Nel crepuscolo delle democrazie liberali, dove l’asimmetria tra capitale e lavoro ha raggiunto vette distopiche, l’ideologia dominante smette le vesti rassicuranti del progresso per indossare quelle, apparentemente asettiche, del calcolo statistico. Il presente intervento intende porre l’attenzione su alcuni significativi sviluppi ideologici che accompagnano il processo attuale di concentrazione della ricchezza mai raggiunto nella storia umana, fenomeno questo connesso alla grave crisi della democrazia e delle basi del diritto internazionale, le cui conseguenze sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Nassim Nicholas Taleb, saggista, filosofo epistemologo libanese-statunitense, nel suo fortunato saggio Antifragile (Il Saggiatore S.r.l., Milano 2024), si erge a vate dell’efficienza del “sistema", proponendo una visione del mondo che, pur rivendicando una radice ancestrale contro la tecnocrazia, opera una delle più feroci svalutazioni dell’umano mai prodotte dal pensiero contemporaneo.
Ci troviamo di fronte a un bivio epocale: la storia è ancora il terreno della prassi umana o è divenuta un mero processo di ottimizzazione stocastica?
- Il tramonto di Hegel e la negazione dell'etica kantiana
Il concetto di "antifragilità" - neologismo che indica la proprietà di un sistema di trarre beneficio dal disordine - sposta il baricentro dell'etica dall'individuo al sistema. Siamo qui agli antipodi dell’etica kantiana, che vedeva nell'uomo un fine in sé e mai un semplice mezzo. Per Kant, la dignità umana risiedeva nell'autonomia della volontà e nell'obbedienza a un imperativo categorico che protegge l'universale attraverso il rispetto del particolare. In Taleb, questo rapporto viene invertito e pervertito: l'essere umano è ridotto a pura funzione strumentale per l’efficienza del sistema.
Se il sistema "impara" attraverso l'errore, l'individuo che fallisce decade a pura unità informativa, a scarto necessario affinché l'intero “organismo” possa adattarsi: a un dovere morale verso il singolo si sostituisce un dovere di efficienza verso la struttura.
Da un punto di vista filosofico, lo scontro con la “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel è altrettanto insanabile: laddove nella dialettica Servo-Padrone il conflitto e il rischio della vita erano il motore del riconoscimento e dell'auto-coscienza, in Taleb la lotta è svuotata di soggettività. Dove la dialettica di Hegel cercava un senso razionale nella Storia, il modello di Taleb è un darwinismo spietato in cui non c'è sintesi storica, ma solo eliminazione fisica o economica: il sacrificio del singolo non produce un avanzamento della coscienza collettiva verso la libertà, ma solo una fredda stabilità algoritmica che si nutre dei resti di chi non ha retto all'urto del "Cigno Nero", termine con cui l’Autore designa l’irrompere di un evento disastroso imprevedibile.
- I sopravvissuti: eccellenza o cinismo?
Un punto critico riguarda la natura di chi sopravvive alle grandi prove. A dispetto della tesi dell’Autore, il quale suggerisce che la sopravvivenza sia prova di qualità superiore, la storia ci insegna spesso il contrario.
Primo Levi, nel suo imprescindibile “saggio-testamento” I sommersi e i salvati, riflettendo sulla "zona grigia" dei campi di sterminio nazisti, evidenziò come a sopravvivere spesso non fossero i più morali, gli eroi, ma i collaborazionisti, i più servili e i fortunati. La logica della “selezione naturale” nel campo umano fallisce nel distinguere tra eccellenza e pura capacità di adattamento cinico. Un sistema può diventare "anti-fragile" selezionando i soggetti opportunisti e distruggendo proprio quegli individui che Hegel definirebbe portatori di dignità morale superiore.
