Merito fra dono e debito – Parte II

Breve biografia di una parola e del suo successo. E’ possibile meritare qualcosa, che sia premio o castigo, senza il concorso dell’Altro?


Merito fra dono e debito – Parte II Credits: http://www.morcone.net/2016/07/09/listituto-superiore-diana-mantiene-la-dirigenza/

Segue da parte I


Secondo scenario Un breve esercizio di memoria storico-politica per capire come si passa – per il nodo merito/premialità – da Berlinguer a Brunetta, verso Madia [1].

Il giro di boa mediante il quale si arriva all’attuale normativa avviene durante il decennio ’90 del secolo scorso e non riguarda solo il “riordino” dell’istruzione o del pubblico impiego, ma gli stessi concetti di pubblico e di statale.

Tra il 1993 e il 1994 vengono liquidati due provvedimenti i cui effetti dureranno nel tempo: la contrattualizzazione del pubblico impiego e l’emanazione del Testo Unico sull’istruzione, in un tentativo di apparente riordino e semplificazione, nel tempo soggetto a continue revisioni.

Analizzando ciò che segue al primo atto troviamo il filone definito di “razionalizzazione” della Pubblica Amministrazione, dalle norme-Bassanini del 1997-‘99 (ben quattro riforme coordinate per la cosiddetta “semplificazione”) fino al testo di Brunetta.

Sulle tracce lasciate dal Testo Unico si incardinano le riforme di Luigi Berlinguer (dal 1996 al 2000 a guida del dicastero dell’istruzione nei governi Prodi e D’Alema).

Quel che mi interessa evidenziare è il punto di congiunzione fra i due cammini legislativi: l’introduzione dell’autonomia scolastica. Si tratta di un’autentica deriva valoriale, politica, concettuale, che introduce un nuovo vocabolario nel mondo dell’educazione e dell’istruzione, meglio rispondente al profondo cambiamento economico-culturale frutto dell’avanzata neoliberista.

Quando Berlinguer liquida il testo concernente la qualifica dirigenziale attribuita ai direttori didattici e ai presidi unificandone la carriera i giochi sono fatti, il cammino diventa irreversibile, soprattutto indiscutibile. L’entusiasmo nelle fila dei nuovi dirigenti è pressoché unanime, nelle organizzazione corporative, in casa CGIL: tutti si aspettano grandiosi risultati per un processo che allora si chiamava innovazione, più pudicamente di rottamazione, ma animato dallo stesso insensato giovanilismo, troppo ignaro di storia delle istituzioni per capire la portata dei provvedimenti adottati.

Nel 2015 cominciano a comparire le valutazioni su questo percorso, e soprattutto sulla legge Brunetta, da parte dell’ Associazione dei Presidi e dei Dirigenti (ANP/ESHA EU), soprattutto a firma del Dirigente Francesco Gustavo Nuzzaci con una precisione giuridica che qualificherei come chirurgica [2]. Si tratta - scrive - di portare l’assetto della dirigenza scolastica ben dentro il quadro delineato dalla legge Brunetta, rendere operativi gli strumenti di “premialità”, di merito, di selezione e di valutazione, in simmetria con l’applicazione di misure di sanzionamento per l’inefficacia e l’inefficienza in ambito amministrativo e propriamente scolastico. Nella legge del 2009, recita il commento, c’è già tutto quel che serve. La nuova disciplina del rapporto di lavoro pubblico è informata ai principi di ottimizzazione, efficacia di azione, efficienza per unità di spesa, performances che prevedono costante monitoraggio, misurazione, valutazione; attività a cui è tenuto ogni ramo dell’amministrazione, sia in scala gerarchica – tutti dipendono in ultima istanza da altri - sia in autonomia per settore di appartenenza.

Si delinea un intreccio fra il tratto discendente tipico di una “buona organizzazione del lavoro” e l’assunzione di responsabilità individuale per settore occupato. il controllo delle performances è legato agli obiettivi triennali, la valutazione operata da organismi “indipendenti”, non meglio specificati (l‘INVALSI per la scuola!).

Dunque, se nella legge Brunetta c’è tutto quello che serve per realizzare l’autonomia e l’aziendalizzazione della scuola, urge un di più. La sua possibilità di applicazione manca della necessaria specificità; manca di quel “de pleno iure” che potrebbe trovare realizzazione nell’intesa fra il MIUR e il MEF (Ministero di Economia e Finanze: ovviamente implicato visto che si parla di efficienza, ma anche di soldi).

Il problema, come si vede, sta nel cuore di una dirigenza scolastica che nasce ambigua, e che Renzi ha provato a definire in contorni più netti. Persiste, aggiunge ancora il nostro, una maniera di concepire il Dirigente in osservanza dell’art.33 della Costituzione, da cui si ricava una sorta di nicchia ecologica per la scuola rispetto al resto del comparto pubblico. Insomma, un rimasuglio di libertà di azione culturale e didattica, costituzionalmente garantita, che si è estesa, per colpevole arrendevolezza governativa al corporativismo sindacale, dall’insegnamento all’ufficio di dirigenza. E’nato così una sorta di compromesso, un “middle management” che lo spirito della legge Brunetta esclude, laddove non di leader si parla ma esplicitamente di manager. Nessuna infatuazione legata a vecchi percorsi educativi, nessun compromesso con sedicenti forme di cooperazione, semmai collaborazioni ufficializzate in incarichi, creazione di staff, composizione di nuclei di consiglieri ad hoc. Il lavoro docente, se vogliamo parlare di scuola per il terzo millennio, dice Nuzzaci, deve essere necessariamente “proceduralizzato”, regolato, certo non in nesso causale, ma “probabilistico”, la cui sensatezza razionale è fuori discussione.

Ci riuscirà a realizzare a pieno il nesso dirigenza-premialità qualche improvvido erede di Renzi-Gentiloni, passando per la Madia? Il DS diventerà a “de pleno iure” il Padre giudicante e provvidenziale a capo di una comunità di figli rissosi e frustrati?

(intervento di Renata Puleo al convegno “Bonus in fabula” promosso dai docenti della scuola primaria Longhena, Bologna il 14 giugno scorso)


Note

[1] Questa parte è una rielaborazione dell’articolo apparso su “La Citta Futura” nel settembre 2015 dal titolo “ Una dirigenza per il terzo millennio” di R. Puleo.

[2] Francesco Gustavo Nuzzaci ha diretto una scuola a Loverato in Puglia; laureato in Pedagogia e Giurisprudenza; cultore di Diritto Scolastico presso la Facoltà di Giurisprudenza di Lecce, esponente sindacale della CONFEDIR - quadri direttivi della PA, ha svolto attività di formazione nelle SSIS e ha assunto incarichi ispettivi su dirigenti in anno di prova; ho selezionato trasversalmente i suoi commenti da innumerevoli articoli apparsi su Scuola&Amministrazione, nel sito edscuola (pubblicati fino al 2015) e, nello specifico dell’argomento qui trattato, dalla rivista Scienze dell’Amministrazione Scolastica, 2010.

09/07/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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