L’università pubblica: il cantiere delle politiche liberiste

L’università pubblica, dopo anni di controriforme, ha ormai perso il suo scopo originario.


L’università pubblica: il cantiere delle politiche liberiste

L’università pubblica, dopo anni di controriforme, ha ormai perso il suo scopo originario, ovvero quello di essere il luogo della ricerca scientifica, della sperimentazione e non da ultimo della formazione del sapere critico, per diventare il cantiere in cui si sperimentano le politiche liberiste poi attuate nel mondo del lavoro.

di Beniamino Caputo

L’università nasce come un luogo dove si sperimenta, dove si fa scienza e dove dovrebbe formarsi la coscienza. Purtroppo questi non sembrano più essere i fini dell’università pubblica italiana. Oggi le università sono tutt’al più il luogo dove si sperimentano le politiche liberiste che verranno attuate poi nell’intera società civile. Nelle università è infatti da tempo in atto: i) la frammentazione dei contratti di lavoro, il lavoro per chiamata diretta (la cooptazione)  e i licenziamenti (legalizzati ormai da tempo) ii) gli scontri generazionali tra giovani ricercatori precari e meno precari e tra questi e i più anziani che hanno invece un contratto a tempo indeterminato, iii) la meritocrazia, utile a tagliare drasticamente il finanziamento pubblico e giustificare i tagli, iv) la privatizzazione,  attraverso la quale imprese private si  impadroniscono dei frutti della ricerca scientifica e ne determinano le scelte, contrariamente al principio già di Galilei dell’importanza della libertà della ricerca per il progresso dell’umanità.

Nell’università pubblica ormai da molti anni coesistono innumerevoli contratti che hanno lo scopo sia di dividere la classe dei lavoratori  per rendere difficili le rivendicazioni comuni, sia di sfruttare al massimo la forza lavoro, intensificare i ritmi  e massimizzare i profitti. Solo qualche esempio per entrare più nello specifico.  Sebbene apparentemente cambi il rapporto di lavoro, le varie tipologie di lavoro precario  oggi presenti all’Università, ovvero il dottore di ricerca, il borsista, il contratto di collaborazione continuato e continuativo,  il lavoratore a progetto, il collaboratore a partita iva, il docente a contratto, l’assegnista di ricerca, hanno tutti simili mansioni: da una parte portano avanti la ricerca (spesso finanziata privatamente) e dall’altra sono utilizzati per fare docenza. È importante sottolineare che questi lavoratori solo in minima parte sono finanziati dal sistema pubblico, spesso i loro salari provengono da finanziamenti privati. In generale chi ha un contratto stabile si ritrova a gestire questi fondi e la forza lavoro cercando di non far morire la ricerca e la didattica.

Spesso un giovane studente appassionato del suo studio e delle sue ricerche si ritrova a lavorare passando tra le varie figure di lavoro precario, trascorrendo anni della sua vita senza vedersi riconosciuti i suoi diritti.  Si instaura inoltre un rapporto di cooptazione, dove verosimilmente andrà avanti solo colui che avrà instaurato un buon rapporto con il suo datore/professore.

Seppure questo lavoratore sfruttato riesce a resistere tanti anni in questa dura condizione non gli verranno comunque mai riconosciuti diritti e stabilità lavorativa.  La riforma Gelmini (N°240 del 2010) ha introdotto delle novità per cui i suoi sforzi non possono essere mantenuti per lungo tempo. Infatti, ad un certo punto della sua faticosa carriera fatta di sforzi e di contributi lavorativi e di docenza spesso gratuiti si vedrà cacciato fuori dal sistema universitario nazionale, non solo perché il gruppo di ricerca non riesce più a mantenerlo, dato i finanziamenti sempre meno cospicui della ricerca anche nel settore privato/europeo, ma a causa della stessa legge. L a terribile legge Gelmini, oltre a cancellare le speranze di migliaia di precari della ricerca ad intraprendere carriera accademica, eliminando la figura  del ricercatore a tempo indeterminato e introducendo quello a tempo determinato, ha posto dei limiti alla sua stessa esistenza da precario costringendolo a licenziarsi non solo dal suo posto di lavoro, ma da tutto il panorama dell’università nel vasto territorio nazionale. Infatti il dottore di ricerca potrà accedere ai concorsi per “l’ultima” posizione da precario, quella di ricercatore a tempo determinato tipologia b, (l’unica posizione che garantirebbe in parte la possibilità di accedere alla figura di professore associato) solo se non ha superato 9 anni di precariato (4 anni di assegni di ricerca, 3 anni di RTD tipologia a, 2 anni di proroga come RTDa). Questa infamia, oltre a legalizzare la fuga dei cervelli, miope per un paese a capitalismo avanzato, ha permesso ai governi  borghesi di garantirsi l’incolumità  rispetto ad una possibile multa della comunità europea dopo quella paventata per i precari della scuola pubblica.

