DDL scuola: la sola battaglia persa è quella che non si è combattuta

Per una riflessione critica sulla mobilitazione della scuola contro la riforma in chiave liberista imposta dal governo Renzi. Dopo aver analizzato le conquiste di una lotta che ha coinvolto per un intero anno i lavoratori sensibili alla necessità di difendere la qualità della scuola pubblica, ne analizzeremo anche i limiti. Infine, a partire da questi ultimi, proveremo a ragionare sul Che fare?


DDL scuola: la sola battaglia persa è quella che non si è combattuta

Per una riflessione critica sulla mobilitazione della scuola contro la riforma in chiave liberista imposta dal governo Renzi. Dopo aver analizzato le conquiste di una lotta che ha coinvolto per un intero anno i lavoratori sensibili alla necessità di difendere la qualità della scuola pubblica, ne analizzeremo anche i limiti. Infine, a partire da questi ultimi, proveremo a ragionare sul Che fare?


di Renato Caputo

Dopo un anno di continui rinvii, imposti dalla mobilitazione, è passato alla camera il DDL “La buona scuola”, un’organica controriforma in chiave liberista della scuola pubblica italiana. Fra alcuni lavoratori della scuola si sta diffondendo un senso di scoramento, di sconfitta, di impotenza. Tali colleghi rischiano così di dimenticare quanto amava ricordare Ernesto Che Guevara: «Non esistono battaglie perse, esistono battaglie fatte o non fatte». E questa volta, almeno diversi di noi, questa battaglia la hanno combattuta a lungo, siamo stati in mobilitazione permanente lungo un intero anno, e a fondo, ottenendo risultati anche significativi. A dimostrazione che solo la lotta paga vale la pena di ricordare almeno alcuni dei più significativi risultati.

In primo luogo occorre menzionare il movimento dei lavoratori autoconvocati della scuola che dal Lazio si è diffuso spontaneamente anche in altre regioni, come la Calabria o la Toscana. Si tratta di un segnale importante. In effetti le difficoltà dei lavoratori e più in generale delle masse popolari in questo paese non dipendono soltanto dalla mancanza di un partito in grado di farne contare gli interessi sul piano politico e di un sindacato in grado di vendere a un prezzo non stracciato la forza lavoro e di contrattare orari e ritmi non eccessivi, ma anche dalla carenza di strutture consiliari.

Queste ultime hanno, dal punto di vista dei subalterni, la stessa rilevanza del partito politico e del sindacato, in quanto è indispensabile un termine medio fra i due estremi del sindacato, che dovrebbe essere in quanto tale riformista, limitando lo sfruttamento dei lavoratori salariati e il partito che dovrebbe porre la questione del potere politico, ovvero battersi contro lo Stato della borghesia in funzione di uno Stato diretto dai lavoratori. Lo Stato borghese si fonda sul principio liberale della delega della gestione del potere a una casta di professionisti della politica, in generale al soldo dei poteri forti, mentre lo Stato dei lavoratori dovrebbe fondarsi su una forma di democrazia diretta incentrata sui luoghi di lavoro.

Perciò, secondo la lezione di Gramsci, sono necessari i consigli, per dimostrare che i lavoratori sono in grado di autogestire la produzione senza bisogno dei padroni e di sviluppare già all’interno della società capitalista le cellule della società futura, che sarà fondata su una democrazia diretta di tipo consigliare. Non è un caso che nei due momenti della storia del nostro paese in cui si è andati più vicino al superamento dello stato borghese, il biennio rosso e il quinquennio 1969-73, il movimento reale volto a cambiare lo stato di cose esistenti è stato guidato proprio dai consigli.

Certo siamo in una fase completamente differente, in una fase di restaurazione che dura da ormai trentacinque pesantissimi anni. Tuttavia, come amava ricordare Brecht, la notte più lunga eterna non è, ed è perciò essenziale cogliere e sviluppare gli elementi che, sia pur in forma embrionale vanno contro tale tendenza restauratrice del pieno dominio del lavoro morto sul lavoro vivo. Da questo punto di vista l’esperienza dei lavoratori autoconvocati della scuola ha una certa importanza, in quanto dopo anni di divisione nel mondo della scuola fra lavoratori iscritti ai diversi sindacati e di dominio della logica della delega degli interessi dei lavoratori alle burocrazie sindacali, si è fatto un significativo sforzo di ricomposizione. In effetti i lavoratori autoconvocati della scuola hanno elaborato piattaforme e conseguenti mobilitazioni dal basso, portando a lavorare fianco a fianco, indipendentemente da logiche di appartenenza sindacali, lavoratori iscritti alle più diverse organizzazioni sindacali o a nessuna.