Si pensi, a titolo di esempio, alle conseguenze di lungo periodo dell’assassinio di almeno trentamila oppositori politici nella Guerra Sucia della dittatura militare argentina del 1976-83: eliminando le menti critiche e organizzate, il sistema ha eliminato proprio quelle forze di opposizione popolare più capaci di battersi per la giustizia, la democrazia e la libertà, probabilmente spianando così la strada a politiche economiche iperliberiste e antipopolari che vediamo in opera in questi anni con il governo Milei.
Per altri versi è ipotizzabile che sulla decadenza della società sovietica fino alla sua disintegrazione abbiano influito le perdite umane durante la guerra civile del 1918-20, poi la Seconda Guerra Mondiale e persino le purghe staliniane (con la condanna a morte di Bucharin, Zinov’ev e Kamenev e poi di Trockij) abbiano operato una selezione con esiti nefasti, eliminando così “i migliori” (i più critici e organizzati, i più valorosi) e lasciando sopravvivere i più servili e conformisti. Ciò ovviamente a prescindere da altre non meno plausibili considerazioni sul crollo come, prima tra tutte e la più nota, l’impossibilità del socialismo in un solo Paese.
- Il libero arbitrio contro la prassi: Marx e Gramsci
Nella tradizione del materialismo storico di Marx, la libertà non è una scelta astratta tra opzioni predeterminate dal mercato, ma si realizza nella prassi: l'azione cosciente che trasforma le condizioni materiali dell'esistenza. Gramsci, nei suoi Quaderni dal carcere, approfondisce questo nodo parlando della volontà come "coscienza dei fini", una forza capace di rompere proprio l'egemonia del determinismo e del fatalismo.
Per l’Autore, al contrario, il libero arbitrio è svuotato di ogni potere trasformativo sulla realtà strutturale. L'individuo è "libero" solo di rischiare (la celebre etica dello “mettersi in gioco”), ma questa libertà è puramente funzionale al sistema: serve a generare quella variabilità casuale necessaria affinché il "grande algoritmo" del mercato possa selezionare i vincitori e scartare i perdenti. È una libertà che somiglia al moto browniano delle molecole in un gas: siamo liberi di muoverci freneticamente e colpirci l'un l'altro, ma la direzione della società è decisa da leggi esterne e brutali su cui non abbiamo alcun controllo. Non è più la prassi gramsciana che crea la storia, ma una "libertà-illusione" che maschera la nostra sottomissione totale alla contingenza mercantile. L'uomo di Taleb non decide il suo futuro, ma si limita a scommettere su di esso, sperando di non essere egli stesso la variabile eliminata.
- Cronache del tardo capitalismo: degenerazione della società
Il legame ideologico più profondo di Taleb non è con la vitalità di Nietzsche, ma con il libertarismo radicale dell’anarcocapitalista Robert Nozick. L’Autore immagina infatti una società frammentata in cui lo Stato deve astenersi da ogni intervento protettivo. Questa posizione si traduce quindi in una forma di accettazione del destino darwiniano che vediamo applicata nella realtà odierna.
Questa ideologia non resta confinata nei libri, ma trova conferme atroci nella realtà attuale, dove la logica dell'antifragilità diventa il paravento della ferocia capitalistica. Pensiamo alla gestione dei lavoratori nelle piattaforme di consegna della merce: il rider o l'autista non sono soggetti di diritti, ma “elementi informativi” del sistema. Conta solo la performance: se un rider ha un incidente o rallenta a causa della stanchezza, l'algoritmo non interviene per tutelarlo, ma utilizza quel dato per ricalibrare i tempi degli altri, ottimizzando il sistema proprio grazie al fallimento (alla caduta) del singolo. Il lavoratore è "carne per l'algoritmo", una sonda biologica che segnala dove il sistema può spingersi oltre per massimizzare il profitto, la versione 5.0 della novecentesca funzione aziendale “tempo e metodi” nella fabbrica fordista. È questa la logica della precarietà del lavoratore della new economy, presentata come "flessibilità" o "opportunità", quando in realtà è solo l'esposizione dell'individuo a un rischio che non può controllare e al massimo sfruttamento.
