Le varie forme di ideologia

La concezione gramsciana dell’ideologia e il compito della scienza.


Le varie forme di ideologia

Segue da: Alcune complessità della nozione di ideologia

Ovviamente la religione non è l’unica forma di ideologia e, quindi, è necessario soffermarsi rapidamente sulle sue espressioni più importanti.

Gramsci considerava l’ideologia come un grappolo di concetti tra i quali includeva la religione, la scienza, la filosofia, il conformismo, il buon senso, il senso comune, il folclore, la religiosità popolare e il blocco storico. Egli considera l’ideologia, compresa la scienza, una concezione del mondo, trascurando la questione della falsa coscienza. Guido Liguori osserva che questo discrimine tra falsa coscienza e concezione del mondo costituisce una frontiera che divide gli studiosi marxisti.

Come si è già detto, la riflessione sulle varie forme di ideologia ha per Gramsci un obiettivo squisitamente politico: come operare concretamente per modificare la coscienza delle masse popolari, che si può esprimere nel folclore, nel senso comune, nella religiosità popolare etc. E ciò con l’intento di rendere attivo il ruolo delle stesse masse nel radicale processo di trasformazione sociale da lui auspicato. Alcuni contemporanei mettono tra parentesi questa prospettiva e ragionano su Gramsci (ma anche su Marx) come se fossero solo dei filosofi.

La concezione gramsciana dell’ideologia si fonda su tre presupposti, evidenziati da Liguori (2005: 3) a proposito del senso comune ma proprie anche delle altre forme ideologiche: 1) ogni stato sociale ha la sua propria “concezione del mondo”; 2) essa il frutto articolato e complesso di un lungo processo di sedimentazione delle correnti filosofiche e culturali precedenti; 3) ogni “concezione del mondo” si trasforma incessantemente secondo le sollecitazioni ricevute dal mondo esteriore.

Vediamo in dettaglio le varie forme di ideologia, ricordando che le analisi di Gramsci si riferiscono in linea di massima al cattolicesimo e al contesto italiano. Se evochiamo la già citata definizione del marxista italiano (“mastodontica utopia”), sembra convergere con le riflessioni di alcuni antropologi come Paul Radin e Bronislaw Malinowki, studiosi di società extra-europee, per i quali la religione sorge nelle difficili condizioni di vita che tutti sperimentiamo; inoltre, il suo scopo sarebbe quello di esprimere e di salvaguardare – come le utopie – i valori vitali fondamentali quali l’aspirazione al successo, la ricerca della felicità e l’auspicio di una lunga vita. In particolare, per Malinowski essa costituisce una forma di “ritualizzazione dell’ottimismo” (v. Ciattini 1997: 64-67), ossia un mezzo per dare speranza anche quando non c’è via di scampo.

Questa somiglianza tra le varie forme religiose non ci deve condurre ad una totale identificazione: vi sono religioni universalistiche e soteriologiche, che collocano il bene nell’aldilà, e religioni che invece tentano di conquistarlo nella vita di tutti i giorni. Per questa ragione sono state definite “religioni dell’immediato”, tenendo presente che questo loro carattere è radicato anche nelle prime e si identifica con le pratiche popolari (si pensi, per esempio, al culto cattolico dei santi patroni).

Gramsci si sofferma anche sull’opposizione religione / scienza che nella storia occidentale ha costituito la chiave interpretativa della prima sia da parte dei razionalisti che degli irrazionalisti, i quali come Blaise Pascal ritengono che la ragione sia impotente e che invece la fede sia “un mezzo superiore di conoscenza” (Gramsci 1975, Quaderno 8, XXVIII – 1931 – 1932, “Appunti di filosofia. Materialismo e idealismo”, § 230).

L’autore marxista osserva che, sia dal senso comune che dalla religione, l’esistenza di una realtà oggettiva esterna è data per scontata, ma questa convinzione non scaturisce da prove e da dimostrazioni. Quanto alla scienza, anche in questo caso l’obiettività del reale deriva da “una concezione del mondo, una filosofia e non può essere un dato scientifico”. E aggiunge “Ciò che interessa la scienza non è tanto dunque l’oggettività del reale, ma l’uomo che elabora i suoi metodi di ricerca, che rettifica continuamente i suoi strumenti materiali che rafforzano gli organi sensori e gli strumenti logici (incluse le matematiche) di discriminazione e di accertamento, cioè la cultura, la concezione del mondo, cioè il rapporto tra l’uomo e la realtà con la mediazione della tecnologia. Anche nelle scienze cercare la realtà fuori degli uomini, inteso ciò nel senso religioso o metafisico, appare niente altro che un paradosso. Senza l’uomo cosa significherebbe la realtà dell’universo? Tutta la scienza è legata ai bisogni, alla vita, all’attività dell’uomo…Per la filosofia della praxis l’essere non può essere disgiunto dal pensare, l’uomo dalla natura, l’attività dalla materia, il soggetto dall’oggetto; se si fa questo distacco si cade in una delle tante forme di religione o nell’astrazione senza senso>> (1975, Quaderno 11 , XVIII – 1932 – 1933 – “Introduzione alla filosofia”, § 37).

