Il ruolo dell’avanguardia nella situazione rivoluzionaria

Le avanguardie debbono farsi trovar pronte per il momento in cui si producono le condizioni oggettive per realizzare un processo rivoluzionario.


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Nel momento in cui sono giunte a maturazione quelle condizioni storiche oggettivamente favorevoli alla rivoluzione – che così di rado si producono e che non si riproducono mai quando si perde il momento adatto ad approfittarne – Lenin ritiene che si debbano considerare proditorie le attitudini di chi rifiuta di farsi carico sino in fondo del compito rivoluzionario proprio dell’avanguardia. Tale attitudine è naturalmente tanto più nefasta e proditoria se la si pratica in aperta opposizione a una precisa risoluzione presa dal partito rivoluzionario sulla base del centralismo democratico.

Tale è ad esempio il comportamento di importanti dirigenti bolscevichi come Zinoviev e Kamenev che, nel frangente decisivo dell’ottobre del 1917 – dopo che il Partito aveva considerato, con una chiara maggioranza, che le condizioni per la riuscita della rivoluzione erano infine maturate – denunciarono su giornali nei fatti contro-rivoluzionari l’intenzione, da loro avversata, di dare avvio all’insurrezione. Di fronte a un tale comportamento la denuncia di Lenin non può che essere nettissima, sottolineando che in tal modo Zinoviev finisce per comportarsi alla stregua di un crumiro in quanto “finge di non capire che dopo la decisione di sciopero presa dal centro del partito, soltanto dei crumiri possono fare dell’agitazione contro tale decisione nelle istanze inferiori. Ogni operaio lo capisce” [1].

In altri termini, sviluppando la propria analogia fra il comportamento di Kamenev e Zinoviev e quello dei crumiri, Lenno afferma: “la Direzione del sindacato, dopo discussioni che sono durate mesi, ha deciso che lo sciopero è inevitabile e maturo e che la data deve essere tenuta nascosta ai padroni. Dopo di che, due membri della Direzione fanno appello alla base contro le decisioni prese e sono battuti. Essi, allora, sotto gli occhi dei capitalisti, si rivolgono alla stampa e tradiscono con menzogne calunniose la decisione della Direzione, sabotano in tal modo lo sciopero per una buona metà o lo fanno rinviare a un momento peggiore e mettono in guardia il nemico” [2]. Dinanzi a un tale comportamento, apertamente proditorio, a nulla valgono i meriti precedenti dei dirigenti che se ne sono resi responsabili, anzi debbono essere considerati un’aggravante. In effetti, come osserva a tal proposito Lenin: “quanto più ‘illustri’ sono i crumiri, tanto più doveroso è punirli immediatamente con l’espulsione” [3].

Del resto, in una fase di frammentazione e debolezza della classe dominante e in cui le forze rivoluzionarie si sono dotate della capacità di mobilitare le masse, se non si coglie il momento propizio per la rottura rivoluzionaria, non solo si perderà un appuntamento decisivo con la storia, ma si favorirà la ricomposizione del fronte nemico che esorcizzerà lo spettro del comunismo con la controrivoluzione. La possibilità di mobilitare le masse, sino a renderle disponibili a spendersi direttamente o a sostenere passivamente una trasformazione radicale e strutturale dell’ordine costituito, dipende da condizioni storiche oggettive e soggettive di difficile realizzazione e che restano tali esclusivamente in un arco temporale molto limitato.

Del resto, osserva a questo proposito Lenin, in una situazione in cui si è innescato un processo rivoluzionario sono, generalmente, le masse stesse a pretendere da chi si pone come avanguardia “fatti e non parole, vittorie nelle lotte e non chiacchiere” [4]. In caso contrario tenderanno a considerare il partito rivoluzionario non diverso dagli altri, poiché non ha saputo risolversi all’azione nonostante la fiducia riposta in esso da masse che, per tale motivo, finiranno inesorabilmente per ricadere nell’apatia e nell’indifferenza. Proprio perciò, di contro ai marxisti dogmatici che attendevano le condizioni oggettive per la rivoluzione, senza farsi in quattro per farle maturare con tutta la creatività a tal fine necessaria, Lenin mostra la necessità della rottura rivoluzionaria, della forzatura soggettiva del normale corso storico degli eventi, in quanto unica soluzione razionale in un contesto, quale si era venuto determinando alla vigilia della Rivoluzione d’ottobre, altrimenti dominato da “la fame. Il dissesto dell’economia. La catastrofe imminente. Gli orrori della guerra” [5].

In un tale contesto storico, la celeberrima “parola d’ordine: ‘Tutto il potere ai Soviet!’”, lanciata da Lenin nelle Tesi di Aprile, non deve essere intesa in altro modo che come “un appello all’insurrezione. E – aggiunge Lenin – se, dopo aver incitato per mesi le masse all’insurrezione, dopo averle invitate a respingere il compromesso con la borghesia, [le avanguardie] non le guidiamo all’insurrezione alla vigilia del fallimento della rivoluzione e dopo che esse ci hanno espressa la loro fiducia noi ne saremo responsabili interamente e senza attenuanti” [6]. Dunque, se le masse sono state spinte per un lasso di tempo prolungato alla rottura con l’ordine costituito, se sono state convinte a rifiutare ogni compromesso con le classi dominanti, se non sono guidate allo scontro in campo aperto nel momento di massima estensione della tensione rivoluzionaria, inizierà inevitabilmente il riflusso di cui sarebbe interamente responsabile, senza attenuanti, proprio la sedicente avanguardia rivoluzionaria.

