''Gente della Terra Santa'': tragica fiaba di un 'universale fantastico'

La narrazione della sopravvivenza quotidiana in Palestina come resistenza all'occupante e tributo alle lotte di liberazione contro il processo collettivo di rimozione della storia.


''Gente della Terra Santa'': tragica fiaba di un 'universale fantastico' Credits: cheguevara.forumfree.it

Se, citando Foucault, ''il sapere non è fatto per comprendere, è fatto per prendere posizione'', si può sostenere che la cultura rappresenti realmente un atto primario di liberazione doveroso anche e soprattutto quando l'attenzione mediatica e le iniziative culturali ed istituzionali scarseggiano a causa di attori sociali apparentemente disinteressati alle lotte dei popoli stremati dalle oppressioni.

Alla luce di ciò, l'opera di Mahmoud Suboh dal titolo ''Gente della Terra Santa''[1] riesce nel difficile intento di dar voce, come sottolineato anche dal figlio Omar nella postfazione del libro, a ''(…) tutto un popolo [che] riemerge con poesia, fantasia e resistenza. Raccontare la Palestina come 'universale fantastico' che racchiude nella sua storia tutte le particolari resistenze del mondo, come Omero voce della collettività del popolo greco. Ecco, la Palestina come la Resistenza per antonomasia, che raccoglie in sé tutte le resistenze particolari sparse nella Terra.''

Nel corso della presentazione del libro ''Gente della Terra Santa'', tenutasi il 26 ottobre presso la Biblioteca 'Sebastiano Satta' di Nuoro ed organizzata dal 'Comitato Palestina Libera', Nabil Khair, rappresentante dell'ANP in Sardegna, ha evidenziato come ''Mahmoud Suboh è riuscito a trasformare vita, ricordi e riflessioni sulla sua terra natia, la Palestina, pubblicando una raccolta di racconti proprio in un momento storico in cui sembra calare una cortina di omertà su una causa apparentemente persa. Cosa bisogna fare per far capire alle potenze occidentali la gravità e l'urgenza della questione palestinese, oltretutto creata ed alimentata a tavolino?''.

I racconti di Suboh, storie vere di chi, rifacendosi ad una delle sue poesie, ''L'assedio'', ''Era nato (…) [e ]cresciuto assediato, /dal mondo isolato'', giungono con puntualità allo scoccare dei cento anni da quel 2 novembre 1917 che, a seguito della Dichiarazione Balfour, regalò la Terra Santa ai sionisti, e ridestando l'attenzione sul 77% dei territori ancor oggi occupati (il 55% illegalmente) i quali determinano l'apartheid con le sue tragedie economiche, politiche e sociali.

Durante il dibattito svoltosi nel corso della presentazione del libro di Suboh, Khair, la coordinatrice Anna Cacciatori ed alcuni partecipanti hanno sottolineato come, in particolare a causa dell'accordo di Sykes- Picot del 1916, della dichiarazione del 1917 e del piano di partizione della Palestina datato 1947, il ricatto sionista israeliano, paradossalmente avallato dalla destra radicale che dovrebbe essere rigettata da questo popolo storicamente perseguitato, punta alla creazione ed al rafforzamento di un alibi, l'olocausto – peraltro avvenuto dopo la dichiarazione di Balfour- volto alla creazione di un capro espiatorio -chiunque si dichiari antisionista viene tacciato tout- court di antisemitismo ed odio razziale- ed all'attuazione di una strategia politica interna ed estera, quella del divide et impera, storicamente collaudata, appoggiata e finanziata in particolare dagli USA e dai suoi alleati sia occidentali che mediorientali, la quale punta alla totale destabilizzazione tanto della Palestina quanto degli altri Stati della zona.

L'autore Mahmoud Suboh, tracciando le principali tappe della storia della sua terra per sottolinearne l'eterna contemporaneità, coglie gli elementi di ciclicità della storia -sia nel mondo occidentale che nelle altre civiltà, compresa quella genericamente chiamata 'araba'- rappresentandoli metaforicamente e quasi sminuendo la sua opera definendosi ''non uno scrittore, perché non ho intrapreso approfonditi studi letterari, bensì un narratore che vive le sue storie, le racconta, dà voce a chi ne è privo come un nomade che viaggia, spazia, sta bene ovunque ma, con tutte le sue miserie umane, può anche fare del male spingendosi fino alla costruzione di muri che dividono l'indivisibile, ovvero le intere civiltà''.

