Lenin e l’arte dell’insurrezione

Nel momento in cui se ne producono le condizioni oggettive occorre considerare la rivoluzione come un’arte.


Lenin e l’arte dell’insurrezione Credits: http://tonyface.blogspot.com/2014/12/il-palazzo-dei-soviet.html

Lenin è talmente avverso a ogni forma di nazionalismo e di patriottismo in un paese imperialista e contrario alle posizioni idealiste - che considerano possibile una pace giusta e duratura in un mondo dominato dalle potenze imperialiste - da sostenere apertamente il disfattismo rivoluzionario di contro a quello che denuncia come social-pacifismo, ossia il definirsi a parole socialisti, ma essere nei fatti pacifisti. Del resto, a suo avviso, è indispensabile distinguere fra le varie tipologie di conflitto, quantomeno fra guerra civile rivoluzionaria, di popolo e di liberazione nazionale, da considerare essenzialmente legittime, e guerre imperialiste, da avversare in ogni modo e, nel caso ciò non fosse possibile, da trasformare nella prima tipologia.

In altri termini, a parere di Lenin, “il proletariato deve non soltanto opporsi a ogni guerra di tal natura [imperialista], ma anche desiderare la disfatta del ‘proprio’ governo in guerre di tal genere e approfittarne per scatenare l’insurrezione rivoluzionaria, ove non riesca l’insurrezione per impedire la guerra” [1]. Tali concezioni erano ancora dominanti nella II Internazionale, nell’epoca immediatamente precedente la Prima guerra mondiale, quando, al contrario, la maggioranza dei partiti proletari, a partire dalla Socialdemocrazia tedesca, votarono a favore dei crediti di guerra, necessari al governo per aprire le ostilità, macchiandosi dell’“obbrobrioso tradimento, perpetrato dalla maggioranza dei partiti socialdemocratici ufficiali, delle loro convinzioni, solennemente proclamate nei discorsi dei congressi internazionali di Stoccarda [1907] e di Basilea [1912], nelle risoluzioni di questi congressi” [2].

Nel manifesto di Basilea, in effetti, era stato incluso un punto essenziale della risoluzione del Congresso di Stoccarda, secondo cui in caso di guerra imperialistica i socialisti avrebbero dovuto utilizzare la crisi economica e politica provocata dal conflitto per lottare per la rivoluzione socialista. Perciò, Lenin considera “la risoluzione di Basilea, che rappresenta la somma di innumerevoli pubblicazioni di agitazioni e di propaganda di tutti i paesi contro la guerra, […] l’enunciazione più precisa e completa, più solenne e formale delle idee socialiste sulla guerra e della tattica verso la guerra” [3].

D’altra parte, non essendo stati in grado di elaborare intellettuali organici alla classe dei lavoratori salariati, la maggioranza dei partiti proletari “primo di tutti e alla loro testa il più grande e influente partito della II Internazionale, cioè il partito tedesco,” avevano finito per subire l’egemonia ideologica della borghesia nazionale tanto da schierarsi “dalla parte dei rispettivi stati maggiori, dei rispettivi governi e della rispettiva borghesia contro il proletariato” [4]. Tale tradimento era stato giustificato, da quelli che Lenin chiama sprezzantemente social-imperialisti, ossia socialisti a parole ma filo imperialisti nei fatti, con la parola d’ordine della difesa della patria, mediante la quale diviene possibile per i “filistei” giustificare la loro adesione a ogni forma di conflitto, persino alla guerra imperialista, “mentre invece il marxismo, che non si degrada nel filisteismo, impone sempre l’analisi storica di ogni singolo conflitto, per accertare se questa guerra sia da ritenere progressiva, vantaggiosa per la democrazia o per il proletariato, e in questo senso, legittima, giusta, ecc.” [5].