Come si vede, dunque, Gramsci non ritiene che il compito della scienza, che come ogni ideologia è un prodotto storico-sociale, sia quello di sancire la netta separazione tra soggetto ed oggetto; essa è caratterizzata al contrario dalla consapevolezza dell’impossibilità della scissione e quindi della necessità di prendere in considerazione le teorie scientifiche, ponendole sempre in relazione con i bisogni e le aspettative di una certa fase storica. Un’impostazione quindi di natura dialettica, segnata dalla nozione di verità storica, radicalmente diversa da quella che viene attribuita al cosiddetto scientismo, profondamente radicato nel positivismo.

La concezione gramsciana dell’ideologia è ostile alla teoria del riflesso, che ne fa una appendice meramente passiva della strutturazione sociale, e ne sottolinea invece la grande complessità; la quale si manifesta, per esempio, nel “senso comune disgregato, quindi non finalizzato o funzionale a priori a un blocco storico preciso, sia, all’estremo opposto, [nella] filosofia coerente e funzionale a un dominio” (Filippini 2012: 90). Pertanto, a suo parere, l’ideologia abbraccia fenomeni assai diversi per caratteristiche e per strutturazione, ma tutti accomunati dal fare parte della categoria più generale di “concezione del mondo”; nozione che ammorbidisce il contrasto scienza / falsa coscienza.

Soffermiamoci brevemente sul senso comune, che l’autore sardo definisce come la concezione della vita e la morale più diffusa in un certo strato sociale, perché – come si è detto nelle pagine precedenti – ogni gruppo sviluppa il suo proprio senso comune, che d’altra parte può essere anche identificato con il conformismo. Il senso comune costituisce <<il folclore della filosofia>> e al contempo sembra essere il frutto di una ricezione passiva tramite la quale si accoglie quanto elaborato ed imposto da un gruppo dirigente.

Questi aspetti stanno ad indicare la sua importanza, sempre se si persegue l’obiettivo di cambiare le strutture sociali, giacché Gramsci è consapevole che a questo fine esso debba essere mutato, ma non commettendo “l’errore illuministico” di credere che, una volta comunicata un’idea chiara, essa sia immediatamente compresa e messa in pratica. A suo parere piuttosto con il senso comune “va instaurato un rapporto dialettico e maieutico, perché venga trasformato e insieme si trasformi fino alla conquista…di un “nuovo senso comune”, cui è necessario pervenire nell’ambito della lotta per l’egemonia” (Liguori 2005: 2-3).

Questo processo di trasformazione deve realizzarsi, riformulando le acquisizioni della filosofia della prassi, di modo che si vadano ad incarnare in modi di pensare, di agire, in valori, che abbiano la capacità di orientare il comportamento delle masse popolari nella vita quotidiana e nella lotta politica, facendo ben intendere che tale mutamento avverrebbe solo a loro vantaggio. Solo questa è la via per conseguire l’egemonia e conquistare le masse popolari altrimenti orientate dalle classi dirigenti, con il supporto indispensabile della Chiesa cattolica, verso obiettivi per loro controproducenti. E questo è già evidente nel Manifesto del 1848 dove Marx ed Engels scrivono che nel processo rivoluzionario una parte degli ideologi borghesi si è unita al proletariato e - a differenza di quest’ultimo – è giunta a “conoscere il tutto del movimento storico”.

A queste considerazioni contenute nel Manifesto possiamo aggiungere un brano del Che fare? di Lenin: “La storia di tutti i paesi attesta che con le sue sole forze la classe operaia è in grado di elaborare una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di cercare di ottenere dal governo determinate leggi necessarie agli operai etc. La dottrina del socialismo, invece, è cresciuta dalle teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali”.

Da notare che tali considerazioni mettono in questione la relazione meccanica tra appartenenza di classe e ideologia.

Spesso Gramsci connota il sintagma “senso comune” in maniera negativa, definendolo volgare e spesso lo affianca al buon senso, che talvolta assume una valenza negativa, talvolta positiva (Liguori 2005: 11). In particolare, Liguori sottolinea che in un passo dei Quaderni Gramsci ne dà una valutazione assai positiva, separandolo dal senso comune ed affermando che esso costituisce “il nucleo sano del senso comune”, in quanto non si fa ingannare da “arzigogolature e astruserie metafisiche, pseudo-profonde, pseudoscientifiche” (cit. in Liguori 2005: 12-13).

