Cento anni de L’Ordine Nuovo: un’esperienza ancora viva?

La vitalità del pensiero gramsciano a cento anni dalla prima copia distribuita.


Cento anni de L’Ordine Nuovo: un’esperienza ancora viva? Credits: https://it.wikipedia.org/wiki/L%27Ordine_Nuovo

Nell'aprile del 1919, nasceva a Torino “L'Ordine Nuovo”, una rivista settimanale di “cultura socialista”. Essa prendeva vita come strumento di organizzazione delle forze socialiste volto ad istruirle, educarle e disciplinarle. Il segretario di redazione (e suo principale animatore) era Antonio Gramsci, a quel tempo giovane giornalista e militante socialista. Insieme a lui, parteciparono alla fondazione della rivista anche Angelo Tasca, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti, la cui amicizia aveva avuto origine già al tempo degli studi universitari, tra le aule dell’Ateneo di Torino.

L’esperienza de L’Ordine Nuovo, come è noto, fu relativamente breve e coprì poco meno di due anni di attività. Malgrado ciò, essa lasciò una grande impronta nella storia del movimento operaio torinese (e non solo) e segnò la consacrazione di Gramsci come guida di un gruppo che successivamente avrebbe costituito una parte determinante del nucleo fondativo del Partito Comunista d’Italia. A pochi giorni del centenario della rivista, ciò che vogliamo chiederci è: che cosa resta di quell’esperienza? Questo è ciò che questo articolo si propone di indagare.

L’origine della rivista: tra Guerra mondiale e Rivoluzione d’Ottobre

Lo scoppio della Guerra mondiale, nell'estate del 1914, e i suoi effetti, furono certamente uno stimolo di riflessione per Gramsci che, sulle pagine dei quotidiani socialisti cercò di interpretare la società contemporanea e di comprenderne i suoi mutamenti. Nella riflessione gramsciana, la guerra aveva portato i soldati, principalmente operai e contadini, ad una presa di coscienza della loro condizione di classe, ciò avrebbe quindi contribuito alla formazione di “una nuova psicologia creata dalla vita comune in trincea” [1] sulla quale si sarebbe potuto edificare uno stato socialista. Ma fu soprattutto la Rivoluzione bolscevica del 1917 a colpire profondamente l’intellettuale sardo che, per effetto di questo evento, iniziò a guardare Torino come un possibile terreno fertile per il radicarsi di una coscienza di classe rivoluzionaria: cioè, per fare di questa città, la “Pietrogrado d'Italia” [2].

Anni dopo Gramsci ricorderà: “ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx che avevo letto prima per curiosità intellettuale. Mi sono appassionato così alla vita, per la lotta, per la classe operaia [3]. A Torino, egli vide svilupparsi e concretizzarsi la potenziale condizione storica in cui applicare le teorie di Marx: la rivoluzione, come egli stesso afferma, vedrà “protagoniste le città industriali” [4] composte da “masse compatte e omogenee di operai di officina” [5] a cui però sarà necessario affiancare altre forze, energie provenienti dalle campagne: i contadini.

Una volta maturata la riflessione teorica, il problema che bisognava porsi fu quello di organizzare e unire le individualità socialiste, educare le masse e trasformare la teoria in azione rivoluzionaria: “Come dominare le immense forze sociali che la guerra ha scatenato? [...] Come saldare il presente all'avvenire, soddisfacendo le urgenti necessità del presente e utilmente lavorare per creare e “anticipare” l'avvenire?” [6]. Ed è proprio per rispondere a queste urgenze che il 1° maggio del 1919 vide la luce L’Ordine Nuovo. La scelta della data non fu casuale: essa si configurò come una rivista pensata per la classe operaia: per disciplinarla, per educarla e organizzarla. Stando a quanto raccontato in un’intervista da Umberto Terracini, la diffusione della rivista iniziò quel giorno, proprio tra gli operai radunati intorno alla Camera del lavoro di Torino [7].

