Il centralismo democratico secondo Cunhal - Parte IV

Quarta parte della riflessione del grande dirigente portoghese Alvaro Cunhal.


Il centralismo democratico secondo Cunhal - Parte IV Credits: Vasilij Kandinskij - "Impressione V", 1911

Quarta parte della riflessione del grande dirigente portoghese sulle modalità attraverso le quali è possibile costruire ed esprimere la volontà del soggetto collettivo partito; in attesa che il suo saggio Il Partito dalle pareti di vetro sia pubblicato per intero, proseguiamo a proporre su La Città Futura ampi stralci del testo tradotti in italiano.

di Annita Benassi

segue da Parte III

L'elezione dei dirigenti

L'elezione degli organismi di direzione dalle rispettive organizzazioni è uno dei principi della democrazia interna. È applicabile tanto in relazione agli organismi di direzione centrale come agli organismi dirigenti di qualunque organizzazione. Dopo il 25 Aprile, scomparse le limitazioni imposte dalle condizioni di clandestinità, uno sforzo serio è stato fatto per porre in pratica questo principio.

Si tratta di un processo il cui andamento è orientato dall'idea che l'elezione degli organismi dirigenti si devono realizzare solo quando le condizioni per tali elezioni si siano create. Cioè: si intende che non sempre esistono condizioni e che, non esistendo condizioni, non sarebbe positivo precipitare la realizzazione di elezioni che, sotto la copertura della pratica formale della democrazia, falserebbero il carattere democratico delle elezioni e condurrebbero necessariamente a elezioni difettose.

Tale il caso di località in cui, per ritardo o dispersione delle organizzazioni, i militanti non si conoscono tra di loro e i compagni più responsabili conoscono poco sufficientemente i membri del Partito. Tale anche è il caso di municipi e consigli in cui la strutturazione e la politica dei quadri sono particolarmente in ritardo. È ancora il caso delle organizzazioni regionali le cui assemblee, per la vastità delle organizzazioni e per la complessità dei problemi posti, non furono vivibili fino ad oggi.

In tutti questi casi, la designazione da parte degli organismi superiori di membri di organismi dirigenti e la cooptazione da parte di questi di nuovi membri, è stata pratica normale e corrente, nonostante sempre considerata di carattere provvisorio, perché dimostra un ritardo in importanti aspetti del funzionamento democratico del Partito.

Tuttavia la situazione si è evoluta favorevolmente. Nelle 1278 assemblee di organizzazione realizzate dal 25 Aprile, furono eletti gli organismi dirigenti. Gli anni dal 1984 e 1985 furono segnati anche per la realizzazione delle assemblee delle organizzazioni regionali e distrettuali e per l'elezione delle rispettive direzioni. Si tratta di importanti passi della democrazia interna del Partito.

Le elezioni degli organismi devono avere due preoccupazioni fondamentali: assicurare, da un lato, il diritto dei militanti a scegliere i loro dirigenti e, da un altro lato, assicurare il buon fondamento e la correzione della scelta.

Quanto al primo aspetto, nonostante sia da ammettere e perfino da desiderare in ogni caso un regolamento per l'elezione (che può accrescere più o meno le forme di intervento dei militanti nell'elezione), il diritto di voto significa il diritto di votare per, o di votare contro, le proposte fatte, o di astenersi. Quelli che partecipano alle elezioni si devono sentire completamente liberi di esprimere la loro opinione e votare secondo coscienza. Quanto al secondo aspetto, è importante accertarsi che, nella votazione, ognuno sia nelle condizioni di valutare i compiti che comportano gli incarichi che si assumono, le qualità richieste per disimpegnarle e il valore relativo ai quadri. Ciò è particolarmente valido negli organismi e incarichi più responsabili del Partito, essendo per esempio assolutamente fondato il criterio di eleggere nel Comitato Centrale, e non nel Congresso, non solo la Commissione Politica, il Segretariato e il Segretariato Politico Permanente ma anche il Segretario generale del Partito.

La simpatia, l'impressione diretta e momentanea derivante da un intervento o da un discorso, la conoscenza incompleta dei quadri, l'informazione irresponsabile, possono portare a dare preferenze sbagliate ed eventualmente all'elezione di compagni senza le condizioni richieste.