Così, di contro ai socialsciovinisti, che finiscono con il confondere artatamente ogni forma di conflitto, per giustificare la loro posizione codista dinanzi alla propria borghesia nazionale, da cui sono nei fatti egemonizzati, Lenin sostiene che la parola d’ordine necessaria alla unificazione e alla coesione “di coloro che vogliono cooperare alla lotta rivoluzionaria del proletariato contro il governo e contro la propria borghesia, è la parola d’ordine della guerra civile” rivoluzionaria [6].

D’altra parte, di contro ai borghesi che criticavano la rivoluzione d’ottobre per essere stata violenta, Lenin rispondeva, rovesciando sugli accusatori tale colpa, in quanto sono le classi dominanti che, in un modo o in un altro, finiscono per imporre alle classi subalterne le forme di lotta necessarie a scalzarle dal potere politico, sociale ed economico: “la lotta contro gli sfruttatori l’abbiamo condotta sulla base della nostra esperienza. E se qualche volta ci hanno rimproverato per questa lotta, possiamo rispondere: ‘Signori capitalisti, la colpa è vostra. Se non aveste opposto una resistenza così furiosa, così insensata, impudente e disperata; se non aveste stretto alleanza con la borghesia di tutto il mondo, la rivoluzione avrebbe assunto forme più pacifiche’” [7]. Allo stesso modo, a essere in primo luogo responsabili delle insurrezioni e delle loro tragiche conseguenze restano proprio i governi, come quello di Kerenskij, che le hanno, per quanto inconsapevolmente, oggettivamente causate. Per cui, più che prendersela con i necessari effetti, bisognerebbe inquisire le loro cause e provare, finché si è in tempo, a porre rimedio a esse.

Ciò emerge chiaramente dall’analisi del processo rivoluzionario russo, a proposito del quale osserva Lenin “lo sviluppo pacifico sarebbe stato, allora, possibile”, ossia nell’epoca in cui si sviluppa il dualismo di potere fra il governo provvisorio di Kerenskij e i soviet. Se in quella fase gli altri partiti della sinistra, come Socialisti rivoluzionari e Menscevichi avessero seguito la parola d’ordine lanciata da Lenin, tutto il potere ai soviet, si sarebbe potuto rovesciare, in modo relativamente pacifico il governo, e quindi “la lotta delle classi e dei partiti all’interno dei Soviet, se il potere fosse passato a questi tempestivamente e completamente, avrebbe potuto svolgersi nelle forme più pacifiche e meno dolorose” [8]. D’altra parte, nel momento in cui tale opportunità è sfumata in quanto i riformisti e revisionisti menscevichi e socialisti rivoluzionari di centro-destra si sono opposti alla parola d’ordine di tutto il potere ai soviet e si sono schierati con l’antipopolare governo Kerenskij tale prospettiva è definitivamente sfumata. Perciò “sostenere attualmente la parola d’ordine del passaggio del potere ai Soviet – osserva Lenin – sarebbe donchisciottesco o risibile, perché significherebbe, oggettivamente, ingannare il popolo, inculcargli l’illusione che ancora oggi i Soviet possano prendere il potere purché lo vogliano o lo decidano, come se nel Soviet vi fossero ancora dei partiti non infangati dalla complicità con i carnefici, come se fosse possibile annullare ciò che è avvenuto” [9]. Se ne deduce che – nella nuova situazione che si è venuta a creare, per l’opposizione dei partiti che hanno la maggioranza nei soviet alla rivoluzione socialista – “il potere non può più essere preso pacificamente. Oramai non si può più conquistarlo se non vincendo, in una lotta decisiva, coloro che lo detengono realmente in questo momento, cioè la cricca militare (…). L’essenza della questione è che questi nuovi detentori del potere statale possono essere vinti soltanto dalle masse rivoluzionarie del popolo, le quali possono muoversi a condizione non solo di essere dirette dal proletariato, ma anche a condizione di sottrarsi all’influenza dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, traditori della causa della rivoluzione” [10].