Prima di questa esperienza Gramsci aveva già tentato un’avventura editoriale con la pubblicazione, nel febbraio del 1917, del numero unico della rivista La Città Futura. Questa pubblicazione, distribuita su 4 fogli, venne interamente pensata e redatta da Gramsci stesso, salvo alcune citazioni appartenenti ad altri autori: queste note non autografe, sono attribuibili a Giovanni Gentile, Gaetano Salvemini, Armando Carlini e Benedetto Croce. Come si può notare, benché si tratti di un giornale a cura della Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista, gli autori degli estratti che furono ripubblicati sono tutti tendenzialmente di estrazione liberale. Secondo Leonardo Rapone, ciò rappresenta “un’altra prova di quanto i suoi principali riferimenti culturali fossero, a quel tempo, fuori della tradizione teorica del socialismo italiano e internazionale” [8]. Tale situazione può trovare giustificazione in una tendenza, propria del panorama propagandistico socialista del tempo, di mettere in secondo piano il fattore culturale: esso veniva infatti talvolta osteggiato all’interno delle sezioni socialiste. Il modo di scrivere e di trattare le tematiche emerso nella rivista “La Città futura”, pare essere, in effetti, in contrapposizione con il modo di fare propaganda tipico del mondo socialista di allora [9]. Celebre è lo scontro (sul tema della cultura) tra Amadeo Bordiga e Angelo Tasca, che trovò origine nel 1912 durante il Congresso della Federazione giovanile socialista e che venne successivamente rinvigorito, intorno al 1919, con un nuovo dibattito sul culturalismo, portato avanti dal gruppo socialista torinese – radunato intorno alla rivista “L’Ordine Nuovo” – e il gruppo napoletano di giovani socialisti, animato da Amadeo Bordiga direttore della rivista “Il Soviet” [10]. Il problema dell’educazione e della cultura assunse una funzione essenziale nell’elaborazione gramsciana fin dagli esordi della sua militanza e ciò ebbe riflessi anche sull’impostazione della nuova rivista fondata nel 1919.

A questo proposito Gramsci scrisse: “È certo che noi non rifuggiamo [...] dall'entrare in particolari di carattere teorico, dal richiedere al nostro lettore uno sforzo sostenuto e prolungato di attenzione, e ciò facciamo con piena convinzione di agire onestamente e da buoni socialisti [...] abbiamo pubblicato articoli “lunghi” studi “difficili” e continueremo a farlo, ogni qualvolta ciò sarà richiesto dall'importanza e dalla gravità degli argomenti, ciò è nella linea del nostro programma: non vogliamo nascondere nessuna difficoltà, crediamo bene che la classe lavoratrice acquisti fin d'ora coscienza dell'estensione e della serietà dei compiti che le incomberanno domani, crediamo onesto trattare i lavoratori come uomini cui si parla apertamente, crudamente, delle cose che li riguardano. Purtroppo gli operai e i contadini sono stati considerati a lungo come dei bambini che hanno bisogno di essere guidati dappertutto: in fabbrica e sul campo dal pugno di ferro del padrone che li stringe alla nuca, nella vita politica dalla parola roboante e melliflua dei demagoghi incantatori [...] Non v'è nulla di più inumano e antisocialista di questa concezione. [...] Volete che chi è stato fino a ieri uno schiavo diventi un uomo? Incominciate a trattarlo, sempre, come un uomo e il più grande passo in avanti sarà già fatto” [11].

Rivista torinese dai contenuti internazionali

La direzione che la rivista torinese sembrò prendere, va inserendosi in un panorama culturale più ampio e per certi aspetti, internazionale. Gli articoli scritti dai redattori del L’Ordine Nuovo non si limitarono a sostenere il bolscevismo, o a propagandare messaggi “semplici”, ma tentarono di fornire delle soluzioni autonome nella cultura marxista: si trattò di una pubblicazione non solo di militanza ma anche di elaborazione teorica, di conseguenza essa si situò in un contesto marxista, ma conservando la propria autonomia e la propria necessità di proporre un pensiero critico. Tale tentativo non passò inosservato anche oltreconfine: sono infatti frequenti i riferimenti a L’Ordine Nuovo che si possono trovare, ad esempio, sulla stampa socialista francese.

