La Reliquia di Santa Feconda

Ruviano: quest’anno, grazie all’impegno di un bel collettivo, l’estate dell’alto casertano non si è aperta con la solita sagra mangereccia ma con una bella commedia in dialetto napoletano che fa riflettere.


La Reliquia di Santa Feconda

Capita, alle volte, a chi vive in piccoli paesini di provincia dove la vita scorre tranquilla, senza scossoni, e le novità del mondo esterno faticano a varcare gli angusti e vecchi muri di centri storici splendidi e secolari, di potersi svagare per un periodo con l’organizzazione di piccoli grandi eventi che rinvigoriscono le forze e l’umore e rinsaldano tra loro le vecchie conoscenze, creando talvolta nuovi legami laddove prima ci si limitava ad un cenno di saluto tra compaesani. Lodevoli queste iniziative, poiché, inoltre, spingono le persone a nuove esperienze e sperimentazioni, stimolano l’iniziativa e l’autorganizzazione di una collettività che preferisce non asfissiare nella monotonia del lavoro quotidiano e di frequentazioni stantie ma tirare una buona boccata di vitalità stimolando in nuovi e diversi modi le menti e le mani.

E’ quanto, ad esempio, è accaduto recentemente a Ruviano, un piccolo paesino di campagna immerso nella rigogliosa natura ai piedi del Matese a non molti chilometri da Caserta, dove alcuni abitanti, attori non professionisti ma che si sono rivelati all’altezza della situazione, hanno deciso di mettere in scena la commedia napoletana “La reliquia di Santa Feconda” di L. Medusa e M. Brancaccio recitandola in dialetto sotto la regia di Maria Altieri.

La commedia, per dirla in modo estremamente stringato, narra le vicende di una prostituta straniera che, convinta con l’inganno a venire in Italia per lavorare e costretta invece a dedicarsi al meretricio, si rifugia in una chiesa per sfuggire all’aguzzino inscenando così una sequela di situazioni esilaranti gestite dal sagace sacrestano, il quale tenta di celare la presenza della donna ai parrocchiani e, infine, riesce a salvare le apparenze e l’onorabilità della chiesa stessa anche quando si scoprirà che il parroco non era affatto una conoscenza estranea alla prostituta stessa. A proposito di commedia, il filosofo tedesco Theodor Adorno sosteneva che “la commedia, come la satira, ha stretto […] alleanza coi più forti, e solo in tempi più recenti è passata, di tanto in tanto, dalla parte degli oppressi, specialmente quando, in realtà, essi non erano già più tali. A differenza della tragedia, essa non è mai in grado di sollevarsi sui principi e sui valori presupposti come ovvi dall’ideologia dominante”.

La commedia, così come ogni forma di produzione artistica e intellettuale, non è mai fine a se stessa e non è possibile neppure intenderla come “puro racconto” sconnesso e indipendente dal contesto storico, sociale e culturale all’interno del quale essa viene concepita dall’autore, scritta e sceneggiata. Un tempo l’onere e l’onore di essere intellettuale spettava, ovviamente, nella maggior parte dei casi, a chi si poteva economicamente permettere gli studi oppure a chi otteneva un finanziamento da un ricco mecenate, dacché anche la produzione artistica rispecchiava il mondo e il modo di vedere le cose appartenente direttamente alle classi sociali più ricche o da esse tollerato e accettato, anche laddove il popolo assurgeva ad un ruolo da protagonista datogli dall’artista.

Nell’epoca contemporanea le masse sociali e popolari, strappate all’analfabetismo e introdotte alla scolarizzazione a livelli sempre maggiori, hanno potuto sempre più attivamente dare autonomamente voce al proprio genuino punto di vista, producendo intellettuali non più estranei alla classe di appartenenza ma di propria emanazione diretta, emersi e formatisi tra le strade e i vicoli di metropoli, città, paesini. In tal modo è possibile che un gruppo o un collettivo si auto-organizzi spontaneamente, magari guidato da una figura centrale che ha più esperienza, per fare cultura, per esprimere una certa visione del mondo.

