Giulio Cesare Vanini: un precursore del materialismo e della laicità del pensiero (Parte II)

In questa seconda parte del nostro sguardo sul pensiero di Vanini, si descrivono le tecniche della dissimulazione, strumento fondamentale con cui veicola i suoi contenuti filosofici, che saranno esposti nella terza e ultima parte.


Giulio Cesare Vanini: un precursore del materialismo e della laicità del pensiero (Parte II)

Segue da Parte I

 

Le tecniche della dissimulazione

Nelle prime pagine del De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis – una delle sue due opere fondamentali, scritta in forma di dialogo [1] – Vanini accenna, tramite una domanda del suo interlocutore, a una sua secretior philosophia (“filosofia più segreta”). Questo avvertimento fornisce al lettore una chiave di lettura: tutto il testo è implicitamente costruito su due piani, uno dei quali (essoterico) serve da maschera all’altro (esoterico). Il concetto di scrittura “sovrapposta” è alla base dell’intrecciarsi delle tecniche di dissimulazione utilizzate da Vanini, è il filo conduttore che le lega.

La secretior philosophia è un discorso sotterraneo che appare in superficie tramite segnali che il lettore deve cogliere e collegare, i quali, suggerendo un contesto implicito, compongono un mosaico dotato di senso. Si tratta dunque di un messaggio cifrato, che solo gli iniziati sapranno decodificare.

Interessante è rilevare come la secretior philosophia vaniniana è allo stesso tempo inganno in quanto utilizza il camuffamento, e verità, che si serve dell’inganno stesso per demolire l’inganno e l’impostura che permea tutta una cultura, passata e presente.

Il primo espediente dissimulatorio che Vanini usa è quello che potremmo definire “introduttivo”, ossia il presentare all’inizio delle sue opere la loro pubblicazione come fortuita e involontaria, cosa che predispone nel lettore già un certo tipo di stato d’animo adatto a leggere con la chiave giusta.

Gli stratagemmi che Vanini usa per veicolare il suo messaggio cifrato sono svariati, legati alla tonalità del linguaggio, al posizionamento delle frasi, all’uso di omissioni mirate. Per poterli analizzare li ho raggruppati in base alla loro caratteristiche in quattro macrocategorie: dialogo, plagio, citazioni e ossequio.

Dialogo

Si tratta di un genere letterario antico (si pensi a Platone o a Cicerone), utilizzato in età medievale come contenitore di dispute. Viene ripreso da Petrarca per rappresentare il suo dibattito interiore. Raggiunge la sua massima diffusione fra il XV e il XVI secolo. Nell’umanesimo quattrocentesco il dialogo è usato per esprimere ribellione ai generi scolastici. È molto diffuso nel Cinquecento, specie in volgare. La sua struttura si presta a contrapporsi alla rigidità del trattato. Dopo la metà del Cinquecento esiste un’ampia riflessione metaletteraria dedicata al genere dialogo, considerato generalmente “luogo privilegiato delle opinioni” in contrapposizione al dogmatismo. A fine secolo prende il sopravvento il modello “mimetico” di dialogo, dove ciò che conta non sono tanto i personaggi e i luoghi, le circostanze (essenziali nel modello “diegetico” più diffuso in precedenza), bensì l’interagire “astratto” dei vari argomenti (si pensi ai dialoghi di Bruno, dove l’ambientazione è simbolica e strumentale all’espressione dei concetti). Nel Seicento il dialogo si lega prevalentemente all’ambito scientifico (per esempio in Galileo), dove serve per lasciar spazio al dubbio, importante nella conoscenza, e per coinvolgere più lettori rispetto al trattato.

Nel caso di Vanini, il dialogo si presta perfettamente a essere tecnica di dissimulazione, proprio per le caratteristiche sopra esposte. Il De admirandis, come si è detto, è un dialogo. Vediamo in che modo questo tipo di genere letterario si presta alla dissimulazione.

Innanzitutto il genere dialogo deresponsabilizza l’autore riguardo alle opinioni più pericolose, che possono essere messe in bocca a interlocutori secondari prendendone apparentemente le distanze. Vanini per esempio fa rilevare l’infondatezza delle tesi fintamente sostenute attraverso commenti calzanti di personaggi minori mentre le repliche del personaggio principale sono volutamente inefficaci o ambigue. Anche i toni irriverenti possono dare risalto alla confutazione voluta di una tesi ortodossa, per esempio di fronte all’esposizione di una teoria di Scaligero sul moto dei cieli il personaggio Alessandro dice: “questo tipo di argomento mi era già largamente noto quando ero sul punto di uscire dall’adolescenza, ora te ne chiedo uno più raffinato”. Un altro esempio di uso dell’irrisione per distruggere certi argomenti lo si ha nel dialogo L intitolato Dio, dove in risposta all’esposizione della tesi creazionistica l’interlocutore risponde: “io non darei mai la mia fiducia ai tuoi raffinatissimi ragionamenti perché la forza del tuo ingegno è così potente che saresti capace di far quadrare con la livella della ragione anche le favole dei poeti” etichettando di fatto il concetto di creazione come irrazionale. Spesso anche un tono di insofferenza dell’interlocutore serve a smontare le asserzioni dell’auctoritas (per esempio risposte come “dimostralo” oppure “e allora?” o “che c’entra questo con la soluzione del problema?”).