Come si è detto, la rivista nacque a Torino ma si collocò intellettualmente in un contesto di dibattito più ampio. Inoltre, vanno ricordate le traduzioni e le pubblicazioni di articoli, provenienti da altre fonti, di autori come John Reed (giornalista celebre per la sua opera I dieci giorni che sconvolsero il mondo), o Sen Katayama (tra i fondatori del Partito Comunista Giapponese) e altri ancora: voci da tutto il mondo che contribuirono a dare un valore aggiunto a questa esperienza politica e intellettuale e a mettere in contatto il proletariato torinese con il contesto internazionale.

I Consigli di fabbrica: dalle pagine de L'Ordine Nuovo al mondo

Benché i Quaderni del carcere siano il luogo in cui ricercare la maggior parte degli sviluppi teorici gramsciani, sarebbe un errore dimenticare, o reputare meno importante, gli scritti precedenti al 1926, cioè la sua produzione giornalistica. Da essa, infatti, si possono scorgere anche importanti tentativi di sviluppo teorico e di traduzione del marxismo-leninismo. Fin dalla sua uscita, L'Ordine Nuovo diventò in breve tempo il punto di riferimento del movimento operaio torinese. Proprio tra le pagine di questa rivista, Gramsci delineò la struttura dei Consigli di fabbrica. Questo fu un tentativo di restituire una versione "italiana" dei Soviet russi.

La dittatura proletaria può incarnarsi in un tipo di organizzazione che sia specifico della attività propria dei produttori e non dei salariati, schiavi del capitale. Il Consiglio di fabbrica è la cellula prima di questa organizzazione [...]. Il Consiglio di fabbrica è il modello dello Stato proletario. Tutti i problemi che sono inerenti all’organizzazione dello Stato proletario, sono inerenti all’organizzazione del Consiglio. Nell’uno e nell’altro il concetto di cittadino decade, e subentra il concetto di compagno: la collaborazione per produrre bene e utilmente sviluppa la solidarietà, moltiplica i legami di affetto e di fratellanza. Ognuno è indispensabile, ognuno è al suo posto, e ognuno ha una funzione e un posto. Anche il più ignorante e il più arretrato degli operai, anche il più vanitoso e il più ‘civile’ degli ingegneri finisce col convincersi di questa verità nelle esperienze dell’organizzazione di fabbrica: tutti finiscono per acquistare una coscienza comunista per comprendere il gran passo in avanti che l’economia comunista rappresenta sull’economia capitalistica. Il Consiglio è il più idoneo organo di educazione reciproca e di sviluppo del nuovo spirito sociale che il proletariato sia riuscito a esprimere dall’esperienza viva e feconda della comunità di lavoro” [12].

Attualità de L’Ordine Nuovo

Tuttavia, la vita de L’Ordine Nuovo fu destinata a durare poco e con essa anche quella del movimento operaio torinese che vide, a partire dal 1920, il suo declino e la sua sconfitta. Tramontato il sogno rivoluzionario del biennio rosso, seguirono anni bui per l'Italia e per il mondo. Tuttavia, sebbene quelle esperienze storiche si siano concluse ormai da molti anni, le pagine della rivista torinese e il pensiero di Gramsci hanno raggiunto luoghi molto lontani, nel tempo e nello spazio. Ad esempio, il consiliarismo teorizzato da Gramsci e maturato tra le pagine de L’Ordine Nuovo – dalla piccola rivista che nel giugno del 1919 contava 300 abbonati [...] sparsi in tutta Italia [13]– ebbe eco anche altrove, soprattutto nei paesi dell'America Latina dove furono riproposte esperienze ispirate proprio ai Consigli di fabbrica, come i “Consejos de trabajadores” e i “Consejos comunales” in Venezuela.