Del tutto differente è l’apparente identica attitudine apatica e indifferente che sembra, a uno sguardo superficiale o interessato, impadronirsi delle masse popolari in una fase in cui vi è un’avanguardia reale e credibile che è in grado di dare una direzione consapevole alla situazione pre-rivoluzionaria che si è venuta a determinare. Come nota a questo proposito Lenin, “vi sono anche indizi di aumento dell’apatia e dell’indifferenza. È ben comprensibile. Questo non significa che la rivoluzione declini, come strillano i cadetti [liberal democratici] e i loro portavoce, ma significa che declina la fiducia nelle risoluzioni e nelle elezioni” [7].

Aggiunge, quindi, Lenin: sarebbe una nefasta ingenuità se, in una situazione del genere, i rivoluzionari “attendessero di avere ‘formalmente’ la maggioranza: nessuna rivoluzione aspetta questo” [8] e, soprattutto, non sarebbero al contrario disposte ad attendere proprio le forze della controrivoluzione, pronte a tutto pur di difendere i propri privilegi secolari. Così, ad esempio, alla vigilia della Rivoluzione di ottobre, quando ancora una parte significativa del partito frenava la spinta rivoluzionaria – che tendeva oggettivamente a contagiare anche quelle masse altrimenti apatiche – ritenendo che non vi fossero ancora le condizioni oggettive previste dal marxismo, spazientito Lenin sosteneva: “Kerensky e soci non attendono, ma preparano la resa di Pietrogrado. (…) Se non prendiamo il potere adesso la storia non ci perdonerà” [9].

Altrettanto pericoloso è, a parere di Lenin, l’appello tipico degli opportunisti a non accettare lo scontro aperto quando si è prodotta una situazione rivoluzionaria, per non perdere i contatti con la maggioranza silenziosa. Quest’ultima infatti, sottolinea a questo proposito Lenin, non prenderà posizione attivamente se non a giochi fatti, dal momento che persino nelle fasi di scontro decisivo le sole minoranze organizzate sono capaci di iniziativa politica autonoma. Contro la posizione di chi si richiama sempre e comunque alla volontà delle masse o, peggio, del popolo osserva Lenin: “Il compagno Kamenev oppone il ‘partito delle masse’ al ‘gruppo di propagandisti’. Ma oggi le masse sono intossicate dal difensismo ‘rivoluzionario’. Non sarebbe allora meglio per gli internazionalisti sapersi opporre in questo momento all’intossicazione ‘di massa’ invece di ‘voler restare’ con le masse, cedendo al contagio generale” [10].

Del resto, i bisogni fondamentali delle masse popolari possono essere soddisfatti unicamente con una trasformazione radicale degli assetti proprietari esistenti, per cui il partito rivoluzionario in un tale contesto storico ha potenzialmente al proprio seguito la maggioranza della popolazione, in quanto diviene in grado di farsi interprete della volontà generale. Dunque, sostiene Lenin, nel processo rivoluzionario “il proletariato interviene come effettivo rappresentante dell’intera nazione, di tutto ciò che vi è di vivo e di onesto in tutte le classi, dell’immensa maggioranza della piccola borghesia, poiché soltanto il proletariato, dopo aver conquistato il potere (…) prenderà provvedimenti veramente rivoluzionari” [11] corrispondenti alle reali aspirazioni, mai pienamente coscienti, delle classi dominate e subalterne.

Così Lenin – al contrario di opportunisti, in quel frangente storico, come Zinoviev e Kamenev – ritiene giunto il momento di passare all’azione solo dopo aver ottenuto la maggioranza nei soviet delle due principali metropoli russe del tempo: Mosca e Pietrogrado, in quanto “la maggioranza attiva degli elementi rivoluzionari popolari delle due capitali basta a trascinare le masse, a vincere la resistenza dell’avversario, a schiacciarlo, a conquistare il potere economico e a conservarlo” [12]. La maggioranza dei soviet di Mosca e Pietrogrado saranno, infatti, in grado di realizzare immediatamente le aspirazioni democratiche delle masse a una pace immediata su basi altrettanto democratiche oltre a una ormai non più procrastinabile riforma agraria. Tali misure assicurerebbero, sostiene a tal proposito Lenin, “immediatamente al potere statale proletario non soltanto l’appoggio della maggioranza della popolazione, ma anche un’ondata di vero entusiasmo rivoluzionario fra le masse” [13].


Note

[1] V. I. Lenin, Lettera al Comitato centrale del POSD(b)R (19 ottobre 1917), in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 259.
[2] Ivi, p. 262.
[3] Ivi, p. 261.
[4] Id., Lettera ai compagni bolscevichi delegati alla conferenza regionale dei soviet del nord (8 ottobre 1917), in Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1966, vol. 26, p. 170.
[5] Id., Lettere sulla tattica [aprile 1917], in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 127.
[6] Id., Lettera ai compagni bolscevichi delegati alla conferenza regionale dei soviet del nord (8 ottobre 1917), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 254.
[7] Ivi: p. 253.
[8] Id., I bolscevichi devono prendere il potere (Settembre 1917), in Opere…, cit., vol. 26, p. 11.
[9] Ibidem.
[10] Id., Lettere sulla tattica (aprile 1917), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 127.
[11] Id., I bolscevichi conserveranno il potere statale? (settembre-ottobre 1917), in Opere…, cit., vol. 26, p. 85.
[12] Id., I bolscevichi devono prendere il potere… op. cit., vol. 26, p. 9.
[13] Id., I bolscevichi conserveranno il potere statale?... op. cit., p. 228.

22/09/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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