitare l'accesso a qualsiasi costo, non punta affatto all’innalzamento della qualità della didattica o della ricerca, ma semplicemente alla pura e semplice riduzione delle spese” [4]. L’ultima questione che in questi tempi sta interessando la Statale è la proposta di trasferire il polo scientifico di Città Studi, nel quartiere di Lambrate, già da anni sempre più abbandonato a sé stesso e nel pieno della deindustrializzazione (come quella che interessa gli operai della INNSE), nell’ex area Expo 2015, quasi del tutto inutilizzata dopo l’evento di Expo 2015, che ha avuto 2,2 miliardi di spese e 30,7 milioni di guadagno [5], rendendo ora più che mai necessario all’amministrazione di Milano trovare una soluzione per questo enorme flop economico, che ha ancora molti debiti da saldare.

In questa sede non c’è spazio per ribadire ancora e motivare il totale rifiuto nei confronti della macchina Expo 2015, che ha solo creato profitti per le multinazionali e per le mafie che si sono spartite gli appalti, e neppure per i 110 ettari di terreno in gran parte ad uso agricolo che sono stati cementificati per l’evento, ma sicuramente bisogna porsi contro questa decisione assolutamente scellerata. Prima di tutto basta fare una semplice analisi degli altissimi costi che l’Università dovrà affrontare per gestire un appalto del genere (ennesima dimostrazione che si preferisce spendere in questo modo le risorse piuttosto che puntare sull’assunzione dei professori), poi considerare i costi e i tempi degli spostamenti obbligati delle migliaia di studenti che dovranno spostarsi fino all'estrema periferia (con un costo del biglietto extraurbano più alto), e infine considerare lo svuotamento quasi completo del quartiere studentesco; per ora inoltre non si sa nemmeno quali saranno i progetti per l’area che verrà abbandonata. E’ sotto gli occhi di tutti un diretto attacco alla democrazia in Ateneo, che si palesa con le decisioni autoritarie del Rettore e una serie di politiche prettamente di carattere economico che si abbattono sugli studenti e sul loro studio libero. Ribadiamo con forza la necessità di schierarsi contro le politiche europee e di Confindustria di privatizzazione della Scuola e dell’Università pubblica italiana, per uno studio laico, pubblico e gratuito.


Riferimenti e Note:
1 http://www.dipafilo.unimi.it/extfiles/unimidire/405901/attachment/dossier-valutazione.pdf
2 https://dottorato.it/content/i-dottorandi-della-statale-contro-il-numero-chiuso
3 http://www.metronews.it/17/05/24/numero-chiuso-statale-sala-e-la-cgil-campo.html
4 https://www.facebook.com/notes/studenti-indipendenti-studi-umanistici/analisi-della-proposta-di-inserimento-del-numero-programmato-a-studi-umanistici/1368919599867324/
5 http://www.repubblica.it/economia/2016/05/12/news/expo_e_costata_2_2_miliardi_di_euro-139636070/

03/06/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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