I sensi del lavoro

Nel libro di Antunes, nuovi spunti per comprendere le trasformazioni del lavoro e della classe lavoratrice.


I sensi del lavoro Credits: Flickr.com-Adam-Foster-Codefor-620x303

La seconda edizione italiana del libro di Ricardo Antunes Il lavoro e i suoi sensi (Punto rosso, Milano, 2016, pp. 243) arricchita di una nuova introduzione, scritta specificamente per l’edizione italiana, offre un’ulteriore riflessione sull’annosa analisi del lavoro e del mondo che lo circonda.

di Antonino Infranca

Antunes è uno dei sociologi più interessanti del Brasile e dell’America Latina e con questa nuova opera intitolata  Il lavoro e i suoi sensi, che segue Addio al lavoro? - anch'essa alla seconda edizione italiana - mostra un carattere nuovo del suo lavoro. Infatti, se uno dei capitoli del libro è dedicato alle trasformazioni della classe operaia inglese negli ultimi anni del tatcherismo e nel primo anno dell’era Blair, un altro capitolo è interamente dedicato al dibattito tra Habermas e Lukács sul tema del lavoro. Antunes non manca di utilizzare il dibattito filosofico più sviluppato sul tema del lavoro per fondare anche teoreticamente la sua analisi. 

Antunes si mantiene su posizioni vicine a quelle di Lukács, autore molto noto in America Latina e specialmente in Brasile, anche per merito dello stesso Antunes. L’adesione al Lukács dell’Ontologia dell’essere sociale è comprensibile, vista l’ampiezza con la quale il tema è trattato nell'opera, che non solo per questo motivo, ma anche per questo, è un’opera più unica che rara nel quadro della filosofia contemporanea. Il fatto, poi, che un sociologo del cosiddetto Terzo Mondo la utilizzi come fondamento teoretico, dimostra che la riflessione lukacsiana è ancora attuale.

Antunes, infatti, utilizza già da altre opere una categoria che suggerisce di usare al posto di proletariato: la classe-che-vive-di-lavoro. Questa categoria meglio che quella di “salariato” indica la precarietà del lavoro oggi; chi vive di lavoro non significa che stia vivendo di salario, ma di qualsiasi forma di remunerazione, quindi anche non regolare, che viene dal lavoro, che è comunque centrale, cioè unico strumento per l’esistenza di questi lavoratori.

Antunes prende le mosse da una constatazione di provenienza appunto lukacsiana: “Lo studio delle relazioni tra lavoro produttivo e improduttivo, manuale e intellettuale, materiale e immateriale, anche la forma assunta dalla divisione sessuale del lavoro, la nuova configurazione della classe lavoratrice, ... mi ha permesso di ricollocare e dare concretezza alla tesi della centralità della categoria lavoro nella formazione sociale contemporanea, contro la decostruzione teorica che è stata realizzata negli ultimi anni” (p. 28). 

Per centralità Antunes intende il fatto che il lavoro è il perno dello sviluppo dell’individuo contemporaneo, senza però negare l’autonomia di vari ambiti della vita umana, pur sempre determinati dal lavoro. Per questa ragione egli rigetta l’idea di Habermas dell’isolamento del linguaggio e della socialità, sostenendo che questi ambiti sono collegati con il lavoro (cfr. pp. 178-9). Inoltre Antunes rifiuta l’idea habermasiana della superiorità della produzione sul lavoro. Idea che fu ripresa da Agnés Heller proprio in funzione critica nei confronti di Lukács, critica che si rivelò piuttosto sterile, visto che in definitiva la Heller ha continuato il lavoro del maestro da lei ripudiato, cioè ha scritto quell’Etica che il vecchio filosofo non poté porre a termine per la morte.

Partendo dalle posizioni di Lukács, Antunes poi delinea una serie di problemi, ciascuno dei quali rappresenta un fronte di lotta dei lavoratori contro quello che Mészáros, altro pensatore di riferimento teoretico di Antunes, ha denominato il “processo di metabolismo sociale del capitale”. Vengono quindi analizzati attentamente i problemi connessi con il lavoro nero, con il lavoro part-time, con il lavoro flessibile, con tutti quei fenomeni del mondo del lavoro collegati al più ampio fenomeno della “toyotizzazione” del lavoro. 

Nell'analisi di Antunes si coglie anche il fenomeno, che voglio definire di “antropofagia”, delle forme di lavoro da parte di un capitalismo che distrugge i suoi stessi metodi di produzione precedenti, alla ricerca continua di un aumento della produzione e di una ottimizzazione dello sfruttamento del lavoro: “Il mondo del lavoro capitalista moderno è direttamente ostile ai lavoratori in generale ereditieri di una ‘cultura fordista’, di una specializzazione che, per la sua unilateralità, è in contrasto con l’operaio polivalente e multifunzionale (molte volte nel senso ideologico del termine) richiesto dall’era toyotista” (p. 112). 

Il capitalismo, quindi, rivoluziona continuamente se stesso e la sua modernizzazione non è rivolta soltanto all’esteriorità del capitalismo, ma anche a quanto avviene all’interno del capitalismo. Così come il capitalismo sostituì la produzione agricola, il toyotismo ha sostituito il fordismo, ma in modo tale che l’uno esclude totalmente ogni interazione con l’altro.