Intanto si devono tener in conto due aspetti della valutazione. In primo luogo, le qualità e possibilità dei quadri, considerate globalmente in un momento dato, sono di regola molto meglio conosciute dagli organismi responsabili che dalla base nel suo insieme. In secondo luogo, numerosi importanti tratti del carattere e del comportamento sfuggono molte volte agli organismi dirigenti e sono osservati e analizzati dalla base del Partito e dai compagni di lavoro e di lotta della quotidianità. Per questo è buon criterio che siano gli organismi dirigenti a proporre i quadri da eleggere; ma è essenziale, affinché la proposta sia sufficientemente fondata e corretta, sentire prima informazioni e opinioni sui quadri da proporre.

L'elezione democratica non esaurisce la democrazia interna rispetto agli organismi eletti. I diritti dei membri del Partito in relazione alla Direzione non si limitano a eleggere i dirigenti. Gli organismi eletti non si impossessano del potere come succede nei partiti borghesi. L'attività della Direzione è inseparabile dal costante intervento democratico delle organizzazioni e dei militanti.

Il problema del voto segreto

Nel nostro Partito non si utilizza il voto segreto. Né nella elezione degli organismi dirigenti né nell'approvazione di qualche decisione. Chi vota qualcuno, da qualche punto di vista, prende di fronte agli altri la responsabilità della sua scelta. Affinché sia certa la vera coscienza e la libera scelta, questa forma di votare presuppone che il diritto di scelta, e pertanto di discordanza, sia pienamente riconosciuto, che non esista nessuna forma di coazione o di pressione, che il militante non sia alla mercé di qualche discriminazione, cattiva volontà e percezione a causa del fatto che abbia apertamente dichiarato il suo voto.

Esistono, certamente, situazioni indesiderabili, in cui queste condizioni non sono adempiute. Come risultato, la scelta dichiarata, soprattutto quando minoritaria e discordante con quella della Direzione e della grande maggioranza, sottopone il militante ad una censura di condanna, che può eventualmente avere sgradite conseguenze nella sua vita come quadro del Partito. Esistono anche situazioni (e questo è accaduto nel nostro Partito e in altri partiti fratelli) in cui il voto discordante e minoritario ha condotto a persecuzioni, condanne, sanzioni effettive e anche all'eliminazione politica di buoni quadri.

Come conseguenza di tali situazioni o in previsione di queste è sorta la questione del voto segreto. Se, in un determinato partito, si vive in un ambiente di autoritarismo, di culto della personalità, di dispotismo, o si attraversa una crisi grave segnata da profonde divergenze e conflitti, si capisce che l'utilizzo del voto segreto possa essere, in determinate circostanze, un passo per la democratizzazione della vita interna.

Intanto, fuori da tali situazioni, e come metodo per assicurare piena libertà di voto, numerosi partiti adottano il voto segreto. Rispetto all'elezione del Comitato Centrale, in base ai dati di cui disponiamo in relazione ad un elenco di 42 partiti, adottano il voto segreto 4 su un totale di 9 partiti di Paesi socialisti, 15 su un totale di 18 Paesi capitalisti europei, 10 su un totale di 15 dell'America Latina.

Nel nostro Partito non fu adottato il sistema del voto segreto. Riconoscendosi ai militanti il diritto di voto, riconoscendosi realmente il diritto di esercitarlo (di votare pro o contro) ed esistendo un'educazione e un ambiente democratici, la votazione non segreta non genera problemi.

Se si arrivasse alla conclusione che il voto non segreto è una limitazione all'espressione della volontà dei militanti, perché sottopone i votanti a qualunque ritorsione posteriore, sarebbero possibili due soluzioni. Una, l'adozione del voto segreto. L'altra, esigendo modifiche del funzionamento e un lavoro educativo più profondo, stabilire e praticare norme di vita interna del Partito che garantiscano effettivamente il diritto di ogni militante di votare secondo la sua opinione, di manifestare naturalmente di fronte agli altri la sua opinione e vedere la sua opinione rispettata dagli altri.