Oltre ai continui rimandi alla religiosità popolare, l’autore sardo le dedica le famose pagine intitolate Osservazioni sul folclore pubblicate per la prima volta nel 1950. In questi passi egli definisce il folclore una “concezione del mondo” propria del popolo, il quale si divide nel complesso delle “classi subalterne e strumentali” contrapposte a quelle “ufficiali, egemoniche e dominanti”. Inoltre, sottolinea che il folclore non è “una bizzarria, una stranezza, una cosa ridicola”, si tratta piuttosto di una cosa molto seria che deve essere studiata come espressione del modo implicito di sentire e di pensare delle classi popolari (1975, Quaderno 27, vol. III: 2311). Soltanto prendendo in considerazione il folclore da questo punto di vista, Gramsci ritiene possibile superare il divario tra la cultura degli intellettuali e quella popolare, favorendo la profonda trasformazione di quest’ultima. Essa è dotata di una morale e non costituisce un monolite, ma un insieme di strati, in cui è possibile distinguere quelli che rispecchiano le condizioni di vita passate e che quindi sono caratterizzati da un atteggiamento conservatore e reazionario, e quelli invece progressivi generati da “forme e condizioni di vita in processo di sviluppo”, in contraddizione o solo diversi dalla morale degli strati dirigenti (1975, Quaderno 27, vol. III: 2313). In questo senso essa è un insieme eterogeneo e asistematico di elementi che possono essere anche contraddittori e che rispecchiano la composizione eterogenea del popolo, che ha una visione non organizzata e non centralizzata, stratificata comprendente documenti appartenenti ai vari momenti storici.

Tale concezione del mondo, depositata nel linguaggio, nel senso comune e nel buon senso, nella religiosità popolare comprendente credenze, superstizioni, modi di vedere e di operare facenti parte di ciò che si chiama folclore, scaturisce dalla “filosofia spontanea” creata dai filosofi non professionisti, ma che in questo senso sono anche loro filosofi (1975, Quaderno 11, vol. II: 1375). Egli condanna anche l’atteggiamento degli intellettuali di professione che hanno sempre tentato di introdurre tra le masse ideologie non confacenti alle esigenze e alla forma di vita di queste ultime; a tale sbagliata modalità di porsi egli contrappone il comportamento del nuovo intellettuale che deve mescolarsi con i subalterni, diffondere tra di essi la cosiddetta “alta cultura” e fomentare il costituirsi di una nuova coscienza nazionale.

L’altra nozione che rientra nel campo dell’ideologia è quella di blocco storico strettamente connessa a quella di egemonia, tematica più celebre della riflessione gramsciana. Per comprendere il significato del concetto di blocco storico bisogna tenere conto del fatto che le differenti forme di ideologia studiate da Gramsci, che vanno dal senso comune alla filosofia, sono da lui disposte secondo il grado di coerenza e di verità acquisito. Solo attraverso lo sviluppo della coerenza e della validità conoscitiva sarà possibile dare avvio ad un’efficace azione politica, che può sfociare in un blocco storico (Filippini 2012: 91). Ma come avviene questo processo? Ricordiamoci di quanto si è già detto a proposito dello sviluppo della coscienza nell’azione politica, nella prassi, nella comprensione del contesto sociale e dell’azione su di esso.

Ritorna qui il tema già accennato in precedenza: la relazione dialettica tra soggetto e oggetto, ossia tra superstruttura e struttura, relazione che non nega alla prima la capacità di comprendere e articolare in una certa misura la realtà, non facendone quindi una mera espressione della falsa coscienza oppure un suo semplice riflesso. A partire da questo principio dialettico coloro che, intendono operare per la trasformazione sociale, debbono costruire nell’azione politica una visione coerente e realistica di una determinata fase storico-sociale e solo sulla base di essa potranno acquisire la forza di egemonizzare; per questa via un gruppo o più gruppi sociali orientati dalla stessa analisi e dagli stessi obiettivi si trasformeranno in blocco storico. Solo in questo contesto gli uomini verificheranno la verità di un’ideologia nello scontro politico, ossia apprenderanno che questa è in grado di cambiare i rapporti di forza e che quindi, proprio per questa sua facoltà, si è trasformata in scienza (Filippini 2012: 98). Dunque, se la verità è per Gramsci storicamente connotata, tuttavia è pur sempre raggiungibile e verificabile per la sua proprietà di mostrare la sua validità nell’agone politico.


Bibliografia

Ciattini A., Antropologia delle religioni, Carocci, Roma 1997.

Eagleton T., Ideologia. Storia e critica di un’idea pericolosa, Fazi Editore, Roma 2007.

Filippini M., Tra scienza e senso comune. Dell’ideologia in Gramsci, “Scienza & Politica per una storia delle dottrine”, V. 24, N. 47, 2012, pp. 89-106. https://scienzaepolitica.unibo.it/article/view/3840/3246.

Gramsci A., Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975.

Liguori G., Ideologia, 2005, http://www.gramscitalia.it/ideologia.htm.

Volosinov V. N., Marxismo e filosofia del linguaggio, Dedalo, Bari 1976, ed. or 1929

Williams R., Marxismo e letteratura, Laterza, Roma-Bari 1979.

01/09/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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