Emblematico è il cinismo mostrato durante le recenti crisi sistemiche, bancarie e pandemiche. L'argomentazione di Taleb, in linea con le politiche neoliberiste, suggerisce che non si debba intervenire per salvare i "fragili" (piccole imprese, strati sociali vulnerabili, sistemi sanitari locali) per non compromettere la salute del sistema nel lungo termine, che nel sistema di produzione capitalistico è la valorizzazione del capitale impiegato.
Consideriamo le recenti politiche di "austerità", con l’arretramento drammatico dello Stato sociale nei Paesi occidentali: l'idea sottostante è che chi è fragile non abbia diritto alla tutela perché la sua caduta nutre il mercato di domani -concetto peraltro non nuovo: si pensi alla “distruzione creativa” di Schumpeter sin dal 1940-. Così la solidarietà e la giustizia sociale, fondamento del vivere civile, si trasformano in un’aberrazione dannosa che ostacola il progresso tecnico. Il neoliberismo è la traduzione politico-economica del "darwinismo sociale": lasciar morire affinché “la totalità” (che non è quella della dialettica hegeliana, ma è il mercato capitalistico) si fortifichi. Assistiamo così alla trasformazione del welfare da conquista sociale a "debito di fragilità", un ostacolo che impedisce al mercato di esercitare la sua "sana" violenza selettiva.
- L’URSS e il fallimento della "robustezza"
L’Autore cita spesso il crollo dell'Unione Sovietica come la prova regina della superiorità dell'antifragilità sulla pianificazione. Per questi l'URSS era un sistema rigido, che non lasciava spazio all’iniziativa umana, imploso perché non permetteva piccoli errori localizzati, accumulando una fragilità sistemica esplosiva.
A dispetto di questa critica, Taleb propone un modello che commette lo stesso errore metodologico e in modo molto più radicale: l'annullamento dell'uomo. Se l'URSS schiacciava il singolo sotto il peso dello Stato, Taleb lo schiaccia sotto il peso della logica contabile. Qui la dimensione umana della saggezza e della dignità individuale viene sacrificata sull'altare di una necessità superiore, ovvero il profitto capitalistico.
- La rottura con le grandi tradizioni del Novecento
L’Autore cita Elias Canetti per descrivere l'annullamento dell'individualità nelle dinamiche collettive delle "masse". Questa visione si sposa perfettamente con le dinamiche del “tardo capitalismo”, in cui la logica dell’antifragilità opera tabula rasa delle conquiste etiche del secolo scorso, ponendosi in contrasto stridente con ogni forma di umanesimo.
Pensiero Cristiano: mentre l’umanesimo classico e la morale cristiana porrebbero la cura del debole al di sopra dell’efficienza, Taleb ci consegna una realtà in cui la decadenza della civiltà si manifesta proprio nella perdita di compassione. Nel suo mondo, il debole non è oggetto di cura, ma un costo che "fragilizza" il tutto e che deve essere lasciato al suo destino per il bene della specie.
Socialismo e Socialdemocrazia: qui lo scontro è totale. La pianificazione democratica e lo stato sociale sono visti come "veleni" o "interferenze iatrogene" che impediscono la sana selezione naturale del mercato. Il tentativo di ridurre la sofferenza umana viene derubricato a un errore tecnico che produce fragilità futura.
Liberalismo Classico: persino il liberale tradizionale resta spiazzato; se il liberalismo cercava stabilità e regole certe -si pensi ad Adam Smith, interno alla corrente illuminista-, Taleb esalta una volatilità selvaggia e permanente, una "anarchia dei forti" dove la legge è sostituita dal risultato dello “stress-test”.
