L’ingannevole abbaglio della libertà sessuale

La libertà sessuale non costituisce l’unico obiettivo degli esseri umani, anche se così ci vogliono far credere.


L’ingannevole abbaglio della libertà sessuale Credits: https://diellemagazine.com/2015/10/13/cose-la-produttivita/

Sebbene siamo ormai del tutto assuefatti ai contenuti surrettiziamente o esplicitamente sessuali della pubblicità, degli spettacoli che i mass media propongono a chi, estenuato dal lavoro, cerca semplicemente qualcosa che lo distragga dai problemi angosciosi da cui siamo circondati, non possiamo non distanziarci da questa ubriacatura, cercando di elaborare una qualche riflessione critica.

Come scrive Luciano Canfora la libertà sessuale costituisce “il valore assoluto” nella società contemporanea (La schiavitù del capitale, 2017: 90) e sarebbe opportuno chiederci perché, dal momento che gli esseri umani hanno tante altre potenzialità che li potrebbero stimolare al raggiungimento di gratificazioni assai diverse tra loro.

Sono ben consapevole che scrivendo queste righe andrò incontro a numerose critiche e sarò etichettata come moralista (come se anche l’attuale edonismo fondato sulla ricerca del piacere sessuale non fosse una scelta morale). Ciò nonostante, seguo per la mia strada e «lascio dir le genti», convinta che, per affrontare gli immani problemi del mondo contemporaneo, ci vogliano uomini e donne di una tempra morale ben diversa da quella di coloro che sono alla continua ricerca della soddisfazione momentanea (non a caso un film di vari anni fa, di notevole successo, che contrapponeva romanticamente la poesia al mondo degli affari e della tecnica, era intitolato L’attimo fuggente).

Dividerò la mia riflessione in vari punti. Il primo tema che mi sembra opportuno trattare è che la libertà sessuale in tutte le sue forme è stata ormai concessa, perché certamente non mette in discussione l’assetto costituito, che invece nega in maniera netta tutta una serie di libertà connesse ad importanti diritti riconosciuti solo sul piano formale. Infatti, noi non siamo liberi di migliorare le nostre conoscenze, se non abbiamo mezzi propri per farlo, non siamo liberi di vivere una vita decorosa se non siamo in grado di procacciarci un’abitazione e un lavoro, non siamo liberi di essere curati, perché le strutture sanitarie sono in sfacelo e i medici di base, in molti casi, non fanno nessuna visita approfondita. Non siamo liberi di esprimere il nostro parere su questioni di dirimente importanza come la pace e la guerra, la politica economica, le alleanze militari; possiamo soltanto ogni tanto eleggere un “nostro” rappresentante adeguatamente scelto dai quei gruppi di potere, che potrei definire solo con parole assai forti. Inoltre, la maggiore libertà sessuale apparentemente diffusa e accompagnata da aspetti di tutt’altro segno (come lo sfruttamento sessuale), non è scaturita solo dalle lotte degli individui, ma anche dall’indebolimento delle funzioni economico-sociali della famiglia.

Che, altra parte, la libertà sessuale non avrebbe prodotto trasformazioni radicali nelle relazioni di potere, era assai facile da prevedere per due ordini di ragioni: da un lato, i nuovi soggetti (dopo la cosiddetta scomparsa della classe operaia), ossia le donne, gli omosessuali, i transessuali, i disabili, le entità locali, gli “altri” etc. non rivestono nessun ruolo chiave nell’attuale assetto sociale. Infatti, esso si regge sull’opposizione capitale / lavoro, la quale oggi si concreta in nuove forme di schiavitù. Certo si potrebbe e si dovrebbe dire che le donne, allevando i figli, sobbarcandosi dei lavori domestici, accudendo gli anziani, sono certamente indispensabili al mantenimento dello status quo; ma la netta contrapposizione fatta tra uomini e donne, quasi appartenessimo a specie differenti, partorita dal cosiddetto pensiero della differenza, ha fatto sì che il fronte dei lavoratori salariati sia stato spaccato in due metà. E ciò è avvenuto perché ci si è illusi che la condizione della donna migliorasse senza cambiare il contesto nel quale era innestata. Infatti, se la donna è sfruttata come donna, in primis è sfruttata come lavoratrice e il suo disvalore deriva da questa prima asimmetria. Se poi qualcuno ha voglia di approfondire le ragioni millenarie dell’inferiorità della donna posso rimandare ad un mio articolo già pubblicato sulla LCF diviso in due parti, facendo presente che esiste un’ampia letteratura sull’argomento.

