Quali sono i risultati delle “riforme” dell’Università?

La Confindustria ha “riformato” l’università.


Quali sono i risultati delle “riforme” dell’Università? Credits: http://static.dagospia.com/img/foto/03-2017/sapienza-fedeli-881459.jpg

Il convegno organizzato dalla Associazione Treelle alla Sapienza di Roma, cui ha partecipato anche l’attuale ministro Fedeli, è stato un vero e proprio evento politico, contestato soprattutto dagli studenti e dai ricercatori precari, che alla fine sono riusciti ad ottenere la possibilità di esprimere il loro parere; ovviamente assai diverso da quello dei promotori dell’evento, ospitati ben volentieri dal rettore Eugenio Gaudio, il quale ha fatto notare che la società civile italiana non comprende la necessità di potenziare la nostra Università, che si muove in un mondo globalizzato e internazionalizzato, in cui le singole componenti sono in forte competizione tra loro. A differenza degli studenti e dei ricercatori precari, i docenti hanno brillato per la loro acquiescenza ai progetti della Confindustria, cui la Treelle è strettamente legata, e per la loro presenza non significativa.

Lo scopo dell’iniziativa, tenutasi lo scorso 14 marzo, è stato la presentazione di un quaderno, il tredicesimo di questa associazione nata nel 2001, dal titolo “Dopo la riforma: università italiana, università europea?”, scaturito dalla collaborazione di esperti dell’educazione superiore, coinvolgendo anche un rappresentante degli studenti. È possibile vedere il video del convegno e ascoltare tutti gli interventi, se si ha una certa pazienza perché durano più di quattro ore, entrando nel sito della Treelle.

Ma cos’è l’Associazione Treelle? Innanzi tutto il suo nome significa Life Long Learning ed è presieduta da Attilio Oliva, che è stato tra l’altro responsabile della Commissione Scuola della Confindustria e vice-presidente esecutivo e amministratore delegato dell’Università privata LUISS, la quale si vanta di usare solo criteri meritocratici. Tale organismo si definisce “un’associazione no profit, rigidamente apartitica e agovernativa”, il cui obiettivo è il miglioramento della qualità dell’educazione. Al contempo, è anche una “lobby trasparente” che si preoccupa di “diffondere dati, informazioni e proposte presso i decisori pubblici a livello nazionale e regionale, i parlamentari e le forze politiche”.

Dopo le parole di saluto e di benvenuto del rettore, ha preso la parola Attilio Oliva, ricordando che la Treelle si avvale del supporto di alcune fondazioni bancarie, in primis la Cariplo, seguite dalla Compagnia di San Paolo e dall’Unicredit. Proprio tale supporto, secondo Oliva, garantirebbe la neutralità e l’indipendenza dell’associazione.

Successivamente Oliva si è soffermato sugli obiettivi del quaderno lì presentato, rimarcando che esso aveva la finalità di valutare i cambiamenti prodottisi nell’Università italiana in seguito alle “riforme” decise dai vari governi. In particolare, ha detto esplicitamente che la legge 240 (Gelmini) e l’istituzione dell’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) hanno recepito sostanzialmente le indicazioni della associazione da lui presieduta. Purtroppo, ha aggiunto, non si è avanzati nel procedere ad introdurre l’istruzione professionalizzante, necessaria a produrre le figure richieste dal mercato del lavoro, e vi è stata una diminuzione delle risorse assegnate al comparto universitario. Da questo quadro, Oliva ricava che non abbiamo bisogno di nessuna nuova legge, ma solo di implementare quelle già esistenti, in particolare la 240. Con il suo quaderno la Treelle presenta alcune proposte concrete che vanno in questa direzione.

Una prima osservazione che si potrebbe fare al discorso di Oliva è che, quando fu istituito il famoso tre+due, fu detto che la laurea triennale aveva un obiettivo professionalizzante e che i laureati del primo livello avrebbero senz’altro trovato un impiego soddisfacente. Purtroppo, come d’altra parte molti avevano previsto, il tre+due è stato un disastro, che ha abbassato il livello dell’insegnamento e per di più non ha aperto nessun percorso lavorativo agli studenti.

Inoltre, l’istruzione professionalizzante, che si vuole intensificare e che fa molto comodo alla Confindustria, ha implicato lo snaturamento della funzione politica e sociale dell’università. Funzione che non dovrebbe esser quella di insegnare un mestiere, ma quella di sviluppare in senso ampio e profondo la ricerca e di trasmetterne i risultati, valorizzando la libertà del ricercatore e alimentando così il germogliare del pensiero critico tra gli studenti. Solo attraverso il rapporto costante con tale forma di pensiero gli individui possono divenire attori politici consapevoli e partecipare non come oggetti passivi alla vita sociale. Del resto, solo una ricerca di base seria può contribuire allo sviluppo di applicazioni pratiche di contenuto innovativo.

Questo processo di snaturamento è cominciato con la riforma Zecchino-Berlinguer sull’autonomia (2000) che ha avviato il processo di liberalizzazione, destatalizzazione, privatizzazione delle istituzioni educative portato avanti dai dirigenti diessini, che con la demagogia hanno occultato il carattere di destra delle loro “riforme”.

L’altro intervento su cui mi soffermerò è quello di Gianfelice Rocca, imprenditore, presidente del gruppo Techint e dell’Università Humanitas, vice-presidente della Confindustria per un certo periodo, presidente di Assolombarda e indagato per corruzione internazionale in Brasile. Egli è considerato anche uno degli uomini più ricchi di Italia ed è membro della Commissione Trilaterale.