Questo ha permesso in diversi posti di lavoro, spesso coinvolgendo le Rsu, di organizzare assemblee unitarie, forme di coordinamento con studenti e genitori, iniziative di lotta e di controinformazione che hanno fra l’altro prodotto un numero straordinario di prese di posizione degli organi collegiali della scuola contro i progetti di contro-riforma orchestrati dal governo.

Così assemblee unitarie dei lavoratori, assemblee di istituto convocate da studenti con il supporto di lavoratori, collegi dei docenti, consigli di classe, consigli di istituto, coordinamenti di genitori hanno preso posizione per la prima volta senza nessuna eccezione, e generalmente all’unanimità o quasi, contro le posizioni del governo nel modo più netto. Anzi in molti casi si è contrapposta alla controriforma in chiave liberista imposta dal governo per conto dei poteri forti, una riforma reale nata e sviluppatasi dal basso, a partire dalla mobilitazione di lavoratori, studenti e genitori: la Lip (Legge di iniziativa popolare) che ha raccolto un numero enorme di consensi.

Questo movimento trasversale e radicale nato dal basso ha dato un significativo contributo, con il concorso non voluto dell’autoritarismo della controriforma governativa, alla assolutamente inattesa riunificazione sindacale. In maniera del tutto imprevedibile ancora un anno fa, infatti, tutte le forze sindacali con un qualche radicamento fra i lavoratori, da quelle più radicali alle più moderate, hanno superato la logica suicida durata per decenni dei fratelli coltelli, e hanno portato avanti significative iniziative di controinformazione e di lotta unitarie.

Questa unità ha portato, con il decisivo concorso dei lavoratori autoconvocati e autorganizzati, dopo anni di scioperi assolutamente inefficaci e di rappresentanza ad almeno due grandi scioperi che hanno finalmente paralizzato l’intero mondo della scuola, bloccando per due o più giorni gli stessi scrutini in tutto il paese. Si è così passati da scioperi che generalmente non superavano il 5% dei lavoratori, a una partecipazione superiore all’80%, nonostante che i lavoratori consapevoli avessero già scioperato più volte nel corso dell’anno. Questi scioperi hanno avuto il significativo risultato di far comprendere la necessità dell’unità della lotta e della necessità di una sua costruzione diretta e dal basso da parte dei lavoratori. Inoltre ha prodotto il risultato significativo di rivalutare una decisiva forma di lotta, come lo sciopero, che le suicide tendenze alla frammentazione degli anni precedenti aveva fatto considerare dalla maggioranza dei lavoratori un residuo ideologico del passato.

Queste grandi mobilitazioni, che hanno reso evidente al paese, nonostante la costante disinformazione prodotta dai grandi organi di “informazione”1, che l’intero mondo della scuola mai come prima era contrario alle proposte del governo, hanno contribuito a produrre un essenziale risultato dal punto di vista politico. Quel blocco storico e sociale riorganizzatosi attorno al governo Renzi, che agli occhi della maggioranza dei commentatori anche di sinistra sembrava destinato a spadroneggiare in Italia per un ventennio, ha cominciato seriamente a disgregarsi. Non, come era prevedibile, dall’alto, dal momento che il ceto di politicanti che controllano il parlamento sono nella stragrande maggioranza dei casi a tal punto attaccati alle poltrone che indegnamente occupano da accettare di divenire zerbini di un esecutivo che impone la propria linea, non solo disastrosa ma anche suicida, a forza di decreti legge e imponendo la fiducia2. Il ricatto della caduta del governo impone a parlamentari, la cui rielezione l’Italicum mette completamente nelle mani del dirigente di partito, di accettare qualsiasi sacrificio della propria base elettorale pur di poter arrivare con la conclusione della legislatura all’agognato vitalizio. Dunque, questi signori, riceveranno a vita una parte di quanto produrranno per il resto della loro esistenza quelli elettori traditi che per ignoranza o ignavia li hanno eletti3.

