La scuola è un lavoro improduttivo?

L'INVALSI e la sua missione di dar vita a una valutazione oggettiva a test di valore assoluto dell'apprendimento sono parte dell'ideologia liberista: il mito della meritocrazia anche. Nei documenti della Fondazione Agnelli, della Fondazione San Paolo, della associazione TREELLLE, e nei verbali delle riunioni internazionali dei gruppi come il Bilderberg o della commissione Trilaterale si trovano i fondamenti di questa visione distorta della scuola pubblica che, invece, non può e non deve produrre plusvalore, ma la virtù come potenzialità di Buen Vivir. 


La scuola è un lavoro improduttivo?

L'INVALSI e la sua missione di dar vita a una valutazione oggettiva a test di valore assoluto dell'apprendimento sono parte dell'ideologia liberista: il mito della meritocrazia anche. Nei documenti della Fondazione Agnelli, della Fondazione San Paolo, della associazione TREELLLE, e nei verbali delle riunioni internazionali dei gruppi come il Bilderberg o della commissione Trilaterale si trovano i fondamenti di questa visione distorta della scuola pubblica che, invece, non può e non deve produrre plusvalore, ma la virtù come potenzialità di Buen Vivir.

di Renata Puleo

L’INVALSI* è un ente di diritto pubblico che, dall’anno della sua costituzione sulle ceneri del CEDE, Centro Europeo per l’Educazione di Frascati, si occupa di valutazione scolastica, come primo e ormai esclusivo scopo della sua attività decennale, da poco autocelebrata a Roma con un convegno.
Durante il decennio ultimo, il lavoro dell’ente ha completamente tralasciato la funzione di ricerca e di documentazione che si svolgevano presso il CEDE. Anche in ambito di formazione dei docenti, l’INVALSI rivendica un ruolo mai assunto. Del resto, su questo aspetto, inesistente è stato l’investimento dei Governi, sia in ingresso, sia nel corso della carriera docente. A meno che non si vogliano citare le poco onorevoli esperienze delle Ssis (Scuole di Specializzazione abilitanti) e i corsi TFA (tirocinio di formazione), nel nostro paese da anni non si formano i docenti, da anni non si fa ricerca pedagogica e didattica. L’INVALSI è diventato l’unico perno intorno al quale ruota la poca spesa scolastica e i suoi compiti si concentrano in modo esclusivo sulla valutazione degli apprendimenti. In questo modo viene interpretato il suo ruolo istituzionale, completamente prono al “così vuole l’Europa”, forma di provincialismo ammantata di globalizzazione culturale di bassissima lega. Ciò significa che la valutazione della capacità del sistema scolastico di garantire il mandato costituzionale, di prendersi cura, in un luogo pubblico, della formazione delle creature piccole e dei giovani, viene preso dalla coda: a partire dalla domanda su cosa abbiano appreso; e non dalla testa: come, perché, con quali investimenti ideali e monetari da parte dello Stato.
Un sistema, è un fenomeno complesso*, che evolve in un determinato ambiente, si modifica e modifica il contesto, è dotato di parti interagenti, le cui funzioni non determinano una somma, ma piuttosto quella che la cibernetica e la teoria dei sistemi chiamano qualità emergente. Il sistema scolastico che l’INVALSI dice di voler valutare, ha esattamente queste caratteristiche. Dunque, indagare su solo un aspetto per poi operare un collegamento causa-effetto con le funzioni svolte da un solo altro elemento del sistema, rappresenta una cattiva epistemologia. Secondo tale impostazione la qualità degli apprendimenti è conseguenza esclusiva dei processi di insegnamento e dunque dell’attività dei docenti. 

Ci si potrebbe domandare quale disegno stia dietro una concezione così semplicistica di un organismo estremamente complesso. Perché, nel capitalismo maturo, questa metodica di controllo sui sistemi scolastici sia diventata il modello di indagine e di governo su di essi.
Negli Usa, nei paesi europei, in Oriente, la valutazione degli apprendimenti, come cartina al tornasole del buono/cattivo funzionamento della formazione e dell’istruzione, è affidata alla pratica del test*. La fiducia cieca nell’oggettività scientifica, soprattutto quella che può essere garantita con i numeri e con la statistica come unica possibilità di lettura dei dati, anche in funzione previsionale, si sviluppa, un po’ paradossalmente, proprio nel secolo scorso, mentre cadono a una a una le convinzioni sulla possibilità di comprensione totale della realtà psichica e fisico-naturale.
Mentre si divulgano le scoperte psicoanalitiche, cresce la smania di testare l’intelligenza. Mentre la crisi economica ricorrente mostra di essere la caratteristica del modo di produzione capitalistico, come aveva previsto Marx, l’economia entra, testa avanti, nella computazione elettronica dei costi, degli investimenti, dei profitti, delle rendite finanziarie e dei giochi tabellari. Il mascheramento è evidente: si tratta di far guadagnare consenso all’idea di uno sviluppo senza arresti, se non per pure contingenze superabili, di divulgare la convinzione di una completa razionalità della cosa economica. 

Come la scuola entri in questo processo, non appare ancora con tutta la sua chiarezza. La mano pesante che i gruppi confindustriali, attraverso le proprie istituzioni, usano per guidare le pratiche dell’INVALSI, trova la sua legittimazione teorico-politica nei documenti della Fondazione Agnelli, della Fondazione San Paolo, della associazione TREELLLE*, e nei verbali delle riunioni internazionali dei gruppi come il Bilderberg o della commissione Trilaterale (recentemente pubblicati da WikiLeaks). Un grande interesse per la scuola pubblica, dunque. Avanzo almeno tre ipotesi che potrebbero spiegare l’insistenza dello sguardo neoliberista e l’invasiva presenza di personaggi provenienti scolastica: 

  • la scuola pubblica può diventare un buon investimento per i privati (passando per la manovra più morbida del contributo delle famiglie, verso quella dell’impegno economico delle grandi aziende informatiche, ad esempio);
  • la scuola deve funzionare a due velocità, una per la manodopera precaria, a bassissimo costo e alto tenore di sfruttamento, una per le élites, nella forma privata o statale, con differenziazione forzata e precoce dei percorsi;
  • la scuola così concepita può convergere sul modello neoliberista, rinunciare a formare senso critico, pericoloso non solo per la manovalanza, ma anche per la nuova intelligentzia alle cui competenze è affidata la perpetuazione del modello socio- economico. 

Non so se il mondo economico ha già le idee così chiare o se sta avanzando passo-passo, una batteria di test INVALSI alla volta, Una Buona Scuola* alla volta.
E poi, se dell’INVALSI ci si può ormai completamente fidare, non si sa mai per il sedicente centro-sinistra attuale. A questo proposito si può leggere il documento pubblicato da TREELLLE* a sostegno del piano Renzi- Giannini, contenente la raccomandazione di tenere a bada la spesa pubblica, di mantenere ben salda la barra dell’INVALSI e della valutazione con scopi premiali. A rinforzare ideologicamente il passo, forse ancora incerto, nei processi di valorizzazione economica del capitale umano scolastico, c’è il collante del merito e della meritocrazia, come esito della sua misurazione oggettiva. In un paese profondamente corrotto, proclamare l’importanza di un sistema, scolastico, lavorativo, in cui il merito individuale diventi l’unica possibilità di avanzamento, di realizzazione sociale, è una buona mossa propagandistica.
Valutando oggettivamente intelligenze, capacità, competenze, si può conferire un posto di direzione, di comando, si può dare la possibilità di ottenere vantaggi a chi sarà risultato migliore. E c’è un solo modo per farlo: la valutazione oggettiva a test su criterio assoluto. “I valori sono plurali e variegati fra la gente, non solo intelligenza ma anche gentilezza, coraggio, simpatia, sensibilità e capacità immaginative...chiunque può sviluppare le proprie capacità. Al di là di una misura matematica, ciascuno può sviluppare speciali capacità e condurre felicemente la propria vita”. Rendo così, in una traduzione parafrasata, il senso del Chelsea Manifesto che apre e chiude il libro The rise of the meritocracy di Michael Young*. 

Nel 1958, questo inglese visionario scrisse un testo destinato a mantenere una costante fortuna, anche in virtù degli equivoci che lo humor britannico, di cui l’analisi è pervasa, provocò nei lettori. Oggi, tradotto in italiano, l’ascesa della meritocrazia, è un utilissimo testo di fantapolitica, dotato, come spesso lo è la buona fiction, di notevoli capacità di comprensione delle prospettive future. Nel racconto-saggio di Young, che si basa sul fantomatico manoscritto di un omonimo sociologo finito suicida, vengono smascherati due simulacri odierni.
Nelle rivolte inglesi del 2034 contro la società apparentemente egualitaria del merito, costruita nei nostri anni, la lotta dei nuovi populisti si svolge su due fronti: il primo è centrato sulla mancanza di validità predittiva del test, sulla soggettività del criterio assoluto che gli è a capo (qualcuno, uno o più soggetti, ha deciso, ma non è Dio!); il secondo ci dice che il governo dei migliori smette, a un certo punto, di produrre mobilità sociale e tende invece, data l’impossibilità di garantire le cosiddette pari opportunità per tutta la platea sociale, a riprodursi come casta. 

Tornando in Italia e alla scuola, l’illusione di uguaglianza criteriale dei test, si basa su una profonda disuguaglianza di condizioni e sull’ipocrita collegamento fra una scuola progettata per il controllo sociale e l’aumento delle opportunità di occupazione e di avanzamento economico del paese. Ciò che sfugge ancora al suddetto controllo e forse anche ad un’approfondita analisi sociologica è che la scuola è per sua natura improduttiva. Vale a dire che il suo prodotto è immateriale, distribuito sul lungo periodo, legato a una molteplicità di fattori che danno origine a una qualità emergente, i cui termini sono valori in senso etico, dunque difficili da catturare con sistemi oggettivi.
E credo, concludendo, che proprio quest’inoperosità, intesa come impossibilità a produrre cose, volumi reificabili, fenomeni testabili da una macchina, dovrebbe esser qualcosa da difendere, per cui lottare. Se una competenza, uno stile di apprendimento, un qualsiasi cambiamento, generano in un insegnante un problema di comprensione, di comparazione, di misura, tale sospensione del giudizio è il nodo su cui deve puntare la diversità del lavoro docente, essa deve nutrire la necessità di continuo scambio interattivo, cooperativo fra i docenti, con gli allievi.
Il lavoro scolastico è altro dal lavoro fordista e post-fordista, la sua valorizzazione in termini di investimento economico può essere solo a fondo perduto, non può e non deve produrre un plusvalore come sfruttamento e guadagno per l’investitore. Ma ciò accade solo se gli investitori restano lo Stato e la società civile, la società degli uomini e delle donne che coltivano la virtù come potenzialità di Buen Vivir

* Approfondimenti sulle tematiche in questo articolo solo sfiorate, sui documenti citati, sulle nozioni di sistema e di valutazione qualitativa, sulle operazioni di contrasto alla metodica a test negli USA, si possono trovare sul blog www.genitoreattivo.wordpress.com; altri contributi, tra cui uno specifico sull’INVALSI a cura di R. Puleo per il Gruppo NoINVALSI, si può leggere sul sito www.cespbo.it

 

09/01/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renata Puleo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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