A suo parere la missione dell’Università è quella di avviare al lavoro i giovani, preparando quelle figure professionali di cui le imprese hanno bisogno, e quella di contribuire all’elaborazione di un apparato tecnologico, che modifichi il nostro sistema economico. Facendo un raffronto tra Germania e Italia, Rocca ha dichiarato che nella prima il settore privato sviluppa ampiamente la ricerca scientifica, aggiungendo che anche in Italia le imprese fanno ricerca, ma data la loro piccola dimensione, essa non è significativa. Di qui la necessità di rafforzare il rapporto pubblico / privato, che dunque nelle parole di Rocca, infarcite di fastidiosi anglicismi, dovrebbe configurarsi in questi termini: l’Università pubblica, messa sullo stesso piano di quelle private, sia pure ridimensionata, dovrebbe produrre quell’innovazione scientifica, da cui scaturirebbero applicazioni tecnologiche necessarie alle imprese italiane per competere a livello internazionale. Inoltre, il suo ridimensionamento è quanto mai opportuno perché così cede sempre più spazio alle università private, in cui essendo queste ultime libere di essere coerenti con i loro principi fondativi viene lesa la libertà di insegnamento di quei docenti che non li condividono. Ciò vale soprattutto per le istituzioni educative cattoliche. Sempre secondo l’opinione del nostro imprenditore l’Università deve costituirsi come un organismo corporativo, in cui gli azionisti, i manager, la componente scientifica operano in stretta collaborazione.

Alla fine della giornata gli organizzatori dell’evento sono stati costretti a dare la parola a un rappresentante dei ricercatori precari (si calcola che siano circa 40.000) e degli studenti, lasciando fuori della porta tutti i giovani che volevano partecipare. Ciò è stato giustificato da Oliva, dicendo che la Treelle sostiene la democrazia rappresentativa e non quella assembleare.

Il discorso del ricercatore precario è stato breve ma ha colto pienamente nel segno. Ha esordito dicendo che in quell’aula si trovavano riuniti tutti quelli che in questi ultimi anni hanno contribuito allo smantellamento dell’Università pubblica, per cui non si capisce perché questi ultimi, dopo i disastri che hanno prodotto, si investano oggi dell’incarico di intervenire ulteriormente. Utilizzando gli stessi dati forniti dal quaderno della Treelle, ha affermato che dal 2008 i fondi stanziati per L’Università sono diminuiti del 20%, le tasse sono aumentate del 34%, si sono perduti 12.000 docenti non sostituiti per il blocco del turn over, si è avuto un calo del 10% degli studenti. Ciò è grave per l’Italia che quanto a numero di laureati è in coda ai paesi europei. Proseguendo questa tendenza – ha aggiunto – entro il 2020 si perderanno altri 20.000 docenti, mentre dei 40.000 precari il 93,6% sarà espulso dal mondo universitario e sarà costretto ad andare all'estero (12.000 se ne sono già andati). Di fronte a questa situazione drammatica il governo Renzi ha stanziato risorse per l’inserimento di 860 di nuovi ricercatori a tempo determinato, non volendo intendere che è necessario un piano straordinario di reclutamento che preveda l’assunzione di 20.000 ricercatori, come richiesto d’altra parte da molti sindacati e associazioni universitarie da anni. Ha anche osservato che è una menzogna dire che non ci sono fondi disponibili, perché per le spese militari essi si reperiscono senza problema. Se non si prenderà questa misura, nel 2020 non lavorerà all’Università nessun docente di ruolo, il quale per la sua stessa posizione precaria sarà sottomesso e subalterno.

Si è poi scagliato contro l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca, affermando giustamente che è l’organo di controllo degli atenei, il quale utilizzando criteri valutativi non credibili e criticati da ampi settori del mondo accademico distribuisce i fondi. A suo parere l’ANVUR dovrebbe essere abolita e la valutazione dovrebbe essere fatta con la partecipazione dei docenti e degli studenti.

Se poi si vuole fare un confronto tra Germania e Italia – ha sottolineato – si pensi solo al fatto che la prima dà ogni anno all’Istituto Max Planck un miliardo di euro, mentre il nostro paese stanzia per i Progetti di ricerca di interesse nazionale solo 30 milioni.

La conclusione del ricercatore precario è triste, ma del tutto realistica: si vuole procedere alla disintegrazione del sistema universitario pubblico, sottomettendo quello che ne rimane ai bisogni delle imprese.

Concludo, riportando brevemente le parole dello studente di Scienze politiche che è intervenuto, il quale ha osservato che la Sapienza offre servizi scadenti o inesistenti, i corsi di studio accorpati impediscono la libertà di scelta, gli spazi di studio collettivi sono chiusi o il loro uso è limitato a certe ore della giornata, la didattica è meramente frontale e non coinvolge direttamente gli studenti, che così non possono collaborare all’elaborazione del sapere. Inoltre, ha sottolineato che l’attuale governance universitaria è esclusivamente interessata a valorizzare l’inserimento delle aziende e non a rispondere ai bisogni dello studente. La legge 240 ha ristrutturato l’Università italiana secondo il modello anglosassone, facendo della competizione il suo criterio regolatore, mentre secondo lo studente quest’ultimo deve essere individuato nella cooperazione, in modo da coinvolgere anche gli studenti nel funzionamento degli atenei e nella formazione di un sapere che nascendo da un confronto, sia critico e aperto.

01/04/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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