Le recenti elezioni regionali hanno dimostrato che persino nel cuore delle regioni tradizionalmente rosse, Emilia Romagna e Toscana, il blocco sociale che costituisce la spina dorsale in termini di militanza, ma anche elettorale del Pd è in via di dissoluzione. A questo terremoto politico ha dato, indubbiamente, un contributo decisivo la mobilitazione del mondo della scuola, un mondo che sciaguratamente aveva riposto, a larga maggioranza, la fiducia in un partito che si era presentato come l’unica reale alternativa al governo Berlusconi, che aveva massacrato la scuola pubblica e al governo tecnocratico di Monti che si era posto sulla stessa strada. L’inedita e difficilmente prevedibile situazione per cui intellettuali, come diversi professori della scuola spesso militanti sindacali, che si erano spesi per l’affermazione di Renzi a partire dalle primarie4, ora non solo in rotta con il proprio partito, ma in lotta contro la sua controriforma dell’istruzione, permette di far comprendere la dimensione reale di una sconfitta elettorale del Pd su tutto il territorio nazionale.

Dopo aver a lungo argomentato sulle ragioni per le quali anche in questo caso la lotta ha pagato, occorre considerare i motivi per i quali le significative mobilitazioni della scuola non hanno prodotto i risultati sperati. I limiti sul piano politico di tale movimento consistono nella sua incapacità di dotarsi di una rappresentanza politica in grado di contrastare anche su questo piano l’attacco del governo5.

L’incapacità del movimento sociale a difesa della scuola pubblica di costruirsi uno sbocco dal punto di vista politico, non dipende solo dalla scarsezza dell’offerta esistente in rapporto alla domanda, ma dall’incapacità di collegarsi alle lotte negli altri settori. Quest’ultima incapacità non ha solo ragioni soggettive, ma anche un’evidente ragione oggettiva, ossia l’incapacità della maggior parte delle altre mobilitazioni dei lavoratori di andare al di là della difesa del singolo posto di lavoro dinanzi a esuberi e licenziamenti. Non a caso misure devastanti negli ultimi anni come l’attacco all’articolo 18, allo Statuto dei lavoratori, al contratto nazionale, a un impiego stabile, o a una pensione dignitosa sono state imposte senza significative resistenze sociali. Certo a ciò hanno contribuito dirigenze sindacali colluse con quei governi che hanno portato avanti tali politiche antisociali e, tuttavia, è egualmente indubitabile che in generale ognuno ha ciò che si merita6.

Il problema è che l’attacco ai lavoratori della scuola pubblica e alla libertà di insegnamento ha come scopo proprio quello di rendere nei fatti estremamente difficile il compito non più rinviabile per la classe dei lavoratori di forgiarsi degli intellettuali organici. In effetti il dover ricorrere costantemente sul piano politico e sindacale a intellettuali tradizionali resta, come insegnava Antonio Gramsci, uno dei motivi principali della sconfitta dei subalterni.

Pur con tutti i suoi limiti e i suoi acciacchi, dovuti a un ventennale attacco da parte dei liberali, la scuola pubblica italiana dava ancora la possibilità, grazie alla libertà di insegnamento, a intellettuali non direttamente espressione delle classi dominanti e spesso in via di proletarizzazione, di poter contribuire alla formazione di intellettuali organici ai subalterni. Porre gli insegnanti direttamente sotto il controllo dei presidi-manager e indirettamente sotto le direttive del ministero, significa proprio impedire queste potenzialità presenti nella scuola pubblica di mettere in discussione, con l’elaborazione di un sapere critico, una società esistente sempre più corrotta e decadente.

Per quanto concerne il che fare?, sul piano immediato, occorrerà contrastare in ogni modo l’applicazione della contro-riforma mantenendo viva la mobilitazione e l’opposizione in tutti i posti di lavoro, ossia in ogni scuola. A partire dalla fine della collaborazione, in funzione subordinata, con la scuola della dirigenza, che comporta poi un numero sempre più ampio di straordinari mal pagati o addirittura gratuiti che, per altro, rendono sempre più difficile coniugare detti incarichi con una didattica di qualità.

Al tentativo di bloccare ogni attività aggiuntiva dovrà aggiungersi poi, in occasione della ripresa dell’anno scolastico, un nuovo sciopero generale del mondo della scuola, per dimostrare che i lavoratori della scuola sono stati vinti in un’importante battaglia, ma non intendono arrendersi dinanzi al tentativo di dequalificare la scuola pubblica.