Dunque, dinanzi al dato di fatto che l’opportunità di un processo rivoluzionario sostanzialmente pacifico è andata perduta, non certo per responsabilità delle forze rivoluzionarie, Lenin fa notare come “dopo aver suscitato l’insurrezione [nell’ottobre 1917], il governo [borghese] si è messo a strillare contro i pogrom e l’anarchia ch’esso stesso aveva provocati. Esso voleva schiacciare l’insurrezione col ferro e nel sangue, ma è stato spazzato via dall’insurrezione armata dei soldati, dei marinai e degli operai rivoluzionari” [11]. Dunque, sebbene sia assolutamente nefasto mirare all’insurrezione nel momento in cui non si dispongono dei rapporti di forza necessari e non siano presenti le condizioni oggettive per un suo successo, “una volta che queste condizioni esistono”, afferma Lenin “rifiutarsi di considerare l’insurrezione come un’arte significa tradire il marxismo e tradire la rivoluzione” [12]. A sostegno della sua tesi, Lenin richiama la lezione dello stesso fondatore del socialismo scientifico: “Karl Marx espresse quest’idea con eccezionale vigore quando scrisse: ‘L’insurrezione armata è un’arte, come la guerra…’. Tra le regole principali di quest’arte Marx pose:

  1. Non giocare mai con l’insurrezione, ma, quando la si inizia, sapere fermamente che bisogna andare sino in fondo;
  2. È necessario raccogliere nel punto decisivo, nel momento decisivo, forze molto superiori a quelle dell’avversario, perché altrimenti questo, meglio preparato e meglio organizzato, annienterà gli insorti;
  3. Una volta iniziata l’insurrezione, bisogna agire con la più grande decisione e passare assolutamente, a qualunque costo, all’offensiva. ‘La difensiva è la morte della insurrezione armata’;
  4. Bisogna sforzarsi di prendere il nemico alla sprovvista, di cogliere il momento in cui le sue truppe sono disperse;
  5. Bisogna riportare ogni giorno (…) dei successi, sia pure di poca entità, conservando ad ogni costo la ‘superiorità morale’” [13].

Proprio perché l’insurrezione è da considerarsi come un’arte, secondo Lenin essa non può essere improvvisata e oltre che le capacità soggettive di farsi trovar preparati e saper individuare il momento adatto per la sua riuscita, vi è quindi necessariamente bisogno che siano maturate le condizioni oggettive. Proprio per questo Lenin prende decisamente posizione contro l’estremismo e l’avventurismo che non tengono nel necessario contro i rapporti di forza fra le classi in conflitto. Perciò, sottolinea Lenin, “legarsi le mani in anticipo, dire apertamente al nemico, oggi meglio armato di noi, se e quando gli daremo battaglia, è una semplice stoltezza, non è spirito rivoluzionario” [14].


Note
[1] I. V. Lenin, Il programma militare della rivoluzione proletaria (settembre 1916), in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 93.
[2] Id., Il fallimento della II Internazionale (maggio-giugno 1915), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 5.
[3] Ivi: p. 6.
[4] Ivi: p. 5.
[5] Id., Intorno a una caricatura del marxismo e all’“economicismo imperialistico” (agosto-ottobre 1916), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 62.
[6] Id., Il fallimento… op. cit., pp. 28-29.
[7] Id., Rapporto sul lavoro nelle campagne tenuto al VIII congresso del PC(b)R (23 marzo 1918), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 394.
[8] Sulle parole d’ordine (Luglio 1917), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 133.
[9] Ivi, pp. 134-35.
[10] Ivi, p. 135.
[11] Id., Rapporto sulla questione della terra al II congresso dei soviet dei deputati operai e soldati di tutta la Russia (26 ottobre 1917), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 270.
[12] Id., Il marxismo e l’insurrezione. Lettera al Comitato Centrale del POSD(b)R (13-14 settembre 1917), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 206.
[13] Id., Consigli d’un assente (8 ottobre 1917), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 249.
[14] Id., L’estremismo, malattia infantile del comunismo (aprile-maggio 1920), in Sulla rivoluzione… op. cit., pp. 484-85.

25/08/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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