Lo stesso discorso – credo – vale per le altre minoranze, che non possono veder mutare sostanzialmente le loro condizioni di vita, se non si abbandona allo stesso tempo questo modello sociale volto alla mercificazione di tutto, corpi umani compresi, spesso intesi come qualcosa di sconnesso dalla persona presa nella sua integralità. Del resto, senza tale lacerante scissione i corpi non potrebbero essere trasformati in oggetti e il singolo non potrebbe inseguire i diversi piaceri personalizzati, ma superficiali, che gli offre la società dei consumi e che gli impediscono volutamente di pensare e di riflettere.

Tale atteggiamento nei confronti del corpo umano salta agli occhi dinanzi all’espressione “utero in affitto”, che addirittura astrae un organo sia dal corpo da un individuo oltre che dalla sua persona complessiva.

A queste considerazioni aggiungo un altro elemento che mi sembra interessante. Che lo si voglia o no, la liberazione sessuale ha prodotto tra l’altro unioni tra persone dello stesso sesso, che sono assai utili da un lato alla politica neomalthusiana generalmente adottata dagli Stati moderni, dall’altro consentono l’ulteriore mercificazione cui prima si accennava, che si concreta nella vendita dei propri figli, di cui ha beneficiato un noto esponente della cosiddetta sinistra.

Siamo di fronte a un nuovo modello di umanità – non sono certo io a dirlo – che ha rinunciato alla sublimazione e alla consapevole riappropriazione delle motivazioni inconsce del nostro agire, lasciandosi andare alla soddisfazione di un qualsivoglia stimolo, evitando di lasciarsi coinvolgere integralmente. In questo senso l’amore non è più di moda, perché troppo impegnativo e richiedente la lunga durata. Questa convinzione, in passato attribuita quasi esclusivamente agli individui di sesso maschile, è diventata oggi una rivendicazione dello stesso genere femminile, che vede in tale atteggiamento una conquista e una forma di emancipazione.

Non sono certo riflessioni nuove che richiamano alla mente passi famosi dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, come per esempio questo, in cui Marx descrive gli esiti del lavoro alienato: “…il lavoro non è cosa sua [del lavoratore] ma di un altro…Il risultato è che l’uomo (il lavoratore) si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni animali, nel mangiare, nel bere, nel generare…e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale. Certo mangiare, bere, procreare sono anche funzioni schiettamente umane. Ma, in quell’astrazione, che le separa dalla restante cerchia dell’attività umana e le fa diventare scopi ultimi e unici, sono funzioni animali”.

Dunque, per il giovane Marx la nostra ineliminabile animalità affiora con tutto il suo vigore nel momento in cui si genera una scissione tra di essa e la nostra umanità, che sono strettamente intrecciate, quando cioè una dimensione predomina sull’altra e viene meno la loro armonica integrazione, la quale ovviamente per realizzarsi ha bisogno di una forma di vita sociale consona. Nel capitalismo – come si è visto – il lavoro alienato produce l’abbrutimento, l’imbarbarimento e l’uomo non è più in grado di sviluppare le sue molteplici capacità, che oggi nell’attuale contesto sono indirizzate verso un’unica meta: l’ottenimento di gratificazioni istantanee e che si dissolvono rapidamente senza lasciar traccia di sé, se non la coazione a ripetere.

In tale forma di vita sociale consona (il comunismo e le sue conseguenze) il lavoro non avrà più un carattere coercitivo; a quest’ultimo Marx non contrappone il non-lavoro che si presenta come “libertà” e “felicità”, ma il lavoro che conduce all’autorealizzazione dell’individuo, “il che non significa affatto che sia un puro spasso, un puro divertimento…Un lavoro realmente libero, per esempio comporre, è al tempo stesso la cosa più maledettamente seria di questo mondo, lo sforzo più intensivo che ci sia” (Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, vol. II, pp. 278-279). In definitiva, la visione di Marx, che taluni associano ad una componente ebraico-messianica del suo pensiero, si fonda su due cardini: l’idea dell’uomo onnilaterale, ossia dedito a più attività tutte arricchenti, e a quella di ozio produttivo, nel quale ognuno si impegna in attività non immediatamente utilitaristiche, ma che contribuiscono alla sua autorealizzazione e allo stesso tempo all’avanzamento della collettività.

Insomma, qualcosa del tutto diverso dal lavoro-divertimento, di cui alcuni si vantano oggi di usufruire (intellettuali, artisti, professionisti), mentre la maggioranza dei loro simili sono schiantati dalla fatica e dall’ipersfruttamento.

15/07/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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