“Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera” [1]

Lina Gronchi, uno dei tanti esempi di donne comuniste che hanno lottato per riscattare le classi sfruttate.


“Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera” [1] Credits: Inaugurazione del monumento “La tavola del pane”. Lina è in prima fila, accanto a Vittorio Meoni, uno dei due scampati dall'eccidio di Montemaggio.

Lina Gronchi, la mamma del nostro collaboratore Ascanio Bernardeschi, si è spenta, alla soglia dei 92 anni, il 23 febbraio scorso. La sua è stata una vita piena di dolori: malattie gravi sue e dei parenti, miseria, carcere fascista, delusioni politiche, ma ha sempre tenuto la schiena dritta e si è impegnata da brava comunista per riscattare le classi sfruttate. Ha trasmesso anche ai figli questi sentimenti e Ascanio ci ha testimoniato di doverle tantissimo per gli stimoli da lei ricevuti.Per ricordarla, ma anche per ricordare il ruolo insostituibile, anche se troppo sottovalutato, svolto dalle donne nella Resistenza, riproduciamo qui un discorso che ella tenne il 9 luglio 2006, anniversario della liberazione di Volterra, in occasione dell'inaugurazione di un monumento alle partigiane [in foto].

“In tutta l'Italia le donne hanno avuto un grande ruolo e dato un fondamentale contributo alla liberazione nazionale, pagando spesso con la vita.

Senza donne la lotta contro il nazifascismo sarebbe stata molto più difficile, molto più dura e forse impossibile.

Dopo l'8 settembre 1943 anche a Volterra si costituirono gruppi di donne legate al Comitato di Liberazione Nazionale. Le più attive erano oltre 80 fra cui Lola Bardini che dette un contributo determinante.

I compiti loro richiesti erano i più vari. Le staffette accompagnavano i giovani alla Brigata e portavano viveri e indumenti a quei ragazzi (qualcuna si disfece anche del suo corredo nuziale per confezionare indumenti), altre dettero tutti i pochi denari che avevano, altre preparavano maglie e calzini di lana per il freddo dell'inverno, altre si curavano di assistere le famiglie più bisognose che a casa, senza uomini, pativano la fame.

Tantissime furono quelle che, pur rimanendo a casa, rischiarono la loro vita e quella dei figli a causa dei bombardamenti americani che si indirizzavano verso qualsiasi luogo dove supponevano, a torto o a ragione, che vi fossero i tedeschi.

Quando suonava l'allarme, correvano nei rifugi con i bimbi e i vecchi, passando lì intere giornate o nottate, stese per terra, al lume di candela e con poco o nulla da mangiare. A Borgo Santo Stefano crollarono tre case dove rimasero sepolte tre intere famiglie con donne e bambini. Così fu pure a San Felice dove morirono tre giovani donne.

I fascisti entravano nelle case a cercare gli uomini. Ma le donne, pur minacciate, non parlarono mai, mantenendo coraggio e sangue freddo anche quando i loro cari erano appena saltati dalla finestra o scappati in cantina.

Alcune sono finite in carcere per non aver voluto dire dove erano i loro uomini: mamme anziane, sorelle, spose di partigiani. Anche io ho vissuto due mesi "al fresco" con loro. Tutti i giorni erano interrogate e minacciate, ma mai vollero parlare!

Anche le donne di campagna rischiavano molto. Nascondevano i partigiani e davano loro da mangiare nonostante la grande miseria.

Non a caso il libro che racconta la storia della 23° Brigata Garibaldi si intitola "La tavola del pane": una donna, non avendo altro da dare per seppellire un partigiano ucciso, offrì la sua tavola del pane, che in quel tempo era una cosa preziosa.

Grazie quindi a Ciampini che si è ispirato a questo avvenimento per realizzare il monumento e grazie ai nostri giovani dell'ANPI di Volterra che dopo più di 60 anni lo hanno voluto dedicare alla partigiana. Grazie anche a Marzetti per un monumento pieno di amore e di speranza. Le nostre compagne ne sarebbero fiere.

Ma forse il monumento a loro non basta! Eravamo spinte da questa passione e dalle sofferenze che subivamo. Lo facevamo con grande volontà e amore per liberarci dalla dittatura e dai soprusi e poter finalmente vivere in un'Italia libera, senza guerre, senza umiliazioni e con dignità.

Oggi sarebbero deluse come lo sono io: ancora guerre, ancora disuguaglianze e ingiustizie!

Basterebbe rispettare e far rispettare la nostra Costituzione nata dalla Resistenza, compito che ora spetta ai giovani. Ma cosa sanno i giovani della nostra Resistenza?

Forse quel poco che hanno sentito dire in famiglia e a scuola, cioè quasi nulla.

Quindi la responsabilità è nostra, della società e della scuola.

Se avessimo rispettato l'appello che ci fece un giorno Calamandrei, forse non saremmo arrivati a questo punto.

Egli ci disse:

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Anche se con molto ritardo siamo ancora in tempo. L'anno scorso sono stata invitata dalla scuola elementare di Santa Chiara per raccontare a bambine e bambini queste cose.

Loro erano attenti, curiosi e molto interessati e mi tempestarono di domande, tutte molto acute, alle quali risposi con piacere.

A maggio, con l'ANPI abbiamo fatto una gita a Sant'Anna di Stazzema.

Là trovammo una scolaresca. Mi stupì la loro attenzione al racconto di un sopravvissuto di quella barbara strage. In quel posto non c'era la guerra, c'erano addirittura gli sfollati. Là non c'erano i partigiani, c'erano i bimbi che giocavano nella piazza della chiesa o nelle case con le loro famiglie.

Furono uccisi e poi bruciati dai tedeschi con la complicità di qualche fascista della zona.

Solo di recente la documentazione di questa infamia è uscita dall' "armadio della vergogna" in cui sono ancora racchiuse le prove di moltissimi altri eccidi.

Suggerite agli insegnanti, ai presidi, che almeno una volta l'anno portino i vostri figli a visitare quei luoghi. In Italia purtroppo ce ne sono tanti! Parlatene ai giovani!

Facciamo rispettare la nostra Costituzione!

Questo ci chiedono le nostre compagne e i nostri compagni morti.

A LORO NON BASTA SOLTANTO UN MONUMENTO!”


Note:

[1] Da un inno dei fascisti aderenti alla Repubblica sociale italiana: la migliore testimonianza del disprezzo delle donne verso il fascismo.

04/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Inaugurazione del monumento “La tavola del pane”. Lina è in prima fila, accanto a Vittorio Meoni, uno dei due scampati dall'eccidio di Montemaggio.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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