Eravamo marea, ora siamo un oceano e nessuno scoglio ci potrà fermare

A Bologna migliaia di donne hanno discusso per due giorni sullo sciopero internazionale dell’8 marzo


Eravamo marea, ora siamo un oceano e nessuno scoglio ci potrà fermare Credits: indipendenti.eu

Con questo slogan e una rinnovata promessa di femminismo l’ondata delle donne si riversa sull’Italia dopo la due giorni del 4 e 5 febbraio all’Assemblea nazionale promossa da “Non Una di Meno” presso l’Università di Bologna, un appuntamento vissuto da tutte come tappa di avvicinamento all’8 marzo 2017, per restituire alla Giornata Internazionale della donna la sua dignità di momento di mobilitazione femminista internazionale dopo anni di insignificanza e di sfruttamento mercificante dell’evento.

Dal movimento mondiale delle donne il coordinamento italiano Non una di Meno ha raccolto anche la sollecitazione a uno Sciopero Globale #GlobalStrike della durata di 24 ore nella data dell’8 marzo 2017, all’insegna dello slogan: “Se non valiamo, allora non produciamo!”.

La giornata sarà l’occasione di mobilitazioni territoriali e iniziative all’insegna di un’astensione reale o simbolica dal lavoro produttivo e riproduttivo che vuole coinvolgere tutte le donne dentro e fuori i luoghi di lavoro: lavoratrici, precarie, disoccupate, pensionate, le mamme a casa, le donne con o senza documenti italiani, le migranti, le lavoratrici autonome e le studentesse.

A Bologna sono state condivise le modalità di questa giornata che vuole essere di autocoscienza, autodeterminazione e protesta e che si annuncia in multiformi declinazioni locali e modi inediti e sorprendenti anche attraverso i social media, con hashtag diffusi viralmente in twitter e rilanciati come trending topic a livello internazionale, camminate collettive dentro le città e azioni di arte-attivismo e flash mob colorati di fucsia e nero – il colore che identificherà l’iniziativa a livello mondiale – accompagnati da un’esplosione di grafiche e video con il tema della matrioska di “Nonunadimeno”.

Questi colori, simboli e mobilitazione globale per questo 8 marzo erano stati lanciati nei mesi scorsi dalle donne argentine (Niunamenos), dopo il Black Moday delle donne polacche lo scorso 3 ottobre 2016 e ora, dopo avere incassato l’adesione di quelle di una trentina di Paesi nel mondo, vedono anche l’adesione delle statunitensi, all’indomani del successo della Women’s March su Washington contro il neopresidente Usa Donald Trump.
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Non una di meno segnalerà 8 priorità per questo 8 marzo 2017 che sono emerse dagli 8 tavoli dell’assemblea di Bologna: temi e rivendicazioni che ispireranno e saranno raccontate durante le 24 ore dell’astensione dal lavoro reale o simbolico che le donne potranno e vorranno praticare in quel giorno. Le donne a Bologna hanno ribadito, come già a Roma a novembre, che la violenza maschile sulle donne si articola in molteplici forme, mai slegate dallo sfruttamento del lavoro vivo e della riproduzione sociale, che se appaiono efferate, quotidiane e gravi soprattutto in contesti arretrati e garantiti dal patriarcato e dall’immobilismo sociale, volano oggi anche sulle ali della globalizzazione capitalista e neocolonialista.

Se diversi sindacati di base come Usb e Cobas si sono pronunciati a sostegno dello sciopero in questo momento critico e di grande trasformazione del lavoro che sotto l’urto del capitalismo è diventato sempre più precario, spezzettato, alienante, con impatti stravolgenti sulla vita di tutti ma soprattutto delle donne, purtroppo i sindacati confederali e la CGIL non indiranno lo sciopero generale e allora le donne cercheranno di farlo lo stesso partendo da se stesse: dove sarà possibile si asterranno dal lavoro, oppure vivranno lo sciopero sul piano simbolico, come una astensione dai ruoli di genere e sessuali resi obbligatori dall’ordine storico patriarcale, dalla pratica di stereotipi e dall’obbligo del binarismo eterosessuale, dal lavoro di cura e dall’accudimento dei bambini che nella giornata dell’8 marzo dovranno essere accuditi dai loro papà. “Con o senza i sindacati bloccheremo il Paese. Non un’ora di meno” promettono le donne a Bologna.