Un altro dei problemi principali del lavoro è il tempo libero dal lavoro: “Una vita piena di senso fuori del lavoro suppone una vita dotata di senso dentro il lavoro. Non è possibile rendere compatibile lavoro salariato, feticizzato e estraniato con tempo (veramente) libero. Una vita sprovvista di senso nel lavoro è incompatibile con una vita piena di senso fuori del lavoro. In qualche misura, la sfera fuori del lavoro sarà macchiata dalla mancanza di effetti che c’è nell'interno della vita lavorativa” (p. 196). Antunes è esplicito su questo punto: “Lottare per la riduzione della giornata di lavoro implica anche e decisivamente lottare per il controllo (e riduzione) del tempo oppressivo di lavoro” (p. 195). Diminuire il lavoro deve significare l’ingresso nel mondo del lavoro di coloro che ne sono stati espulsi, altrimenti la diminuzione della giornata di lavoro si trasforma in un ulteriore mezzo per sfruttare chi lavora e chi il lavoro non ce l’ha, chi lavora in condizioni ottimali, come nel Primo Mondo, e chi lavora in condizioni precarie, come nel Terzo Mondo.

Si ripropone, in tal modo, l’annoso problema della gestione da parte dei lavoratori dei ritmi del lavoro, non certo nel senso che il toyotismo ammette e stimola a realizzare, ma a partire da una definizione di cosa sia un lavoro non oppressivo, che è sempre un lavoro totalizzante, che non ammette una libertà e una identità del lavoratore fuori del lavoro. Il capitalismo moderno mira a fare dell’individuo un lavoratore, anche fuori della fabbrica e del luogo di lavoro, non permettendo, così come vuole il modello toyotista, la minima autonomia decisionale o mentale da parte del lavoratore. A ciò si ricollega la costruzione di una morale del “Bene dell’azienda”, fatto passare come “Bene comune”, o come “senso del dovere”, che per il lavoratore toyotizzato dovrebbero essere l’essenza della propria vita. 

Naturalmente un sociologo brasiliano non poteva non tenere conto dei problemi generali del lavoro, nel Terzo Mondo: “Il diritto al lavoro è una rivendicazione necessaria non perché si apprezzi e si coltivi il lavoro salariato, eterodeterminato, estraniato e feticizzato (...), ma perché stare fuori del lavoro, nell'universo del capitalismo vigente, particolarmente per la massa di lavoratori e lavoratrici (...) che vivono nel cosiddetto Terzo Mondo, sprovvisti completamente di veri strumenti di sicurezza sociale, significa una mancanza di effetti, di de-realizzazione e brutalizzazione ancora maggiori di quelle già vissute dalla classe-che-vive-di-lavoro. Ma è imperioso aggiungere che anche nel cosiddetto Primo Mondo la disoccupazione e le forme precarizzate di lavoro sono state sempre più intense e i processi si aggravano con lo smantellamento graduale del welfare state” (p. 198).

Antunes riconosce, quindi, la superiorità dei sistemi legislativi del lavoro nel Primo Mondo, ma proprio questo è un altro fronte di lotta, non si può difendere l’avanzata legislazione del lavoro nel Primo Mondo senza estenderla al Terzo Mondo, perché i lavoratori del Terzo Mondo sarebbero usati per ricattare quelli del Primo. 

L’analisi di Antunes ha il pregio di tenere presenti tutte le modificazioni del mondo del lavoro introdotte dalla tecnologia e dallo sviluppo della organizzazione del lavoro senza però ricorrere al vecchio discorso di sinistra che nulla è cambiato nella lotta di classe. Al contrario, Antunes insiste che bisogna avere nuove strategie e nuovi metodi di lotta, per esempio integrare la lotta per la sicurezza ambientale e per il lavoro femminile e minorile con la lotta della classe-che-vive-di-lavoro. 

È segno del cambiamento di prospettiva degli intellettuali di sinistra che un sociologo maschio sul problema del lavoro femminile trovi una felice sintesi in frasi come questa: “La donna lavoratrice, in generale, realizza la sua attività di lavoro doppiamente, dentro e fuori di casa, o se vogliamo, dentro e fuori la fabbrica. E nel farlo, al di là della duplicità dell’atto di lavoro, ella è doppiamente sfruttata dal capitale: non solo per esercitare nello spazio pubblico il suo lavoro produttivo nell'ambito della fabbrica, ma anche nell'universo della vita privata, ella consuma ore decisive nel lavoro domestico, con il che rende possibile (allo stesso capitale) la sua riproduzione, nella sfera del lavoro non direttamente mercantile, nel quale si creano le condizioni indispensabili per la riproduzione della forza lavoro di suo marito, dei suoi figli/e e della propria” (p. 127). 

Questi sono i tanti e molteplici significati del lavoro, ma anche i suoi sensi, nel significato di come si sente il lavoro oggi da parte di chi vive-di-lavoro, di chi lo studia e di chi lo governa, ma anche nel significato delle direzioni che il lavoro sta prendendo nel mondo attuale, direzioni controverse e spesso opposte a quelle della classe-che-vive-di-lavoro. 

12/02/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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