Nel PCP si intende che il voto non segreto (siccome è assicurato il diritto dei militanti) è un'espressione elevata della democrazia, del rispetto effettivo per l'opinione e volontà di ogni militante, della responsabilità assunta da ognuno circa la sua opinione e del suo voto, della coscienza del riconoscimento e garanzia dei diritti di tutti e di ciascuno.

Rendiconto dell’attività

Render conto dell'attività è un principio generale della democrazia interna che, in tutti i settori e a tutti i livelli, si concretizza attraverso manifestazioni molto diversificate tanto di carattere individuale quanto di carattere collettivo. Rendere conto dell'attività è soprattutto una fase costante e un atto necessario e obbligatorio nella realizzazione di qualsiasi compito. Nel lavoro quotidiano del Partito il controllo dell'esecuzione non è altro se non il seguire la realizzazione dei compiti, sollecitando regolarmente e nel tempo dovuto affinché gli organismi e i militanti rendano conto del lavoro di cui sono responsabili. La intensissima attività del Partito rende tale rendiconto materiale e indispensabile in tutti i momenti. Intanto, essendo anche frequente che decisioni prese soffrano di lungaggini e siano anche dimenticate, il miglioramento del controllo di esecuzione deve essere una preoccupazione di tutti gli organismi responsabili.

Nessun organismo e nessun militante può dire che “non devi dar conto a nessuno”. Tutti hanno rendiconti da dare a qualcuno. Questo qualcuno è il Partito, nella persona degli organismi o militanti competenti dei fatti. Se un militante o un organismo pongono difficoltà o perdono l'abitudine di rendere conto, spetta al Partito esigere che lo facciano, poiché non rendere conto non solo colpisce, degrada, disorganizza e ritarda l'attività ma crea situazioni, abitudini e vizi che sarebbero in contrasto con i principi di base della democrazia interna.

Rendere conto non è nessuna imposizione dovuta a sfiducia, nessun atto di subordinazione o di mancanza di autorità. Rendere conto è dire semplicemente ciò che si fece e perché si fece nell'ambito dei compiti stabiliti e del lavoro collettivo. O ciò che non si è fatto e perché non si è fatto. È un comportamento corretto, facile, abituale di tutti gli organismi e militanti. È un aspetto comune e quotidiano inerente alla dinamica del lavoro. I militanti rendono conto dell'attività tanto negli organismi di base quanto negli organismi superiori. E anche gli organismi di base e gli organismi superiori rendono conto della loro attività.

È una forma corrente di rendere conto la spiegazione dell'attività degli organismi del Partito attraverso documenti, articoli, interventi, discorsi plenari, dibattiti e altre forme di informazione e chiarimento sull'attività del Partito. E oltre a queste forme correnti nella vita quotidiana del Partito, esistono, per i grandi bilanci, locali e momenti appropriati. Il Comitato Centrale rende conto nei congressi e conferenze nazionali del Partito attraverso i sui rapporti in cui relaziona le linee essenziali dell'attività sviluppata, si puntualizzano i suoi risultati, si procede ad una sana critica e si propongono gli orientamenti e i compiti. Gli organismi di direzione delle regioni, dei distretti, dei comuni, dei municipi, delle isole, locali, di zona, di impresa, delle professioni e di settore rendono conto nelle assemblee delle rispettive organizzazioni.

Se si considera il rendere conto in funzione della struttura organica del Partito, si può dire che questa è, in termini adeguati, realizzata nei due sensi: dagli organismi inferiori agli organismi superiori e dagli organismi superiori a quelli inferiori.

E se si considera il rendere conto in funzione della responsabilità degli organismi e dei militanti, si può dire che deve essere tanto più esigibile e tanto più rigorosa quanto più responsabile è l'organismo e il militante.

Il rendere conto è un'assunzione di responsabilità di fronte al Partito nel senso più nobile della parola. È espressione della coscienza che l'attività di ciascuno è parte integrante e indissociabile dell'attività di tutti.

19/03/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Vasilij Kandinskij - "Impressione V", 1911

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L'Autore

Annita Benassi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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