Etica e politica nel giovane Lukács

Per il giovane Lukács solo dalla Russia può provenire l’impulso alla disalienazione, perché ivi permangono riserve incontaminate di umanità, di rapporto comunitario tra gli uomini – artisticamente raffigurate nei romanzi di Tolstoj e, soprattutto, di Dostojevskij.


Etica e politica nel giovane Lukács

Verso la seconda etica

Il periodo propriamente saggistico del giovane Lukács corrisponde temporalmente al sodalizio intellettuale con Leo Popper e alla relazione sentimentale con Irma Seidler. Nel 1911, a distanza di pochi mesi, Lukács subisce il duro colpo della perdita di entrambi. In questa circostanza dolorosa, aggravata dal senso di colpa angosciante per il suicidio della Seidler, egli considera la possibilità di togliersi la vita, come testimoniano alcune pagine del diario. Uscire da questo stato d’animo, “elaborare il lutto”, per Lukács non può significare altro che vedere più chiaramente in se stesso, attraverso una diagnosi radicale delle proprie scelte etiche. Frutto delle sue riflessioni è il saggio-dialogo Sulla povertà di spirito, ove si sostiene la concezione della divisione dell’umanità in tre caste spirituali: la prima casta, della vita quotidiana, che sta al livello più basso e comprende la maggioranza degli uomini, essendo qui gli individui perfettamente inseriti nello stato alienato dell’esistenza; la casta superiore, della vita autentica, alla quale appartengono gli uomini che hanno ricevuto il dono della bontà; la casta intermedia, dell’opera, che è la casta di coloro che sono destinati alla creazione e, per raggiungere lo scopo, debbono rinunciare a se stessi, fuggire dalla vita e dedicarsi completamente alla creazione dell’opera: “è la formulazione soggettiva della teoria dell’oggettivazione di Lukács, a cui egli resterà fedele fino all’ultimo. A iniziare, in gioventù, dall’Estetica di Heidelberg, fino all’Estetica della vecchiaia, egli si dichiara per il primato dell’opera oggettivata sulla personalità dell’individuo singolo che l’ha creata. Non soltanto perché l’opera, l’oggettivazione, è l’unica ad aver un significato per l’umanità (in quanto parte recettiva), mentre è irrilevante da chi e in quali circostanze l’opera è stata creata, ma anche perché la personalità che si manifesta nel mezzo omogeneo, nella «forma», non coincide con la personalità «quotidiana» dell’artista e del filosofo” [1].

Siamo qui a uno snodo importante della formazione di Lukács. La tensione etica contrapposta al non senso dell’esistenza, il tentativo sempre rinnovato di prospettare una soluzione alla crisi della Kultur, l’idea regolativa della realizzazione della personalità individuale, conforme al genere umano, hanno finora accompagnato le ricerche lukacciane in campo estetico. Un costante modello di riferimento è stata l’etica kantiana ed, essenzialmente, il carattere di universalità dei suoi princìpi, mentre egli ha sempre rifiutato la rigida dicotomia tra uomo noumenico e uomo fenomenico. L’impotenza del Sollen kantiano al cospetto dei contenuti empirici reificati viene rivelandosi a Lukács nella pura intenzionalità del dovere circoscritta nell’interiorità noumenica, che finisce per isolare l’individuo dal resto dell’umanità [2].

Una traccia della direzione intrapresa da Lukács “al di là del dovere”, si trova, appunto, in Sulla povertà di spirito: gli uomini della casta superiore, coloro che sono stati toccati dalla grazia della bontà, agiscono in conformità alla propria “natura” e, senza cadere nella scissione di sé in se stessi, mantengono integra la personalità e riempiono di significato la vita propria e quella degli altri. Tuttavia, la rigida separazione in caste teorizzata nel dialogo impedisce la generalizzazione e quindi la ricercata possibilità dell’universale etico [3]. Il piano metafisico su cui si colloca la concezione delle caste, escludente la dimensione storica, sfocia in una impasse teorica che Lukács scioglierà durante il periodo di Heidelberg.

Negli anni prebellici (1912-1914) trascorsi a Heidelberg, Lukács frequenta il Circolo di Weber intrecciando con Ernst Bloch un’amicizia feconda per le rispettive maturazioni teoriche. Sebbene le loro posizioni saranno destinate ben presto a divaricarsi, ambedue, in molte occasioni, hanno ribadito il debito reciproco contratto in quegli anni di “eroico furore” anticapitalistico e il loro ruolo di outsiders nella cultura tedesca. Allievi di Simmel, entrambi condividevano le critiche al relativismo e alla “mancanza di centro” del pensiero del loro maestro e , al di fuori e contro l’ufficialità accademica, cercavano la formulazione di una sintesi teorica all’altezza della crisi dell’epoca. In Pensiero vissuto Lukács riconosce gli stimoli ricevuti da Bloch in direzione di uno stile filosofico classico e orientato verso il sistema: “su di me ebbe enorme influenza Bloch, lui infatti mi convinse con il suo esempio che era possibile filosofare alla maniera tradizionale. Fino a quel momento io mi ero immerso nel neokantismo del mio tempo, e adesso incontravo in Bloch il fenomeno che qualcuno filosofava come se l’intera filosofia odierna non esistesse, che era possibile filosofare al modo di Aristotele o di Hegel” [4].

Alle discussioni all’interno del Weber-Kreis partecipavano due profondi conoscitori del misticismo russo: Nikolai von Bubnov, direttore dell’Istituto di Slavistica dell’Università di Heidelberg e Feödor Stepun, il quale suscitò in Lukács l’interesse per le tematiche dostojevskiane, un interesse che presto si trasformò in entusiasmo a sfondo religioso in quanto il mondo russo vi si presentava come alternativa ricca di promesse utopiche a fronte della crisi irreversibile della cultura e del modello sociale dell’Occidente. È una paradossale localizzazione dell’utopia, nel senso che solo dalla Russia può provenire l’impulso alla disalienazione, perché ivi permangono riserve incontaminate di umanità, di rapporto comunitario tra gli uomini – artisticamente raffigurate nei romanzi di Tolstoj e, soprattutto, di Dostojevskij – e che in Occidente sono state completamente annientate dalla civilizzazione moderna [5]. Contemporaneamente, nel socialismo, fino ad allora avversato per l’impronta meccanicistica impressagli dalla socialdemocrazia, Lukács comincia a intravedere elementi positivi: ciò che è da salvaguardare e da valorizzare nel socialismo materialista sono gli elementi religiosi e la componente messianica volta alla costruzione del nuovo.

Lo scoppio della guerra provocherà una radicalizzazione di queste tendenze, spingendo il giovane Lukács a un approfondimento teorico delle nuove istanze emerse a Heidelberg. Il progetto teorico consisteva in un libro su Dostojevskij che è rimasto allo stato di abbozzo, all’interno del quale avrebbero dovuto trovare sistemazione i princìpi della seconda etica; in realtà Lukács riuscì a portare a compimento soltanto il primo capitolo, terminato nei primi anni di guerra e pubblicato nel 1920 con il titolo Teoria del romanzo

 

Note

[1] Heller, A., Sulla povertà di spirito. Un dialogo del giovane Lukács in AA.VV., La scuola di Budapest: sul giovane Lukács, traduz. di E. Franchetti, Firenze, La Nuova Italia 1978, p. 53

[2] Il progressivo distacco di Lukács dalla morale kantiana e l’importanza della dimensione etica nella sua opera sono acutamente approfonditi da Heller nel suo saggio Al di là del dovere

[3] Su tutto ciò Lukács esprime così la sua valutazione in Pensiero vissuto: “Dialogo Povertà dello spirito: tentativo di una resa di conti etica con la mia corresponsabilità nel suicidio. Sfondo: differenziazione delle possibilità di atteggiamento etico come restaurazione spirituale del sistema delle caste. Qui vicolo cieco nettamente visibile. Pensiero vissuto. Autobiografia in forma di dialogo [1980], traduz., prefaz., a cura di Scarponi, A., Roma, Editori Riuniti 1983, p. 204.

[4] Ivi, p. 44.

[5] Sulla posizione radicalmente anticapitalistica dei due romanzieri russi e sulla loro incidenza nella sua formazione Lukács si sofferma in Pensiero vissuto: “nell’ottica della mia evoluzione acquista significato il realismo russo, sono stati infatti Tolstoj e Dostojevskij a farci vedere come nella letteratura si possa condannare in blocco tutto un sistema. Per loro, non è questione che il capitalismo abbia – come in alcuni suoi critici francesi – questo o quel difetto, ma l’opinione di Tolstoj e Dostojevskij è che l’intero sistema, così com’è, è inumano” Ivi, p. 58.

19/02/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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