Come azione comune per l’8 marzo 2017 si è scelta l’astensione dai consumi elettrici e dagli acquisti, per riappropriarsi di una parte del proprio tempo, con l’appello che deve raggiungere tutte e ciascuna a uscire di casa o dal luogo di lavoro e a occupare insieme lo spazio pubblico, per raccontare i diritti e concentrandosi negli spazi altamente simbolici per la vita delle donne come la scuola, l’università, il tribunale, il consultorio, le frontiere, i luoghi della socialità, per interrogarli e mettere in luce le contraddizioni che oggi li attraversano. Queste nelle aule di Giurisprudenza dell’Alma Mater bolognese sono state vissute come due giornate di autocoscienza femminista, affrontando tutti i nodi critici per le donne oggi e sempre con una prospettiva intersezionale. Da qui all’8 marzo si conoscerà l’elaborazione dei temi sviluppati da questi “Stati generali” del femminismo italiano contemporaneo, a cui hanno partecipato anche diversi giovani uomini, studenti, giornalisti e ricercatori universitari accanto a più di 1600 attiviste di ogni età, dalle settantenni che hanno aperto la strada femminista in Italia negli anni ’60 e ’70, alle ragazze più giovani, di soli 17 anni.

Donne presenti al convegno come singole o delegate di Associazioni “storiche” delle donne – significative quelle di Bologna, Modena, Reggio Emilia, Roma e Milano – Case delle Donne e Centri Antiviolenza – fra cui quelli della rete D.I.Re – accanto ai sempre più numerosi Collettivi autogestiti o LGBTQ, gruppi che lavorano con le migranti, giovanissime blogger, grafiche e film-maker che padroneggiano social e algoritmi, diverse sindacaliste di base e della Fiom, accademiche, artiste e art attiviste, donne dai molti saperi che hanno aderito entusiaste dopo la prima assemblea all’Università La Sapienza e la marcia per le vie di Roma di 200.000 donne e uomini il 26 e 27 novembre scorsi.

Riportando proposte, riflessioni e progetti da assemblee territoriali svolte in Italia nel gennaio di quest’anno le partecipanti alla due giorni bolognese hanno sviluppato un ampio e democratico confronto che si è articolato negli otto tavoli tematici già decisi a Roma: lavoro e welfare, diritto alla salute sessuale e riproduttiva, piano legislativo e giuridico, educazione alle differenze, percorsi di fuoriuscita dalla violenza, sessismo nei movimenti, femminismo migrante, narrazioni della violenza attraverso i media.

L’obiettivo di ciascun tavolo – con una “restituzione” durante la plenaria di domenica 5 febbraio – era anche quello di elaborare contributi per un Piano femminista contro la violenza che il movimento Non una di meno immagina in alternativa a quello governativo varato nel 2015 e in scadenza il prossimo giugno, un piano che si è dimostrato del tutto disfunzionale e inefficace a contrastare fattivamente e culturalmente la violenza sulle donne, come prova l’escalation negli ultimi anni delle violenze stupri e femminicidi nel nostro Paese.

La proposta deve allora ripartire dalle donne, valorizzandone saperi e consapevolezze, e dalla pratica dei Centri antiviolenza e delle Associazioni delle Donne che non sono stati valorizzati in chiave sociale: il Governo con una logica economicista e miope li vuole strutturare sempre più come servizi del privato sociale, mini-aziende avulse da una società a che continua a declinarsi in maniera conservatrice, a controllare le donne negandone l’autodeterminazione, a ri-vittimizzare la donna anche durante i difficili percorsi di uscita dalla violenza.

Da Bologna emerge anche l’appello all’abbandono delle logiche securitarie e semplicemente repressive della violenza contro le donne – giacciono in Parlamento proposte di legge per l’Ergastolo sempre in caso di Femminicidio presentate reiteratamente dalla destra a cui si guarda con favore anche da alcuni deputati PD – sullo sfondo di una comunicazione da parte dei media mainstream che non spinge verso il cambiamento sociale, perché con la pretesa della “neutralità” continua a rappresentare la donna come vittima, e la violenza sulla donna come fenomeno episodico, patologico, e privato: una narrazione mediatica specchio della società da cui viene prodotta, infarcita di sessismo e stereotipi, e incapace di uno sguardo profondo sulla violenza contro la donna come sintomo ed epifenomeno di un ordine sociale della realtà che permane arcaico, sbagliato e bloccato.

Il futuro imminente di Non Una di Meno dopo l’8 marzo sarà un altro incontro nazionale a Roma nelle date probabili del 22 e 23 aprile, anche per agevolare le donne che vengono dal Sud e dalle Isole.

Si proseguirà nella scrittura del Piano Femminista Antiviolenza da presentare alle istituzioni, anche alla luce del dettato della Convenzione di Istanbul del 2011 che, se è stata ratificata dall’Italia nel 2013, resta su molti obiettivi ancora lettera morta nelle politiche dei nostri governi succedutisi dalla ratifica fino ad oggi. Come ha sottolineato Bia Sarasini sul Manifesto del 7 febbraio, questo percorso delle donne in Italia finora si è svolto ancora una volta nel silenzio colpevole dell’informazione mainstream, e “sarebbe un peccato che la sottovalutazione mediatica trascinasse con sé anche una sottovalutazione politica”.

11/02/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: indipendenti.eu

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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