La rilevanza culturale di ''Gente della Terra Santa'' si comprende appieno riflettendo sulla centralità della memoria come contropeso strategico -e pacifico- al processo collettivo di rimozione della storia e della resistenza ultracentenaria del popolo palestinese in un contesto di vita internazionalizzabile che si spinge ben oltre i confini della Palestina, smembrata all'interno dell'eterna polveriera mediorientale con le sue inevitabili lotte di liberazione.

Perciò l'opera di Suboh, grazie ai suoi racconti di sopravvivenza quotidiana, di trasversali nobiltà e miserie umane, nella guerra delle zone depauperate del mondo così come nella pace del nostro distratto occidente, risulta essere ancora più preziosa per la piena comprensione delle realtà travisate dai media mainstream: ''Gente delle Terra Santa'' è infatti consigliabile sia a coloro che conoscono approfonditamente e seguono costantemente l'evoluzione della situazione palestinese così come quella delle altre regioni del mondo sempre in bilico sull'orlo del baratro di sanguinosi conflitti, sia a tutti coloro i quali vi si approcciano per la prima volta senza averne studiato la storiografia da testi politologici complessi tra i quali quelli di Ilan Pappé e Jean Daniel [2] inerenti l'essenza del sionismo, la sua paura del cambiamento che si traduce in fanatismo e travisa l'anima ebraica attraverso l'affermazione dell'obiettivo ideale di possesso assoluto per mezzo di un espansionismo colonialista forzato.

Ma Suboh, nonostante sottolinei come ''la religione sia diventata nazionalità che rende apolidi le minoranze, atei compresi, in un'eterna lotta tra buoni e cattivi di volta in volta stigmatizzati e ferocemente perseguitati e disumanizzati con metodi nazisti nella loro natura di vittime'', non rinuncia ad una visione di speranza, tipica di questo popolo secolare, forte e radicato come i suoi tradizionali ulivi, secondo la quale ''la vita è una fiaba e come tale va vissuta. L'importante è scegliere di essere cavalieri, sempre dalla parte buona della favola''.

''Gente della Terra Santa'' si colloca quindi nella narrativa sociale grazie alla natura ''delle nostre fiabe collettive'' che, continua Suboh, ''aiutano tutti i popoli oppressi a trarre la forza dell'unità e della fratellanza dalla base dell'umanità. Chi, ieri come oggi, nega il dialogo, sionisti su tutti, disconosce e manipola colpevolmente la storia: ecco perché l'ondata xenofoba che fa nuovamente precipitare l'Europa nel XIX secolo si origina dalla dimenticanza della battaglia di umanità che ognuno di noi dovrebbe intraprendere contro coloro che tentano di legittimare culturalmente e politicamente una mentalità di volta in volta razzista, colonialista e sionista in giro per il mondo''. Quest'opera polifonica, scritta da un autore quasi defilato tra le righe che raccolgono testimonianze magistralmente narrate, tanto incisive ed incalzanti quanto cariche di informazioni, significato e profonde metafore, si inserisce nel filone narrativo di Mahmoud Darwish, Ghassan Kanafani e Miriam Marino. Impossibile non riconoscere gli echi di romanzi come ''Macerie'', ''Palestina. Terra di miracoli'' o ''Una trilogia palestinese'' a partire dal racconto d'apertura che dà il titolo all'intera opera: ''Gente della Terra Santa'' è la presa di coscienza, poetica e brutale, della condizione politica, culturale e sociale da parte di Suboh, allora bambino, costretto al perenne scontro con i crimini contro l'umanità che da sempre rubano l'infanzia ai piccoli palestinesi, condannandoli a crescere in un contesto di violenza e morte.

Se i rapporti Unicef evidenziano questa inumana quotidianità che urla dinnanzi a penose giustificazioni ed ai colpevoli silenzi ed omissioni della Comunità Internazionale, i bambini palestinesi e gli altri milioni di piccoli indifesi presenti tanto nelle nostre realtà apparentemente agiate quanto nel resto del mondo violato dai conflitti non conoscono un'altra vita e, come il piccolo Suboh da lui ricordato e narrato in prima persona, acquisiscono coscienza e consapevolezza grazie ad alcuni di loro che, con coraggio, combattono i delatori e la propaganda maggioritaria la quale, anche a livello istituzionale, tenta di annientare la loro storia, le loro tradizioni e le loro lotte. Gli abitanti della Palestina venivano chiamati ''Ahl Al- Ard Al- Moqadassah'', ovvero famiglia o gente della Terra Santa: da comunità che viveva ''in armonia, simbiosi e fratellanza'', proteggendo un luogo sacro in barba ad un ''mondo oscuro privo di virtù'' che seminava l'ideologia mortale del dominio e del colonialismo che ''[divideva] il mondo in civili e selvaggi'', venne resa una terra da cancellare, assediare, violentare, depredare delle innumerevoli risorse naturali le quali nutrivano un popolo divenuto profugo nella propria terra ormai occupata. Il racconto ''Gente della Terra Santa'', partendo da un incipit pirandelliano à la ''Il treno ha fischiato'', vede un anziano minatore sulcitano in pensione che, recatosi dal dottor Suboh di turno come guardia medica in un'afosa mattina ferragostana, viene da lui aiutato ed inconsapevolmente spronato ad ''andare a riprendersi il suo passato''. Ciò consente allo stesso Mahmoud Suboh di recuperare i dolorosi ricordi delle sue radici memore del fatto che, senza esse, non potrebbe esistere conoscenza, consapevolezza, studio e cultura. Un flashback riconduce le mani solcate del minatore che tormenta il suo cappello alla ricerca di un ricordo, apparentemente insignificante ma dirimente per il recupero della sua serenità, al viso attraversato dalle rughe ed il ''sorriso dolce e tenero'' di una donna che, secondo i ricordi del narratore, ''(…) quando la sentivo raccontare, esprimeva tutto il suo orgoglio e la sua dignità (…) [ed] anche il suo profondo dolore''.

La sua aria da saggia matrona con il suo bellissimo vestito tradizionale ed ''al collo una chiave di ferro lunga almeno 15 centimetri, appesa con una corda sottile e colorata di rosso, nero, verde e bianco, i colori della bandiera palestinese'', richiama il simbolismo della tragedia palestinese e le sue principali metafore, quali la chiave, ricorrente nei testi di tutti i pensatori nati in questa terra martoriata. Scriveva Euripide che ''non c'è dolore più grande della perdita della terra natia'': Suboh, da uomo ormai adulto e professionista affermato in uno Stato lontano dal suo, lo stesso che gli ha permesso di ''studiare ed avere un pezzo di carta che ti permetterà di avere un futuro, un lavoro'' su sollecitazione della sua e della quasi totalità della altre famiglie palestinesi, decise di tornare nella natia Betlemme, non senza paure e difficoltà burocratiche. ''Il tema del ritorno'', leitmotiv dell'opera citato nella postfazione dal figlio dell'autore, si dipana a partire dalla narrazione della vita del piccolo Adnan – 'il ribelle', per Omar Suboh-, bambino che racchiudeva in sé la ''(…) storia antica e vivente'' della Palestina.

Adnan, ''il ragazzo che voleva essere libero'', viveva nel campo profughi di Dheisheh, alla periferia di Betlemme, assieme alla sua famiglia ed alla nonna in particolare che, per Mahmoud Suboh, ''era una maestra completa'': furono lei ed il nipote, coraggioso compagno di classe del narratore, a permettergli di sviluppare una consapevolezza sociale tesa al superamento dell'analfabetismo politico tristemente alimentato, in primis, dai programmi scolastici ma centralissimo in quanto è proprio questo a consentire ai profughi palestinesi -così come a tutti i popoli oppressi- di combattere politicamente senza mai cedere alla trappola mortale del terrorismo.

Lo Stato sionista occupa i fertili territori palestinesi, usurpa i frutti della sua terra che, nel libro in questione, diventano metafore di vita, memoria e resistenza, demolisce le case e, con esse, la vita ed i sogni di bambini come Adnan, traumatizzati per sempre dall'occupazione in un contesto di guerra ufficiosa e perenne. Un apartheid, quello israeliano, di fatto avallato dai regimi arabi i quali, come sottolineato dallo stesso Suboh nel corso della presentazione del suo libro, ''non sono assolutamente espressione dei popoli cosiddetti arabi loro sottomessi. Gli Stati mediorientali si reggono su regimi assoluti e feudali spesso eterodiretti da potenze che fanno affari sfruttando i loro petrodollari''. Per queste ragioni è Adnan, con il suo estremo sacrificio narrato nel libro in questione, a darci una vera e propria lezione politica e sociale che, come sostenuto dall'autore, ''è una ferita aperta legata alla questione, morale oltre che legalitaria, dell'occupazione israeliana. È la gente ad influenzare i piani alti, perché ciascuno di noi è politica''. La morte di Adnan, ucciso senza pietà da un plotone di soldati israeliani durante una delle crisi di sonnanbulismo delle quali soffriva (chiaro sintomo del suo disturbo da stress post-traumatico), il suo tributo di sangue versato con altri, numerosissimi bambini, fu vigliaccamente riassunto, come loro solito, in un bollettino di guerra unilaterale sionista chiaramente fasullo.

La nonna di Adnan, maestra di vita sua e di Suboh, si chiuse nel suo dolore ''non [volendone] più sapere dei vivi'', mentre la famiglia del piccolo ed il resto della comunità di Betlemme cominciarono ''a vivere in attesa del prossimo scontro e dei prossimi morti''. Al ritorno dell'autore presso la casa del suo compagno di classe, il fatiscente campo profughi aveva già assistito, appena un anno prima, alla morte della nonna ridotta al mutismo dal dolore della morte della maggior parte dei suoi cari e dell'adorato nipote: al suo posto, con tutti i suoi metaforici simboli, la madre di Adnan. Sarà lei a sciogliere i nodi che Mahmoud Suboh portava da allora dentro sé, sarà lei, assieme al minatore sulcitano che Suboh incontrerà nuovamente al suo rientro in Italia, a fargli comprendere la necessità di ''(…) lottare per una vita migliore rispetto al rassegnarsi ad una lenta agonia. Ribellarsi con fermezza all'ingiustizia, all'oppressione, all'occupazione. Mille volte meglio della sottomissione, quando queste pietre che lanciate, quando queste grida di giustizia colpiranno il cuore e la coscienza di questo mondo assopito, allora ci sarà pace. È importante avere fiducia e speranza, affrontare il mondo sicuri che un giorno arriverà, anche per il vostro popolo, la libertà''. Gli echi simbolici delle terre in lotta per la libertà e della sua in particolare, il profumo dei pompelmi, degli ulivi, del sapone di Nablus, delle arance di Jaffa e della ruggine delle chiavi strette nelle mani segnate dei palestinesi adulti, custodi della memoria, così come quello delle pietre lanciate dai bambini ''contro l'esercito più forte del mondo, (…) come Davide contro Golia'', hanno spinto Suboh ad aiutare il suo popolo attraverso la narrazione, arte la quale consente di esprimere appieno ''l'unico valore di chi vive sotto occupazione'' che, citando il poeta e scrittore Darwish ricordato nella postfazione del libro, ''è il grado di resistenza all'occupante''.

Secondo Suboh, ''la forza e la volontà del popolo palestinese esistono e questa stessa opera è una forma di resistenza''. La resistenza di un'altra ribelle come Adnan, ''Laila'' Salem, è centrale nel secondo racconto del libro in questione; se l'incipit ricorda ''La lupa'' verghiana si comprende poi, nel corso della lettura, come il brano sia una critica feroce nei confronti dei regimi tradizionalisti e patriarcali che relegano le donne al mero ruolo di schiave ''per affermare la legge dell'uomo mascherata da legge divina''. Il messaggio di Laila al figlio, prima della sua condanna a morte, assume così la valenza di discorso universale rivolto a tutti gli uomini affinché venga riconosciuta l'uguaglianza dei diritti e degli obblighi tra uomini e donne, soprattutto di coloro le quali, negli Stati dispotici, sono ''(…) agguerrite (…), forza principale [che afferma] per l'ennesima volta il loro ruolo attivo e il loro essere in prima linea con i loro coetanei''.

Il terzo racconto, ''La morte intellettuale e la dentiera della nonna'', ha inizio dall'alterazione dolosa della realtà delle guerre a partire da un dibattito televisivo demagogico quanto il suo titolo, ossia 'La guerra e la minaccia alla civiltà europea', ovviamente focalizzato su una sola civiltà che ignora volutamente la distruzione di migliaia di altre nel mondo.

''Il nido'', quarto racconto del libro ''Gente della Terra Santa'', ci fa comprendere la crudezza della vita quotidiana in Palestina passando attraverso la narrazione delle sue terre prospere e fiorenti, gli innocenti giochi dei bambini tra le macerie e la morte, fino al tragico epilogo che rimanda al successivo racconto, intitolato ''Le colombe''.

La contemporaneità dei racconti di Suboh si coglie appieno facendo un parallelo tra i suoi racconti, in particolare gli ultimi due citati, e le dichiarazioni choc rilasciate in questi giorni dal Segretario di Stato americano Rex Tillerson, il quale minaccia la Palestina di interrompere i negoziati se l'OLP denuncerà Israele per crimini contro l'umanità. Leggendo soprattutto ''Il nido'' e ''Le colombe'' ci si domanda come si possano definire, se non deliberati e barbari crimini contro il diritto internazionale umanitario, le uccisioni di piccoli che non sono certo definibili fedayn (ossia combattenti inquadrati come terroristi dagli israeliani). Infatti, come si può non pensare a loro come vittime innocenti di una nakba infinita, costretti a sopravvivere senza alcuna ragione logica né colpa ''in un carcere a cielo aperto, come le bestie'', come si può non pensarli come ''(…) piccoli adulti, nati in guerra e privati della loro infanzia. Loro giocano alla guerra? No, no loro corrono, attaccano i soldati urlando: Palestina Libera! Attaccano con i sassi per dire: esistiamo. Scappano correndo verso la libertà, affrontano i carri armati con i sassi, come chi affronta un mostro con un fiore! Sì, loro corrono da quando nascono fino alla morte, una corsa continua. Ma oggi questo loro correre ha il sapore della vita, della libertà''. Ed è proprio con la narrativa corale che Suboh permette a tutti di comprendere una realtà di vita opportunisticamente occultata e ribaltata a favore degli oppressori e di capire come le vittime per antonomasia, i minori, siano tanti piccoli Handala- come il bambino, personaggio metaforico, creato dal fumettista palestinese Naji al- Ali -, piccoli rifugiati con i piedi scalzi ed i vestiti logori, ma con un coraggio inarrestabile nel difendere la propria storia ed i propri sogni nel corso di manifestazioni pacifiche contro un persecutore che si beffa di loro sparandogli addosso. Loro, i bambini palestinesi archetipi degli eroi delle lotte di liberazione di tutto il mondo, reali e non certo fantasmi lontani, sono i personaggi centrali nei racconti di Suboh: i piccoli Adnan, Salem, Samirah e Yussef sono proprio come colombe che, nei versi di una filastrocca imparata a scuola, ''voleranno, la pace nel mondo porteranno, ed alle loro case ritorneranno''.

''All'ombra del muro'', quinto racconto del libro di Mahmoud Suboh, svela l'ambigua natura che le festività, il Natale in particolare, assumono nel nostro Paese. Le feste non lasciano spazio, se non per la sua strumentalizzazione, al Medio Oriente: ''la terra delle fiabe e della magia è divenuta terra proibita, terra di morte e distruzione''. Ma ciò che ci sembra sempre lontano è luogo quotidiano di paura, di fuga dai persecutori sionisti, dalle loro spie e dai muri che separano ''(…) la terra dall'altra (…) terra, la gente dai loro campi, [rendendo] l'aria irrespirabile e gli abitanti nervosi''. I ricordi d'infanzia del narratore si incrociano, in questo racconto, con quelli raccolti al suo ritorno: nuovi insediamenti illegali, nuovi muri, la stessa resistenza e la forza, tanto inconsapevole quanto dirompente, dei bambini. Sono loro che, giocando a tirare un pallone contro uno di questi mostri di cemento, sperano di aprire una breccia nel muro non per scappare dai soldati israeliani ma, come svelato direttamente da uno di loro all'autore del libro, ''perché così i bambini che si trovano dall'altra parte possono vederci e venire a giocare con noi... Sai, il calcio piace a tutti''.

L'ennesimo insegnamento che ci giunge da questi racconti, soprattutto dal sopra citato ''All'ombra del muro'' e da ''Alla ricerca del Paradiso nell'Inferno di Dante'' riguarda proprio chi pontifica sulla costruzione di muri: coloro che lo fanno, ovvero le destre americane ed europee, non li conoscono minimamente, chi invece è nato, cresciuto e si è sempre sacrificato a causa dei muri, non vuole fare altro che abbatterli. Per questo si deve amaramente ammettere che ciò che l'Occidente ha contribuito a creare in Medio Oriente con l'appoggio di regimi corrotti e conniventi i quali impediscono alle popolazioni sottomesse di autodeterminarsi non ci ha insegnato niente e, anzi, alimenta la continua diffusione di venti di discordia.

Il settimo racconto, intitolato ''Il vecchio e il passerotto'', svela la nascita della raccolta di racconti di Suboh: sottoposti oralmente, come in una sorta di tradizione epica, alla valutazione dei figli, furono accolti con entusiasmo, come finestre sulla creazione di un'opera potenzialmente più articolata. Dal campo profughi palestinese di Mar Elias in Libano nasce la storia di un popolo che lotta contro la tirannia ostentando un ritorno alla normalità attraverso i ricordi dell'anziano cantastorie della memoria collettiva Abu Salem. Le altre potenti metafore di questa raccolta di racconti si possono leggere proprio in questo brano: trattasi dell'incontro di Abu Salem con un passerotto che lo riporterà allo splendore della sua terra e verso la tanto agognata riconciliazione col figlio e quello con ''la signora della morte'', così ben narrata nelle sue spaventose fattezze da sembrare incombente, e la sua sfida nei confronti della viltà che le impedisce di portarlo via con sé per farlo ricongiungere alla sua famiglia sterminata dai sionisti. Mentre il campo profughi si trasforma in uno Stato con tanto di vasi fioriti, Comitati di musica, teatro e danza, di narratori di storia, poesia e letteratura palestinese, per la pulizia del campo, per verniciare le facciate delle case e disegnare i murales, Abu Salem ricorda a tutti noi, dalle pagine di questo libro di valore, come si debba sempre stare ''in piedi, mai seduti, da vivi e da morti''.

L'ottavo racconto della raccolta, ''Il testimone invisibile'', funge da valvola di sfogo per il narratore che scopre ed adopera abilmente la scrittura come catarsi contro l'imbarbarimento della civiltà che la conduce a rifugiarsi non tanto nella tradizione, quanto nei pregiudizi e nella mistificazione della realtà ''per proteggersi (…) da una contaminazione maggiore: la cultura e la conoscenza''. I ricordi di vita che riemergono e vengono riportati dall'autore mescolano la sua serenità di bambino che cercava spiragli di normalità all'effettiva mostruosità e brutalità dell'occupazione. Quest'ultima è sicuramente l'unica caratteristica del disinfestatore- persecutore che scaricava il suo odio contro una donna inerme la quale, però, ''tornava ad apparire con infinita grazia e indifferenza''. Suboh divenne testimone involontario di altre drammatiche scene da lui magistralmente tramutate in metafore: era così che poteva ''(…) assistere alla morte e alla rinascita, alla crudeltà e alla grazia'' ed è così che, tutt'oggi, l'affermato professionista si domanda perché questo individuo l'abbia privato dell'esistenza della sua ''regina (…) in un palazzo al di sopra [del mondo]''.

Contro le coscienze obnubilate che ignorano e criminalizzano le migrazioni con i loro retroscena di estrema povertà, crimini di guerra e contro l'umanità, genocidi e apartheid, si schiera l'ultimo racconto di Mahmoud Suboh, dal titolo ''Alla Ricerca del Paradiso nell'Inferno di Dante''. In un giorno apparentemente uguale alla moltitudine degli altri, con la voglia di riposo a seguito del duro lavoro, una notizia comunicata in maniera superficiale ed errata dal Tg Regionale desta l'attenzione del narratore: si tratta dell'uccisione del suo amico Ahmad Ben Zidan. La storia di questo giovane marito e padre che Suboh aveva conosciuto tre anni addietro, quando aveva ''(…) lo sguardo perso e [stringeva] fra le mani un fagotto carico di accendini e fazzoletti: era il [suo] passaporto'', cominciava nel povero Marocco, piagato dalla disoccupazione giovanile e da sacche di estrema povertà e disagio sociale, con gli amati genitori che cercavano disperatamente di dissuaderlo dalla partenza per l'Italia, Paese chimera, ma che poi si erano convinti al sacrificio del loro unico bene, un fazzoletto di terra, venduto per permettergli di partire realizzando il suo sogno, quello di un futuro dignitoso e ricco abbastanza da permettere ai genitori ed ai fratelli una vita serena ed agiata. La vita drammaticamente breve di Ahmad è narrata dettagliatamente dall'autore, con straordinaria sensibilità, fino ai suoi avvenimenti così tanto tragici da sembrare incredibili ed inenarrabili: tra questi, la morte dell'amico che lo colpì nel corso della traversata del Mediterraneo a bordo di una carretta gestita da trafficanti subumani. Non cadendo nella morbosità, con un linguaggio incalzante ma sempre delicato, assimilabile a quello di ''Lacrime di sale'' del medico lampedusano Pietro Bartolo e Lidia Tilotta, Suboh narra la morte che circondava i profughi naufraghi e quella che straziava continuamente Ahmad, condannato a vederla ''(…) negli occhi del [suo] amico e (…) sulla [sua] spalla... Tutte le notti si addormenta e si sveglia insieme [a lui]''. Ahmad Ben Zidan, che ''doveva vivere per realizzare un sogno'', pur avendo sopportato ogni forma di vessazione e sopruso tanto nella sua patria quanto in Italia, era riuscito a risorgere come una fenice grazie ad un lavoro che lo appagava permettendogli di mantenere la famiglia creata a Cagliari. Lui, giovane integrato a tutti gli effetti, è stato ucciso, secondo quanto riportato dalle stesse cronache locali che l'avevano infangato gratuitamente, ''per motivi razziali. Tutti i testimoni raccontano che [gli assassini] erano bravi ragazzi, magari solo ubriachi, non sapevano cosa stavano facendo (…)''. Nel giorno dell'estremo saluto ad Ahmad, la sua casa divenne ''l'ombelico del mondo'': crocevia di nazionalità, religioni, culture ma, soprattutto, di persone umane che ''quel giorno, in Via della Libertà, [sentivano] profumo di eternità, di mare e di terra''.

Lo stesso profumo che opere di narrativa sociale come quelle di Mahmoud Suboh, nel filone di un genere che va da Mahmoud Darwish, Tawfiq Ziyad, Samih al- Qasim a Vittorio Arrigoni e Miriam Marino, alimenta l'eterna speranza che si realizzi quanto narrato nella ''fiaba palestinese'' in apertura del libro ''Gente della Terra Santa'': ''Una fiaba, una ninnananna, una carezza./ E una speranza.../ Un giorno tutti insieme in una Dakba/ per le vie del mondo si danza/ e la bandiera della pace si innalza/ e insieme al mondo una fiaba da raccontare''.


Riferimenti

[1] ''Gente della Terra Santa'' di Mahmoud Suboh, Pluriversum Edizioni, Ferrara, ottobre 2017.

[2] Consigliata la lettura de ''La prigione ebraica. Umori e meditazioni di un testimone'' di Jean Daniel, scrittore e fondatore de ''Le Nouvel Observateur'', Baldini Castoldi Dalai Editore, novembre 2004.

02/12/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Eliana Catte

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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