L’immagine artistica tra politica e società: il cinema tedesco dopo il muro

Malgrado non esista più, la DDR ha ancora influenza sul cinema tedesco post-unitario.


L’immagine artistica tra politica e società: il cinema tedesco dopo il muro

Hey you, standing in the road
always doing what you're told,
Can you help me?
Hey you, out there beyond the wall,
Breaking bottles in the hall,
Can you help me?
Hey you, don't tell me there's no hope at all
Together we stand, divided we fall.

Pink Floyd


Quando nel 1998 nelle sale uscì Lola Corre (Lola Rennt), terza opera di Tom Tykwer, molti critici furono d’accordo: alla rinascita della Germania riunificata, si accompagnava quella del nuovo cinema tedesco.

Il film è emblematico: commistione post-moderna di videoclip, animazione, thriller e commedia, girato interamente a Berlino, metropoli che dalla caduta del muro ha cominciato a correre forsennatamente verso un cambiamento epocale straordinario, viene narrata, attraverso la costruzione geniale di tre sliding doors, la vita di Manni e Lola. Manni (interpretato da Moritz Bleibtreu, uno dei protagonisti del nuovo cinema tedesco) è un piccolo delinquente, che a mezzogiorno deve portare al suo “boss” 100.000 marchi che gli ha consegnato un ricettatore, ma sbadatamente dimentica la busta con i soldi nella metropolitana. Deve assolutamente trovare i soldi da consegnare al suo boss, che in caso contrario lo ucciderà. Telefona a Lola (una straordinaria Franka Potente), che si impegna ad aiutarlo. Ma mancano solo 20 minuti all’appuntamento col boss, che rischia per Manni di essere un appuntamento con la morte.

A questo punto cominciano i tre diversi svolgimenti della storia. Tutti caratterizzati dalla corsa folle di Lola per le strade di una Berlino vitale e in pieno stravolgimento architettonico.

Lola Corre è stato il primo film tedesco importante dalla caduta del muro a mettere in luce la nuova situazione tedesca. La corsa alla riunificazione, la frenesia della ricostruzione. Eppure, i segni di questo grande cambiamento ad opera della cosiddetta Berliner Shule (generazione di cineasti dalla nuova coscienza sociale e capacità di osservazione)possono essere già rintracciati nel cinema della ex-DDR. Il cinema tedesco non è mai stato, infatti, mainstream. Non ha mai voluto cioè competere con le grandi produzioni blockbuster di Hollywood, ma ha voluto sempre, al contrario, rendere virtuoso il suo status di “cinema minore”, virtù questa riscontrata e celebrata già da Kafka quando alludeva alla “letteratura dei piccoli popoli” e secondo cui “la letteratura è cosa del popolo” (non è un caso che, solo a Berlino, le decine di piccoli cineclub ancora in vita contribuiscono a tenere in vita una sottocultura straordinaria).

Pertanto, in assenza di una grande casa di produzione, le tracce della cultura cinematografica della DDR si inseriscono perfettamente nel contesto del “cinema minore”. Anzi probabilmente sia la DDR che il suo cinema possono essere considerati come post moderni ante litteram: la ricerca dell’identità, la stagnazione politica di un sistema al collasso, la sottocultura di migliaia di giovani che si apprestavano a vivere quel momento storico incredibile e ormai inevitabile (Sonnenallee, 1999). Sebbene le istituzioni cinematografiche dell’est vennero smantellate e annientate, la Germania orientale e il suo bagaglio di memorie cinematografiche restano estremamente influenti e attuali a livello simbolico. Barton Byg, Professore e direttore della DEFA Film Library, scrive a tal proposito: “Nonostante l’estinzione istituzionale, la massima potenza del cinema della Germania dell’est potrebbe stare effettivamente nel suo valore simbolico: il suo essere rappresentazione di un passato ormai scomparso ne costituisce il vantaggio peculiare.Il cinema della DDR continua a possedere una intensa esistenza ultraterrena della Germania riunificata e oltre”.

Effettivamente, nella cultura cinematografica della Germania unita autori, registi e tecnici provenienti dall’est hanno svolto e svolgono tutt’ora un ruolo di primo piano. La caduta del muro ha aperto la via a una serie di opere d’arte che hanno voluto raffigurare l’esperienza della e nella Repubblica Democratica Tedesca e tematizzato la ferita della divisione (Stlles Land, 1992). Dopo l’abbattimento del muro fisico, ne era rimasto in piedi uno psicologico e culturale. Mauro Ponzi, professore di letteratura tedesca, in merito a questo scrive: “Se c’è un elemento che è emerso in questi 29 anni di Germania unita è proprio la sostanziale differenza di immaginario tra coloro che erano bambini e adolescenti quando ancora esisteva il muro e coloro che sono nati e cresciuti quando il muro non esisteva più. Tra i giovani della Germania est e ovest c’era una profonda differenza nell’immaginario, nel modo di raffigurarsi l’avventura e i viaggi, nel modo di rappresentarsi i desideri”.