Così ne parlò Julián Isaías Rodríguez Díaz (nominato Vicepresidente del Venezuela con la Costituzione chavista del 1999): “La nostra concezione si ispira fondamentalmente a Gramsci, che è chi per primo ha indicato questa direzione di marcia, perché qualcosa di simile non è esistito nemmeno nell’Unione Sovietica. È questa una delle esperienze che ci permettono di dire che Gramsci è stato recepito dal processo bolivariano per sviluppare il nostro socialismo. Gramsci affermava la necessità di un socialismo che fosse internazionale, ma che affondasse le radici nella realtà nazionale da cui necessariamente sorge e da cui non può distaccarsi” [14].

La vitalità del pensiero gramsciano è una realtà innegabile, di cui bisogna prendere atto. Lo testimoniano le numerose pubblicazioni che vengono costantemente dedicate all’approfondimento del suo pensiero. Tuttavia, è necessario non abbandonare Gramsci solamente al mondo accademico: la sfida che bisogna proporsi è quella di riportarlo nelle piazze e nei luoghi della politica – esattamente come accadeva quel lontano 1° maggio del 1919 con la diffusione del primo numero de L’Ordine Nuovo – senza incorrere nell’errore di ricercare esperienze ormai morte e senza cedere ad una lettura dogmatica del suo pensiero (modalità che sarebbero entrambe in contraddizione con la lezione gramsciana).

A cento anni di distanza, Gramsci deve tornare nei luoghi di lavoro, ma anche nelle scuole e tra i banchi dell’Università: possiamo ancora oggi tentare di recuperare il pensiero gramsciano anche nell’elaborazione di una prospettiva futura di ricostruzione di una sinistra capace di organizzare le forze sociali. L’organizzazione, l’unità dei lavoratori e delle lavoratrici contro il capitalismo resta tutt’oggi un fine da perseguire; e allora, tenendo conto dei cento anni di storia che ci separano, dobbiamo fare nostro il motto espresso nella manchette de L’Ordine Nuovo: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. A distanza di cento anni, quello che celebriamo non è un ricordo sbiadito, ma è il rinnovo di un impegno.


Note:

[1] A. Gramsci, Operai e contadini, in «L'Ordine Nuovo», I, n. 12, 2 agosto 1919, editoriale.

[2] Cfr. A. d'Orsi, F. Chiarotto (a cura di), A. Gramsci. Scritti dalla libertà 1910-1926, Editori Internazionali Riuniti, Roma 2012, p.46

[3] A. Gramsci, Lettere 1908-1926, a cura di Antonio A. Santucci, Einaudi, Torino 1992, pp. 271-272.

[4] A. Gramsci, Operai e contadini, in «L'Ordine Nuovo», I, n. 12, 2 agosto 1919, editoriale.

[5] Ibidem

[6] Ibidem

[7] Si fa riferimento all’intervista realizzata da Paolo Gobetti e contenuta in Antonio Gramsci, Gli anni torinesi, video e testo realizzato dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza nel 1997.

[8] L. Rapone, Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo. (1914-1919), Carocci, Roma 2011, p. 69.

[9] Cfr. Ivi, p. 69-70.

[10] Cfr. A. d’Orsi, Gramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli, Milano 2017, pp.102-103.

[11] [L'Humanité] L'Ordine Nuovo, 27 dicembre 1919, sotto la rubrica Cronache dell'Ordine Nuovo.

[12] Sindacati e Consigli, in «L’Ordine Nuovo», I, n. 21, 11 ottobre 1919 (editoriale).

[13] Cfr. A. d'Orsi, F. Chiarotto (a cura di), A. Gramsci. Scritti dalla libertà 1910-1926, Editori Riuniti, Roma 2012, p. 313.

[14] Intervista di Alessio Arena a Julián Isaías Rodríguez Díaz, Da Simón Bolívar ad Antonio Gramsci, continua la rivoluzione venezuelana, in «Liberazione», 31 ottobre 2013.

27/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://it.wikipedia.org/wiki/L%27Ordine_Nuovo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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