A tale scopo potrà tornare utile anche la raccolta di firme e l’attività di stampa e propaganda in funzione di un referendum abrogativo della controriforma in atto. Quest’ultimo è uno strumento troppo importante e delicato per essere lasciato nelle mani dell’attuale ceto politico parlamentare, che già ne sta facendo uno strumento inutilizzabile, se non per ridarsi una credibilità dinanzi a un mondo della scuola sempre più scettico.

A questo proposito, per evitare il sacrificio a scopi puramente elettoralistici di un importante battaglia di civiltà, questa esigenza dovrebbe essere fatta propria e generalizzata dalla coalizione sociale in formazione. Quest’ultima potrebbe riunificare davvero le diverse vertenze aperte sul piano dei diritti economici, sociali e politici, unificando al referendum contro il DDL scuola del governo, un referendum per abrogare almeno gli aspetti peggiori dell’Italicum, del Jobs act e della controriforma Fornero delle pensioni.

Visti i tempi lunghi che un percorso del genere comporta, mai e poi mai le firme potranno essere pronte e depositate per la scadenza attuale del prossimo 30 settembre, e chi lascia credere il contrario rischia di essere un venditore di fumo. D’altra parte è indispensabile non limitarsi alla pur necessaria raccolta, rispettando i tempi necessari alla sua riuscita. Al contrario si tratta di lavorare sin da ora all’elaborazione di un programma minimo di mobilitazione in grado di ricomporre, in un fronte di opposizione alle politiche liberiste del governo, i settori intenzionati a lottare per salvaguardare i diritti sociali ed economici. Tale programma dovrebbe, se non intende rimanere un mero decalogo delle buone intenzioni, di cui sono lastricate le vie dell’inferno, sperimentarsi nella costruzione di un autunno caldo. A partire da un grande sciopero generale intercategoriale, che chiedendo l’abrogazione de “La buona scuola”, dell’Italicum, del Jobs act e della Fornero sia in grado di dare il colpo decisivo a un governo che, sebbene duramente colpito, continua a infliggerci colpi sempre più violenti7.

Note

1 A ulteriore dimostrazione che era una menzogna ideologica quella che faceva credere che la cattiva informazione in Italia era una assoluta anomalia dovuta alla sola figura di Berlusconi. Il controllo della comunicazione di massa del governo Renzi appare da alcuni punti di vista ancora più pervasivo. Dunque il problema non è il singolo proprietario televisivo prestato alla politica, ma la proprietà privata e sempre più monopolistica dei mezzi di “informazione”.

2 Quest’ultima resta l’arma vincente nelle mani di un governo ridotto, dal punto di vista del consenso dello zoccolo duro della sua base sociale e di militanza alla canna del gas.

3 Tutto ciò a ulteriore dimostrazione del fatto che urge una credibile alternativa alla democrazia parlamentare, che consenta una partecipazione più diretta, in primo luogo dei lavoratori, alla vita politica del paese. Da questo punto di vista il primo ostacolo necessariamente da abbattere restano quelle istituzioni europee non elette che impongono ai diversi paesi la politica economica da seguire, ossia che impongono una sempre più spaventosa polarizzazione sociale.

4 Diversi lavoratori della scuola avevano dato credito a Renzi per la sua promessa di rottamare quella dirigenza politica del Pd che aveva nei precedenti governi di centro-sinistra, a partire dalla sciagurata contro-riforma prodotta da Berlinguer, dato un contributo fondamentale alla dequalificazione della scuola pubblica e all’affermazione di governi di destra che avevano portato a compimento l’opera.

5 Del resto non era difficile prevedere che persone infiacchite durante il ventennio berlusconiano trovassero la forza non solo di liberarsi di una classe dirigente che ne aveva tradito tutte le aspettative, ma di dotarsi di un nuova avanguardia in grado di guidarle sulla strada di una reale alternativa politica al centro-destra e al centro-sinistra liberale.

6 In altri termini la conferma che hanno avuto, con percentuali davvero bulgare, linee sindacali colluse con il blocco di potere che porta avanti l’attacco di stampo liberista ai diritti economici e sociali, dimostra la catastrofica arretratezza e la scarsa coscienza di classe da parte dei subalterni.

7 Su questa tematica mi permetto di rinviare al mio articolo, pubblicato di recente su questo stesso giornale, http://www.lacittafutura.it/lavoro/uno-sciopero-generale-in-difesa-della-democrazia.html.

12/07/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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