La teoria dello sfruttamento del lavoro umano: dall’utopia alla scienza

In questa nota sarà illustrato, in sintesi, quello che Engels chiama “uno dei principali meriti scientifici di Marx”: la formulazione della teoria dello sfruttamento del lavoro umano nel modo di produzione capitalistico.


La teoria dello sfruttamento del lavoro umano: dall’utopia alla scienza Credits: https://www.flickr.com/photos/23024164@N06/34841556870/

L’articolo trae spunto dal seminario “I paradigmi fondamentali della Organizzazione del Lavoro” tenuto da Domenico Laise per l’Università Popolare A. Gramsci nell’anno accademico 2019-2020.

Il socialismo utopico (quello di Duhring, di Proudhon, di Lassalle, per esempio) afferma che il modo di produzione capitalistico, basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e dei mezzi di sussistenza, va bene e non richiede modifiche. Come tale, dovrebbe continuare a esistere, mentre il modo capitalistico di distribuzione del reddito non può essere accettato, perché è “ingiusto” Non consente, infatti, ai lavoratori salariati di appropriarsi dell’intero prodotto del loro lavoro. Il capitalismo genera, cioè, lo sfruttamento del lavoro umano. Deve perciò essere corretto. Il socialismo utopico rivendica, perciò, in ultima analisi, “un giusto salario per una giusta (equa) giornata lavorativa”. Il socialismo scientifico di Marx ed Engels rivendica, invece, la soppressione del modo di produzione capitalistico (proprietà privata dei mezzi di produzione) e del sistema del lavoro salariato, che stanno alla base dello sfruttamento capitalistico del lavoro umano. In definitiva, per Marx ed Engels, non si può eliminare il modo capitalistico della distribuzione del reddito, mantenendo in vita il modo di produzione, basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione da cui deriva, la riduzione a merce della forza lavoro e, quindi, il suo sfruttamento.

Per evidenziare il contributo scientifico di Marx, nella formulazione della teoria dello sfruttamento capitalistico, può essere utile fare riferimento alla teoria che si è affermata in Inghilterra, dopo la morte di Ricardo (1823), nel decennio 1830-1840, a opera di un gruppo di economisti, chiamati nella letteratura: “Socialisti Ricardiani” (Thomas Hodgskin, William Thompson, John Bray tra gli altri), che spiegava lo sfruttamento del lavoro nel modo seguente [1].

Con Ricardo, la teoria economica aveva stabilito che il lavoro umano è la fonte (attiva) di ogni ricchezza materiale e, perciò, è l‘unica fonte del Valore (ricchezza astratta). Ora, osserva Engels, era diventato inevitabile il chiedersi come mai fosse possibile conciliare con ciò il fatto che il lavoratore salariato non riceveva l’intero valore prodotto dal suo lavoro (il frutto integrale del suo lavoro), ma doveva cederne una parte ai capitalisti. Tanto gli economisti borghesi quanto i Socialisti Ricardiani tentarono di dare a questa domanda una risposta scientificamente attendibile, ma invano [2].

L’argomentazione dei Socialisti Ricardiani è, in breve, così sintetizzabile. 

Se, con Ricardo, si ritiene valida la Teoria del Valore-Lavoro, allora il valore di ogni merce è uguale al quantum di lavoro astratto socialmente necessario in essa incorporato.

Perciò, se due merci si scambiano tra di loro, allora esse sono “equivalenti”: incorporano, cioè, la stessa quantità di lavoro. Ora, se si scambiano solo equivalenti (vale a dire se gli scambi sono equi) allora, nello scambio, ogni lavoratore deve ricevere il “frutto integrale del suo lavoro” e, quindi, non può esserci sfruttamento. In altri termini, se la classe dei lavoratori si appropria di tutto il “sovrappiù che essa ha prodotto con il suo lavoro, allora non può esserci sovrappiù intascato dai capitalisti e lo sfruttamento dei lavoratori è nullo.

Lo sfruttamento del lavoro umano deve, allora, derivare dal fatto che gli scambi non sono equi (gli scambi non avvengono ai valori-lavoro). 