Good Bye Lenin! È il film che meglio ha descritto questo stato d’animo. Quando Alex incontra i suoi fratellastri che stanno guardando Sabbiolino il cosmonauta alla tv, l’immaginario rappresentato ha un significato molto diverso tra loro, tanto che Alex, alla domanda “ma tu da dove vieni?” risponde “da un altro mondo”. Uscito nel 2003, e diretto da Wolfgang Becker, il film si snoda nell'arco di un anno, dal 7 ottobre 1989 al 3 ottobre 1990, in quell'anno di transizione in cui la DDR si stava sgretolando. Il film è una raccolta di eventi e oggetti simbolici che hanno caratterizzato l'immaginario collettivo: la caduta del muro, l'introduzione del marco occidentale, la vittoria della Germania ai mondiali di calcio, la festa per l'unificazione. E come non dar risalto al simbolismo e alla trasfigurazione tra la Repubblica Democratica Tedesca e la figura della madre, che nella vita del protagonista hanno vissuto esattamente gli stessi anni. L'ultima, struggente frase di Alex, dice: “Il paese che mia madre lasciò era un paese nel quale aveva creduto e che io ero riuscito a far sopravvivere fino all'ultimo respiro. Un paese che nella realtà non era mai esistito, che per me rimarrà sempre legato alla memoria di mia madre”. Tutto il film è incentrato infatti sulla ricostruzione delle immagini del passato e dell'idea di sé che si ha nel presente. Alex capisce sulla propria pelle che il capitalismo sfrenato che sta disgregando i valori del socialismo non sono altro che fumo negli occhi, e che nonostante il regime abbia isolato la società tedesca dell'est, e la violenza abbia tradito un'ideale straordinario, l'idea di un socialismo diverso e democratico basato sulla dignità del lavoro e sull'idea primordiale di uguaglianza, fratellanza e solidarietà avrebbero potuto e dovuto sopravvivere tra le persone. Era l'idea di uno stato che tutti avrebbero voluto.

La storia, si sa, la fanno i vincitori. E i vincitori hanno voluto quasi totalmente cancellare ciò che è stato della repubblica democratica, considerandola solo come emblema del male assoluto, così come del socialismo nella sua interezza. Eppure oggi, guardando ciò che abbiamo intorno e le ultime vicende politiche, forse c'è bisogno di un ripensamento totale dell'idea di socialismo. Il cinema tedesco è stato uno dei pochi a fare i conti con il proprio passato, dal nazismo al terrorismo al comunismo, e attraverso i suoi registi e sceneggiatori ha trovato la maniera più giusta per guardare avanti, tutti insieme. A differenza del nostro paese, in cui c'è un fascismo di ritorno pericolosissimo dettato da un'ignoranza dilagante, mentre il nazismo in Germania è considerato una vergogna, certe idee socialiste all'interno della cultura tedesca non sono mai state cancellate del tutto. Sono state riviste, rielaborate, e molte anche assimilate dalle nuove generazioni post-muro. La Germania oggi, con in testa la sua irrefrenabile capitale Berlino, è un paese accogliente e multiculturale, e corre come Lola. In Good bye Lenin!, nell'ucronia idealizzata da Alex e il suo amico Denis, nel falso telegiornale Sigmund Jähn afferma: "I nostri nemici di un tempo vivono ora al nostro fianco, sono i nostri vicini di casa. Questo non è certo il migliore dei paesi, ma i valori in cui crediamo continuano ad entusiasmare uomini e donne di tutto il mondo. Spesso abbiamo perso di vista i nostri reali traguardi, è vero. Ma ora ne siamo coscienti. Il socialismo non è nato per innalzare muri. Socialismo significa tendere la mano agli altri e insieme ad essi convivere pacificamente. Non è il sogno di un visionario, ma un preciso progetto politico. Ed è per questa ragione che oggi dichiaro aperte le frontiere della Repubblica. " Riflettiamoci seriamente.

Filmografia:
Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino (1987)
Peter Kahane, Die Architekten (1990)
Roland Gräf, Der Tangospieler (1991)
Andreas Dresen, Stilles Land (1992) / Halbe Treppe (2002)
Frank Beyer, Nikolaikirche (1995)
Leander Haußmann, Sonnenallee (1999)
Wolfgang Becker, Good bye Lenin! (2003)
Florian Henckel von Donnerschmarck, Das Leben der Anderen (2005)

19/05/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Emiliano Jatosti

Emiliano Jatosti, nato a Roma nel 1981, sviluppa fin dall'infanzia una forte sensibilità verso le arti figurative. Fotografo professionista ed educatore all'immagine, antropologo per passione, ha realizzato il primo documento esistente sulla zona rossa de l'Aquila post-terremoto. Dal 2011, ha vissuto tra Roma, Berlino e Barcellona. Da sempre con la valigia pronta, fa del viaggio la sua ragione di vita, del cinema e della fotografia il modo di raccontarla.

Sito web: www.emilianojatosti.com

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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