Il dialogo dunque si presta in svariati modi ad aggirare l’esposizione diretta di idee pericolose perché empie.

Plagio

Con il termine “plagio” indico l’utilizzazione non dichiarata di fonti delle quali si riportano testualmente o quasi le parole. Viene usato moltissimo da Vanini come tecnica di dissimulazione, soprattutto nell’Amphiteatrum aeternae Providentiae - l'altra opera [2] - dove assolve le funzioni del dialogo in sua mancanza. Consiste nell’accostamento di varie “citazioni clandestine”, un vero e proprio intarsio, in cui le parole citate proprio per il posizionamento nel discorso prendono un significato alterato rispetto alla loro origine non citata, pur mantenendo un aspetto formale innocuo. In questo modo si crea un contesto ambiguo che rende sfumati i confini ideologici dell’autore e permette di veicolare il vero messaggio sotterraneo che solo il lettore consumato sa cogliere. Si gioca su equivoci linguistici e collegamenti azzardati fra termini in origine distanti. Per esempio, citando a sproposito l’ortodosso Scaligero, si compone l’affermazione che “per la conservazione dell’individuo la natura ha dato all’uomo il piacere dei sensi”, concezione naturalistica del piacere che gli è del tutto estranea.

Un altro esempio calzante lo troviamo nel dialogo IV del De admirandis, dove plagiando le esercitazioni di Scaligero in difesa dell’aristotelismo scolastico, in materia di rapporto fra mondo materiale e mondo celeste, arriva a dire “se in quella materia vi fosse una forma non motrice, quanto alla dignità del modello, il cielo non potrebbe arrogarsi nessun valore non solo rispetto ai vermi, ma neppure rispetto allo sterco del coccodrillo” per concludere che “la materia è la stessa in tutte le cose”, dunque affermando contro l’autore plagiato l’autonomia del mondo fisico. In un altro caso è Pomponazzi a essere plagiato, e sul tema del libero arbitrio lo si utilizza fingendo che si tratti delle obiezioni degli scolastici a Cicerone, ma in realtà si rafforzano le “dubitationes” pomponazziane fino ad arrivare a minare totalmente l’idea di onniscenza divina: “non negherò che [il futuro] sia conosciuto in modo uguale da Dio e dall’uomo”.

Citazioni

Anche il costante uso di citazioni può essere considerato una tecnica dissimulatoria. Si notano due maniere in cui ciò avviene: finta approvazione di opinioni ortodosse e finta confutazione di opinioni empie. In entrambi i casi le opinioni sono riportate in modo del tutto strumentale.

Le citazioni possono essere collocate in posizioni che ne alterano il senso, oppure essere incomplete e mutare di significato per “mutilazione” di parti essenziali, e spesso viene creato un collage di pezzetti in origine slegati attraverso interruzioni mirate e omissioni.

In superficie, Vanini è ligio all’ortodossia ma la sua difesa è di fatto volutamente resa debole e ridicolizzata mentre le sue confutazioni e le opinioni atee e irreligiose vengono riportate in modo molto convincente. Alcuni esempi:

- Nell’Amphiteatrum c’è una citazione di Machiavelli sull’invenzione dei miracoli da parte dei sacerdoti che Vanini finge di confutare – dichiarandola intrinsecamente contraddittoria –, ma in lo fa in modo totalmente avulso dal contesto in cui l’autore inseriva il suo discorso. Nel passo in questione dei Discorsi [3], infatti, Machiavelli parlava di un ritorno alle origini, alla professione di povertà e umiltà, da parte dei beati Francesco e Domenico, come qualcosa che aveva sì salvato la Chiesa da morte certa, ma aveva anche permesso ai “cattivi” di abusarne non temendo alcun tipo di punizione terrena. Il lettore “consumato” cui il libro di Vanini è destinato, riconoscendo questo contesto, capisce che la contraddizione di cui si accusa Machiavelli è solo apparenza, e che la sua teoria irreligiosa sull’origine dei miracoli è in realtà appoggiata dal filosofo pugliese.

- Nel dialogo XVIII del De admirandis, c’è una citazione di Cardano sull’origine e l’eternità del mare, dove si afferma in base a un ragionamento razionale che “il mare non è mai stato creato e neppure il mondo”, dove a fronte di un’affermazione così forte la confutazione è debolissima, basata solo sulla verità di fede e addirittura l’interlocutore secondario convalida la tesi di partenza dicendo che si tratta di “un argomento validissimo”.

Oltre alle citazioni di autori reali, sono frequenti quelle di personaggi inventati in presunti incontri di viaggio con “sciagurati Atei” a cui vengono messe in bocca le idee più eversive.

Va infatti detto che l'indicazione della Chiesa era di non citare autori eterodossi, neppure per confutarli, e quindi Vanini era consapevole del pericolo che correva nel loro utilizzo.

Ossequio

Tutta la superficie di apologia apparente dell’ortodossia cattolica (che nel caso dell’Amphiteatrum è dichiarata essere lo scopo stesso del libro) si presenta come un ossequio formale, realizzato con una forma stilistica volutamente enfatica ed “eccessiva”, che finisce quindi per acquisire toni canzonatori. La tagliente ironia si basa sulla connotazione grottesca che emerge nelle descrizioni dell’apparato repressivo attivo nella società del tempo, nelle dichiarazioni di sottomissione a Chiesa e Inquisizione, negli elogi della censura.

Alcuni esempi:

- “La compagnia di Gesù … è insieme madre e nutrice della pietà e dell’erudizione.”

- “Io però non propongo questa proposizione del Cardano… ed anzi la respingerò volentieri appena mi sarà reso noto un decreto contrario della Chiesa Romana.”

- “Ho fatto voto al mio Dio di non trattare questa questione prima d’esser diventato vecchio, ricco e tedesco.”

- “Ma poiché tale opinione potrebbe dispiacere agli inquisitori nostrani, io ho ritenuto bene di respingerla.”

- “Se non fossi stato educato nelle scuole dei Cristiani affermerei…”

- “Io, Cristiano di nome e Cattolico di cognome, se non fossi stato sitruito dalla Chiesa, che è maestra certissima e infallibile di verità, a stento avrei potuto credere nell’immortalità della nostra anima.”

- “religione cristiana, per la cui difesa verserei volentieri il sangue…”

Parallelamente all’elogio, ricorre con molta frequenza quella che potremmo definire “falsa denigrazione” di argomenti irreligiosi, con uno stile simile a quello dell’elogio (pomposo ed eccessivo tanto da sfociare nel ridicolo), ma con connotazione di segno opposto. Ne troviamo un esempio nella dedica al lettore dell’Amphiteatrum dove Vanini fingendo di denunciare il diffondersi dell’ateismo afferma: “L’ateismo… quasi seminato nel grembo più soffice della terra, fa spuntare ogni giorno il suo manto di erbe verdeggianti…”.

Sempre rimanendo nell’uso delle tonalità di linguaggio, in mezzo ad argomentazioni apparentemente innocenti si trovano disseminate frasi che se prese singolarmente sarebbero esplosive al punto da far dubitare della riuscita della dissimulazione. Un esempio lampante: “Accade così che nascano figli stolti ed inattivi e perciò abbastanza idonei a ricevere la Religione Cristiana.”

Infine, fra le tecniche della dissimulazione, va ricordato il “caso a sé” del dialogo XXVIII, una vera e propria demolizione della dottrina aristotelica delle forme, che utilizza per la pericolosità del tema lo stratagemma di non indicarlo nel titolo (caso unico in tutta l’opera) e di far precedere il brano da un inno religioso che funge da schermatura. Per prassi i censori non leggevano le opere integralmente, per cui l’incipit di un capitolo e il suo titolo erano elementi determinanti per individuarne la possibile pericolosità e decidere se prenderli o no in esame.

 

Segue sul prossimo numero.

 

Note:

[1] Giulio Cesare Vanini, De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis – edizione italiana: Dei meravigliosi segreti della natura, a cura di F. P. Raimondi e L. Crudo, Congedo editore, Galatina (Lecce).

[2] Giulio Cesare Vanini, Amphiteatrum aeternae Providentiae – edizione italiana: Anfiteatro dell’eterna Provvidenza, introduzione di A. Corsano, curatori F. P. Raimondi e L. Crudo, Congedo editore, Galatina (Lecce).

[3] “Ma quanto alle sètte, si vede ancora queste rinnovazioni essere necessarie per lo esemplo della nostra religione; la quale se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta: perché questi con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi era spenta; e furono sì potenti gli ordini loro nuovi che ei sono cagione che la disonestà de’ prelati e de’ capi della religione non la rovinino, vivendo ancora poveramente, ed avendo tanto credito nelle confessioni con i popoli e nelle predicazioni, che ei danno loro a intendere come egli è male dir male del male, e che sia bene vivere sotto la obbedienza loro, e se fanno errori lasciargli gastigare a Dio: e così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono. Ha adunque questa rinnovazione mantenuto, e mantiene, questa religione” in Niccolò Machiavelli, Discorsi, III, 1.

17/06/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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