Ma, cosa si intende con scambi non equi? I Socialisti Ricardiani rispondono che la non equità degli scambi deriva dal fatto che i capitalisti hanno, sul mercato, maggiore forza e potere contrattuale dei lavoratori, dovuta al fatto che il mercato non è sufficientemente concorrenziale [3].

La conclusione degli economisti Socialisti Ricardiani è che per eliminare lo sfruttamento (l’ingiustizia della distribuzione del reddito dovuta a scambi non equi), occorre rendere concorrenziale il mercato. Difatti, in un mercato concorrenziale, nel quale le merci si scambiano ai valori-lavoro (scambi equi), non c’è posto per lo sfruttamento. Il Socialismo nasce e ha come sua “missione politica” quella di porre rimedio a questa “ingiusta distribuzione del reddito”. In altri termini, i socialisti esistono per realizzare l‘obiettivo politico di: ”un equo salario per un’equa giornata lavorativa”.

Si osservi che questa spiegazione dello sfruttamento è compatibile anche con l’ideologia degli economisti “libero-scambisti”. Difatti, in un mercato veramente libero (scambi equi) non c’è spazio per lo sfruttamento. Perciò, rivolti agli economisti Socialisti Ricardiani, i libero-scambisti sostenevano: “unitevi a noi nella richiesta di un commercio veramente libero, così che non ci saranno più scambi ineguali e, quindi, non ci sarà sfruttamento del lavoro”.

Marx ritiene questa teoria dello sfruttamento dei Socialisti Ricardiani scientificamente non accettabile. Marx dimostra, infatti, che può esserci sfruttamento del lavoro anche in un contesto di scambi equi, un contesto, cioè, in cui le merci si scambiano ai loro “valori-lavoro”. Perciò, la non equità dello scambio non può essere la causa ultima dell’esistenza dello sfruttamento capitalistico. Difatti, se la non equità dello scambio fosse la causa dello sfruttamento, allora eliminandola e realizzando l’equità degli scambi, non dovrebbe esserci sfruttamento del lavoro. Ma non è così: lo sfruttamento esiste, come Marx ha dimostrato, anche in un mondo di scambi equi, un mondo nel quale le merci si scambiano ai valori-lavoro. Dunque, la conclusione è che “la causa dello sfruttamento del lavoro non può essere la non equità degli scambi di mercato”. Tale causa deve essere, allora, ricercata altrove.

Per Marx, il problema da risolvere è, quindi: “come si può avere plusvalore (sfruttamento capitalistico) in condizioni di scambi equi, ovvero come si può avere plusvalore in condizioni di scambio di valori equivalenti ?”. La tesi di Marx è che per spiegare l’esistenza di plusvalore e, quindi, del profitto, bisogna partire dal principio che le merci sono scambiate (in media) ai loro valori-lavori [4]. Questo è il “programma scientifico” a cui Marx dedica i suoi sforzi analitici. 

L’aver dimostrato l’esistenza di sfruttamento, anche in un mondo dove vale la Teoria del Valore-Lavoro (scambi equi), è, come dice Engels, il merito scientifico di Marx [5].

La critica di Marx alla teoria dello sfruttamento degli economisti Socialisti Ricardiani è sintetizzata qui di seguito.

Il modo di produzione capitalistico è formato da due classi sociali principali: la classe dei capitalisti e quella dei lavoratori salariati. La classe dei capitalisti è proprietaria dei mezzi di produzione e dei mezzi di sussistenza. La classe dei lavoratori salariati possiede, invece, soltanto “la sua forza-lavoro” (capacità lavorativa).

Di conseguenza, ogni salariato, è costretto a vendere, pro-tempore, la sua forza-lavoro (capacità lavorativa) ai capitalisti, per procurarsi i mezzi della sussistenza, necessari alla sopravvivenza sua e a quella della sua famiglia (prole), determinati su base storico-sociale.

Sul mercato si incontrano, dunque, il lavoratore e il capitalista. Il lavoratore vende (aliena o noleggia) la sua forza-lavoro al capitalista per un certo periodo di tempo (per esempio, per una giornata lavorativa di 12 ore). Il lavoratore, nell’arco della giornata lavorativa, accetta il comando e il controllo del capitalista, subordinando, nella produzione, la sua volontà a quella del capitalista. 