Nella futura “Buona università” del governo Renzi è presente un fattore che va ben oltre la legge Gelmini.  Invece di porre rimedio a questo autolicenziamento di massa dei lavoratori della conoscenza, la via di uscita sarà quella di poter continuare a lavorare come ricercatore a P. IVA non più dipendente, ma libero professionista che continuerà la sua solita mansione (entrando in laboratorio e impartendo  docenza) ma dovrà pagare contributi e tasse autonomamente senza poter rivendicare nessun diritto.

Questo sistema lavoro dell’università basato sul divide et impera non  facilita le rivendicazioni e tende spesso a far in modo che le giuste rivendicazioni di un categoria siano a svantaggio dell’altra alimentando ulteriormente  la suddivisione dei lavoratori della conoscenza utile a mantenere lo stato di cose esistenti. Così ad esempio, le importanti rivendicazioni sul salario dei professori tra i lavoratori del pubblico impiego  cui sono stati bloccati ingiustamente i salari, rischiano di bloccare le nuove assunzioni (per un calcolo assurdo sulla valutazione della ricerca) e di diminuire le risorse a scapito dei nuovi possibili assunti. Purtroppo non solo vengono alimentati i motivi di conflitto tra lavoratore “sicuro” e lavoratore “insicuro”, ma si tende anche ad alimentare quelli tra i lavoratori precari, in modo di mettere uno contro l’altro (come ad esempio recentemente avvenuto per la partecipazione ai concorsi per RTD-b aperti anche ad assegnisti post-Gelmini , mettendo quest’ultimi contro gli RTD-a).  

Anche se spesso viene utilmente omesso, queste contraddizioni sono dovute dall’unica grande ragione, quella della politica dei tagli per depotenziare il sistema universitario pubblico, luogo del sapere critico e trampolino per le classi meno abbienti per formarsi e conquistare intellettuali che potrebbero mettere in dubbio l’egemonia borghese. Così troppo spesso la denuncia dei tagli, piuttosto che un’importante rivendicazione che allo stesso tempo avrebbe il pregio di unire tutto il comparto universitario  e rilanciare un forte movimento che unisca professori, precari e studenti, viene spesso trascurata. La sua omissione dall’agenda delle rivendicazioni è probabilmente dovuta al fatto di aver introiettato dentro una parte dei lavoratori del pubblico impiego, la politica della crisi dove a tutti viene chiesto uno sforzo e dall’altra dall’uso distorto che alcuni settori fanno della meritocrazia.  

Infatti quest’ultima invece di essere al servizio per potenziare i settori più promettenti, viene spesso utilizzata anche dagli stessi gestori dell’università per far credere di tagliare i settori meno produttivi. Perciò la finta meritocrazia è solo utile a celare i tagli ormai trasversali a tutto il comparto pubblico (basti vedere gli ultimi tagli che arriveranno dalla legge di stabilità 2016, dove si mantiene il blocco del turn over per ormai 5 anni, le residue nuove assunzione di soli 1.000 rtd-b a fronte dei 20.000 pensionamenti, la diminuzione drastica del fondo di finanziamento ordinario all’università pubblica). 

27/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Beniamino Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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