7. Il vuoto post-1989 e la sconfitta del movimento operaio
Il successo del pensiero di Taleb non è un accidente storico, ma si inserisce nel vuoto lasciato dal crollo del "socialismo reale" e dalla conseguente estinzione dei partiti comunisti di massa in Occidente. Con la fine dell'URSS e la ritirata del movimento operaio, la prassi — intesa come capacità collettiva di dirigere la storia — è stata dichiarata morta. La marginalizzazione politica del dibattito marxista ha lasciato l'individuo solo di fronte alle forze cieche del capitale. In questo contesto, l'antifragilità si propone come una "filosofia per un mondo che ha rinunciato a trasformare la struttura della società: non potendo più abbattere il sistema, l'individuo viene istruito a diventare "scarto resistente" al suo interno. Taleb è l'ideologo di un'umanità che ha perso la fede nella politica organizzata e si rifugia nel cinismo della scommessa individuale, accettando che il conflitto sociale non sia più un cammino di liberazione, ma una lotta del singolo per la sopravvivenza.
8. L'antifragilità come distruzione della ragione: Taleb e l'irrazionalismo
Infine, è utile inquadrare l’Autore nel solco della "distruzione della ragione" analizzata da György Lukács. Questo grandissimo pensatore vedeva nell'irrazionalismo il tentativo della borghesia di negare la comprensibilità razionale della storia per giustificare il dominio del caos capitalistico. Taleb, pur presentandosi come un tecnico del calcolo della probabilità, opera una manovra puramente irrazionalista: egli attacca l'Illuminismo (da lui deriso come "razionalismo ingenuo") per sostituire la ragione con l'intuizione, il "fiuto" e la sottomissione all'imprevedibile. Se l’uomo “resiliente”, termine tanto amato dalla Sinistra del XXI secolo -che ha rinunciato a voler trasformare il mondo- implicava accettare gli eventi e il potere esterno, adattandovisi ma non facendovisi annientare, l’uomo “anti-fragile” cede completamente, nemmeno resiste al potere.
L'anti-fragilità è infatti la negazione della capacità umana di pianificare razionalmente il bene comune. Come nelle filosofie irrazionaliste del secolo scorso che hanno costituito la base ideologica del Nazi-fascismo, l'accento cade sulla "vitalità" dell'urto contro la "staticità" della norma. È una regressione intellettuale che trasforma la nostra incapacità di comprendere il sistema in una glorificazione del caos, una resa dell'intelletto che Lukács avrebbe identificato come il preludio ideologico a nuove forme di dominio autoritario e disumano.
Conclusioni: verso una nuova barbarie statistica
Taleb ci consegna una scienza senza saggezza, una tecnica della sopravvivenza che giustifica l'oblio dell'uomo in nome della stabilità del sistema. Se la libertà è ridotta a una funzione della probabilità e la prassi è sostituita dalla reazione passiva agli urti, la politica cessa di essere il luogo del cambiamento e della speranza. Ma tale ideologia antisociale ed irrazionalista è chiaramente in rapporto al modo di produzione tardo-capitalistico, nel quale una distribuzione follemente estrema delle risorse economiche della società determina un sistema oligarchico che nulla ha più a che fare con quel mercato concorrenziale tanto mitizzato nei decenni scorsi, né con quella democrazia, ormai svuotata, cui, ormai, a ben vedere, sempre con maggiore difficoltà vi si richiamano governi ed istituzioni per supportare le proprie politiche.
Contro questa apologia della crudeltà mascherata da rigore matematico, è necessario rivendicare una libertà che non sia solo "scelta del rischio", ma determinazione collettiva del futuro. Riprendendo i veri grandi pensatori, da Kant a Hegel a Marx, dobbiamo sottrarre l'uomo al ruolo di semplice variabile di un algoritmo spietato e riaffermare che la storia non è un esperimento di laboratorio condotto dal caos, ma il prodotto della volontà umana la quale, democraticamente, si organizza per un fine comune.