La forza-lavoro diventa, così, una merce, che, come tutte le merci, ha un “valore di scambio” e un “valore d’uso”.

Il “valore di scambio” della merce “forza-lavoro”, in condizioni di scambio equo, è determinato dal tempo di lavoro − astratto e socialmente necessario − erogato per produrre e riprodurre la merce “forza-lavoro”. Per mantenere, cioè, lo stato di vitalità, del lavoratore e della sua famiglia (prole), nelle condizioni storico-sociali date. I mezzi di produzione della forza-lavoro sono, perciò, i mezzi di sussistenza. Quindi il valore equo della forza-lavoro − che il capitalista paga per intero al lavoratore − è dato dal valore dei mezzi di sussistenza (per esempio, un paniere di merci che incorpora 6 ore di lavoro).

Il “valore d’uso” della merce forza-lavoro umana è il lavoro vivo che essa può fornire ed erogare nel suo processo di “consumo o uso produttivo” (processo di produzione di fabbrica), diretto e controllato dal capitalista, che è il proprietario pro-tempore della forza-lavoro e il proprietario pro-tempore di ciò che la essa produce. 

La forza-lavoro è, dunque, una merce particolare: se usata capitalisticamente rende più di quanto costa. Ciò dipende, dal fatto che il lavoro che essa eroga è la fonte attiva della ricchezza materiale, l’unica fonte del valore e, dunque, la causa del plusvalore, in quanto lavoro non pagato. È per questo motivo che il capitalista acquista la forza-lavoro umana. Se il valore d’uso della forza-lavoro (valorizzazione) non fosse superiore al valore della forza-lavoro, il capitalista non avrebbe nessuna convenienza ad acquistarla.

Comprando la merce forza-lavoro il capitalista compra il diritto di consumare o di usare la forza-lavoro per una intera giornata lavorativa, nel modo che ritiene economicamente più conveniente, per la produzione di plusvalore, nel rispetto dei limiti posti dal contratto di lavoro, sottoscritto liberamente dal lavoratore e dal capitalista. 

La transazione sul mercato “va a buon fine” quando entrambi i contraenti (il lavoratore e il capitalista) sottoscrivono il contratto. Quando, cioè, il capitalista si aspetta (prevede) che il lavoro valorizzante (lavoro astratto socialmente necessario), che la forza-lavoro potrà erogare, nel processo produttivo” che egli ha preso a noleggio”, sarà superiore al lavoro incorporato nei mezzi di sussistenza necessari per la riproduzione della forza-lavoro.

Ma in che cosa consiste l’uso della forza-lavoro?

Dopo che l’operaio ha venduto al capitalista la sua forza-lavoro, il capitalista conduce l’operaio nella sua fabbrica. E qui, dice Engels, l’operaio comincia a “sgobbare (uso della forza-lavoro)” [6]. 

Quante ore deve sgobbare l’operaio in fabbrica per produrre plusvalore? Se il lavoratore rispetta il contratto, egli deve lavorare per una intera giornata di lavoro (12 ore, per esempio). Difatti, questo prevede il contratto che il lavoratore ha sottoscritto e che egli è obbligato a rispettare. Come dice Engels, l’operaio, deve attenersi al contratto che egli ha liberamente sottoscritto, con il quale si impegna a lavorare per 12 ore per avere in cambio il valore di un insieme di mezzi di sussistenza che incorporano 6 ore di lavoro. Lo scambio equo che avviene sul mercato presuppone (sottintende) e pone, perciò, necessariamente, un uso non equo o coercitivo della forza-lavoro nel processo produttivo [7].

Difatti, se l’operaio lavorasse solo per un numero di ore pari a quelle necessarie per produrre i suoi mezzi di sussistenza (6 ore nell’esempio), allora non ci sarebbe produzione di neovalore (plusvalore). Non ci sarebbe, cioè, il modo di produzione capitalistico.

Perciò, la condizione necessaria per la valorizzazione del capitale è che il numero di ore di lavoro erogate dal lavoratore sia superiore a quelle necessarie per produrre i mezzi di sussistenza. Ma, In tal caso, c’è un plusvalore (sfruttamento capitalistico), anche se gli scambi sono equi. 

Marx dimostra così che lo sfruttamento capitalistico può esistere anche quando le merci si scambiano equamente in base ai valori-lavoro. Marx dimostra, così, l’errore dei Socialisti Ricardiani. Lo sfruttamento deriva dalla esistenza della merce forza-lavoro e dal suo uso capitalistico nel processo di produzione. Di conseguenza per eliminare lo sfruttamento del lavoro capitalistico bisogna abbattere il modo di produzione capitalistico, basato sul lavoro salariato, ovvero bisogna abbattere l’esistenza della forza-lavoro ridotta a merce, vale a dire bisogna superare il modo di produzione capitalistico stesso e la proprietà privata dei mezzi di produzione, da cui deriva la mercificazione della forza lavoro.

La conclusione di Marx è lapidaria. “Invece della parola d’ordine conservatrice dei socialisti ricardiani : “un equo salario per un equa giornata lavorativa”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del lavoro salariato” [8]. 

La lotta dei lavoratori non può limitarsi ad abbattere le ingiustizie distributive, sostenendo, come fanno i Socialisti Ricardiani, che il modo di produzione capitalistico “va bene” e può continuare a esistere mentre il modo di distribuzione “non va bene” e va modificato, perché “è opera del diavolo”, come dice Engels nell’Anti Duhring [9]. Quello dei Socialisti Ricardiani è cioè un progetto politico “utopico” e come tale non realizzabile. Fino a quando resterà in piedi il modo di produzione capitalistico, resterà in piedi anche la tendenza generale della produzione capitalistica che, non è quella di elevare il salario normale medio, ma di ridurlo. Con ciò, dice Engels, Marx dimostra che “l’arricchimento dei capitalisti odierni consiste nell’appropriazione coatta del lavoro altrui non pagato, esattamente come avveniva con l’arricchimento dei proprietari di schiavi o dei signori feudali che sfruttavano il lavoro servile e che tutte queste forme di sfruttamento si distinguono unicamente per la diversa maniera con cui avviene l’appropriazione del lavoro non pagato.

Ma, con ciò, continua Engels, veniva tolta anche l’ultima base a tutte le ipocrite frasi delle classi possidenti che affermavano esservi nell’attuale ordinamento sociale diritto e giustizia, uguaglianza dei diritti e dei doveri e una generale armonia degli interessi e veniva smascherata l’attuale società borghese non meno di quelle precedenti come una istituzione grandiosa per lo sfruttamento dell’enorme maggioranza del popolo a opera di una piccola minoranza sempre decrescente [10].

In conclusione, lo sfruttamento del lavoro per Marx non è dovuto a un’ingiustizia distributiva, come ritengono i Socialisti Ricardiani. Per Marx lo sfruttamento deriva, infatti, dalle condizioni oggettive del modo di produzione capitalistico, caratterizzate dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e, quindi, dalla riduzione a merce della forza-lavoro umana. Di conseguenza, non si può abbattere lo sfruttamento capitalistico del lavoro senza abbattere la proprietà privata dei mezzi di produzione, da cui deriva, appunto, la riduzione a merce della forza-lavoro.

 

Note

 

[1] Dobb, M., Introduzione a K. Marx, “Per la critica dell’economia politica”, Editori Riuniti, Roma, 1962, pag. 15

[2] Engels, F. (1878), “Karl Marx”, in: Calendario del Popolo”, Brunswick, pag.6. 

[3] Dobb, M., op, cit.

[4] Marx, K. (1966), Salario, prezzo e profitto, Ed, Riuniti, Roma, p.67.

Lo stesso tema è, come è noto, approfondito diffusamente da Marx nel Primo Libro del Capitale.

[5] Engels, F (1878). op.cit.

[6] Engels, F. (1891), Introduzione a Karl Marx : “Lavoro Salariato e Capitale

[7] Pala, G.(2008), Propriamente, salario, seminario tenuto all’Università di Roma, La Sapienza, Marzo, p. 4.

[8] Marx, K. (1966), op. cit, p.113.

[9] Engels F.(1971), Anti Duhring, Edit. Riuniti,Roma p.319

[10] Engels, F. (1878), op.cit, pag.6.

25/03/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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