E’ evidente, tuttavia, che non è sufficiente provenire dal popolo per essere automaticamente fautori di una visione del mondo progressista o realmente alternativa a quella fornitaci dalle classe dominanti e non folcloristica: ciò dipende dalla sproporzione esistente, in un dato momento storico, nei rapporti sociali ovvero dal se e quanto sia la classe popolare e subalterna in grado di resistere in maniera organizzata all’imposizione di sistemi sociali e culturali funzionali al mantenimento dello status quo delle classi privilegiate e se, nel farlo, essa sia stata in grado o meno di auto-dotarsi di un sistema culturale alternativo a quello dominante, un sistema che predichi, per esempio, la supremazia del bene collettivo laddove oggi predomina l’interesse individuale, la pace tra gli oppressi e guerra agli oppressori laddove oggi, al contrario, serpeggia il razzismo, il rifiuto del diverso e la battaglia tra poveri che non fa altro che rinforzare i potenti, e via dicendo, un sistema, in sintesi, volto a diffondere la verità in grado di smascherare i soprusi e le apparenze dietro alle quali sono celate ideologie retrograde e reazionarie.

Ora, in relazione alla nostra commedia “La reliquia di Santa Feconda”, ci pare di poter dire che essa, nel complesso, scelga di rispecchiare totalmente il senso comune, funzionale al mantenimento del potere delle classi dominanti, in cui è l’apparenza a prevalere sempre sulla verità. Infatti lo spettatore viene portato a immedesimarsi e a simpatizzare per il personaggio del sacrestano (interpretato egregiamente da Nicola Massaro) a causa delle sue spiccate doti che gli consentono, al contempo, di rimediare alle figuracce del parroco e di entrare in grande connessione sentimentale coi parrocchiani, esemplificati nella commedia attraverso dei “tipi” umani che rendono l’idea di un popolo eccessivamente arretrato e depravato.

Il sacrestano, comunque, rappresenta efficacemente le modalità attraverso cui la Chiesa esercita la propria egemonia sulla società civile: essa si serve, infatti, di un numeroso esercito di intermediari del parroco (o’ mieze prevete, come da copione di questa commedia, e a volte anche laici) cui viene affidato il compito di consentire alla Chiesa stessa di radicarsi nei più remoti anfratti del tessuto sociale, sondarne gli umori, le preoccupazioni, le abitudini e, allo steso tempo, forgiarli e inquadrarli nel solco del crocifisso e dell’ideologia della sottomissione passiva, tipicamente cattolica, grata alla volontà del padrone supremo (Dio) il quale, pur tenendosi a benevola distanza dalle bassezze umane, non mancherà di giudicarle a tempo debito.

Tale aspetto, come si diceva, viene posto magnificamente in evidenza nella commedia e lo spettatore-popolo tende a comprendere molto bene l’aspetto ora descritto (il che ci sembra positivo) e, tuttavia, la eccessiva identificazione nel ruolo del sacrestano lo conduce a sposarne anche il punto di vista, più preoccupato della salvaguardia delle apparenze (ossia della reputazione del padrone, don Armando) che alla lotta per la verità che sarebbe volta allo smascheramento del sudiciume di certe alte sfere clericali, rappresentate, nello specifico, nella ripugnante figura del parroco puttaniere. Nondimeno, la sacralità e la presunta purezza del prete è demolita, circostanza che ha anche suscitato le ire del reazionario prete locale, presente in sala alla rappresentazione ruvianese, anche se, ad un occhio più attento, ci appare, il suo, uno sdegno privo di fondamento e ragione: infatti, in ultima istanza, tanto più viene messa in cattiva luce la gerarchia ecclesiastica, tanto più appare salvifica e genuina la figura e il ruolo dell’avamposto parrocchiale di provincia, ossia il sistema circolatorio, l’anima, della Chiesa stessa.

In conclusione ci teniamo a ribadire quanto detto in apertura e cioè un sincero apprezzamento per lo sforzo di occuparsi di cultura e di aggregarsi per sconfiggere la tendenza all’individualismo e al menefreghismo sociale. Al contempo auspichiamo che il “collettivo” nato intorno a questa manifestazione culturale possa continuare a raccontare con il teatro specialmente le difficoltà che vive il popolo in questa fase storica che lotta e fatica per la propria sopravvivenza.

23/06/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

Tags:

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: