Lenin e la lotta per l’autodeterminazione dei popoli

Le forze imperialiste minarono la riuscita della Rivoluzione in occidente dopo l’Ottobre rosso. Essenziali per lo sviluppo della rivoluzione sono dunque le lotte antimperialiste per il diritto dei popoli all’autodeterminazione.


Lenin e la lotta per l’autodeterminazione dei popoli Credits: http://www.novecento.org/uso-pubblico-della-storia/la-rivoluzione-d-ottobre-un-centenario-scomodo-e-le-risorse-della-rete-2804/

Come è noto, ma non per questo conosciuto, la Rivoluzione in occidente è fallita per l’atteggiamento proditorio della maggioranza del quadro dirigente socialista dell’Europa occidentale. La classe dominante è riuscita a tenere a freno le masse sfruttando il costituirsi di un’aristocrazia operaia – resa possibile dalla distribuzione di una parte degli extra-profitti ottenuti dalla politica imperialista che hanno altresì favorito la realizzazione di rivoluzioni passive (i cosiddetti Stati sociali).

Ciò, tuttavia pone, a parere di Lenin, le condizioni oggettive per la scissione del partito operaio fra la componente internazionalista rivoluzionaria e l’aristocrazia operaia, “la quale profitta delle briciole dei privilegi derivanti dalla posizione di ‘grande potenza’ della ‘propria’ nazione” [1]. La lotta per rendere la possibilità della scissione reale è considerata da Lenin di decisiva importanza, poiché la stessa lotta contro l’imperialismo, “se non è strettamente collegata alla lotta contro l’opportunismo, è una frase vuota o un inganno” [2]. In effetti, come fa notare ancora Lenin: “l’aristocrazia operaia d’Inghilterra e d’America, dominata da spirito ‘jingoistico’, sciovinistico, rappresenta il più grave dei pericoli per il socialismo ed è il massimo sostegno della II Internazionale” [3].

Così, di fronte alla paralisi della rivoluzione in occidente, a causa della dirigenza opportunista dei partiti socialisti, corrotta grazie ai sovraprofitti imperialisti, Lenin decide che per sviluppare il processo rivoluzionario è decisivo puntare sulle lotte di liberazione nazionale dei popoli oppressi dal colonialismo e imperialismo. In effetti, sebbene ritenga che l’opera di costruzione del socialismo può essere portata a termine solo dal proletariato dei paesi a capitalismo avanzato, allo stesso tempo sostiene che l’affermazione del socialismo in tali nazioni necessita del supporto “delle masse lavoratrici di tutti i popoli coloniali oppressi, e in primo luogo dei popoli d’Oriente. Dobbiamo renderci conto che l’avanguardia, da sola, non può realizzare il passaggio al comunismo” [4]. Attraverso la tragica esperienza della prima guerra mondiale, cui sono stati costretti dalle potenze colonizzatrici, tali popoli hanno fatto esperienza della tecnica militare moderna e della capacità di combattere in modo organizzato e disciplinato, che metteranno a frutto nel dopo guerra contro le potenze imperialiste per non essere più una mera fonte di arricchimento per i propri sfruttatori, assumendo un ruolo da protagonisti nella scena politica internazionale.

Perciò, Lenin denuncia come una forma mascherata di sciovinismo la posizione economicista che nega, nei paesi imperialisti, la necessità delle lotte di liberazione nazionale. Per dirla con Lenin, “negare ogni possibilità di guerre nazionali nell’epoca dell’imperialismo è teoricamente sbagliato; storicamente è un errore evidente; praticamente equivale allo sciovinismo europeo: noi, che apparteniamo a nazioni che opprimono centinaia di milioni di uomini in Africa, in Asia, ecc., dovremo dichiarare ai popoli oppressi che la loro guerra contro le ‘nostre’ nazioni è ‘impossibile’” [5]. Al contrario, le lotte anti-coloniali e per l’autodeterminazione anche di piccoli paesi può avere una essenziale funzione di scintilla che incendia la prateria della lotta contro l’imperialismo [6]. Così, osserva Lenin: “la dialettica della storia è tale che la funzione delle piccole nazioni, impotenti come fattori indipendenti nella lotta contro l’imperialismo, è quella di fermenti, di bacilli che, insieme con altri fermenti e bacilli, contribuiscono a far entrare in scena la vera forza che può combattere contro l’imperialismo, e precisamente il proletariato socialista” [7].

Per altro, la prospettiva di una progressiva sollevazione dei popoli oppressi dal dominio imperialista, di fronte al mancato avvio dell’attesa rivoluzione in Occidente, impedita proprio dal sorgere di un’aristocrazia operaia corrotta dai sovraprofitti imperialisti, diviene una questione di vita o di morte per la Repubblica sovietica devastata dalla guerra e con una produzione dominata dalla piccola proprietà contadina. Ecco come esprime questa decisiva questione Lenin: “ci troviamo così, nel momento attuale, davanti alla domanda: saremo noi in grado di resistere con la nostra piccola e piccolissima produzione contadina, nelle nostre condizioni disastrose, fino a che i paesi capitalisti dell’Europa occidentale non avranno compiuto il loro sviluppo verso il socialismo? Ed essi tuttavia non lo compiono come ci attendevamo. Essi lo compiono non attraverso una ‘maturazione’ uniforme del socialismo, ma attraverso lo sfruttamento di alcuni Stati da parte di altri, attraverso lo sfruttamento del primo Stato vinto nella guerra imperialistica, unito allo sfruttamento di tutto l’Oriente. L’Oriente, d’altra parte, è entrato definitivamente nel movimento rivoluzionario appunto in seguito a questa prima guerra imperialistica, ed è stato trascinato definitivamente nel turbine generale del movimento rivoluzionario mondiale. Quale tattica prescrive dunque tale situazione per il nostro paese? Evidentemente la seguente: dobbiamo essere estremamente cauti per poter conservare il nostro potere operaio, per poter mantenere sotto la sua autorità e sotto la sua guida i nostri piccoli e piccolissimi contadini” [8]. Al punto che Lenin ritiene indispensabile resistere ai tentativi delle potenze imperialiste di schiacciare la Russia sino al prossimo conflitto armato tra l’Occidente controrivoluzionario imperialistico e l’Oriente antimperialista e in lotta per il diritto all’autodeterminazione, tra gli Stati più “civili” del mondo e gli Stati arretrati come quelli dell’Oriente, che peraltro costituiscono la maggioranza.

È necessario che questa maggioranza faccia in tempo perciò a uscire dal sottosviluppo. Tanto che con il passare degli anni, dinanzi al rafforzarsi dell’imperialismo in Occidente e al sorgere di movimenti anticoloniali in Oriente, Lenin giunge a porre in discussione la sua stessa concezione del processo rivoluzionario, ispirata alla concezione classica del marxismo. Al punto che arriva ad affermare: “la rivoluzione socialista non sarà quindi soltanto, né principalmente, la lotta dei proletari rivoluzionari di ogni paese contro la loro borghesia; no, sarà la lotta di tutte le colonie e di tutti i paesi oppressi dall’imperialismo, di tutti i paesi dipendenti contro l’imperialismo internazionale” [9]. Affinché ciò avvenga è, però, indispensabile il ruolo dei comunisti che debbono essere in grado di riadattare i princìpi del marxismo alla specificità della situazione in cui operano, ad esempio non per il superamento del capitalismo, ma per rivoluzionare una società ancora feudale.

A tal fine sarà necessario, al tempo stesso, far leva sul sorgere nei popoli colonizzati dell’aspirazione all’indipendenza nazionale e divenire egemoni sulle masse oppresse mostrando che la fine delle loro sofferenze sarà possibile solo nella vittoria globale della rivoluzione e che, dunque, il loro principale alleato sarà il proletariato internazionale. Al contrario i settori borghesi di tali popoli sono infidi, in effetti pur sostenendo i movimenti di liberazione, lottano “in pari tempo d’accordo con la borghesia imperialistica, cioè insieme con essa, contro tutti i movimenti rivoluzionari e contro tutte le classi rivoluzionarie” [10]. I movimenti di liberazione nazionale saranno, dunque, sostenuti dai comunisti nella misura in cui saranno realmente rivoluzionari e garantiranno libertà d’azione alle avanguardie dotate di coscienza di classe per conquistare alle proprie posizioni, comuniste, le masse.

Così, il paese dei soviet ha svolto un ruolo decisivo nel sostenere il processo di decolonizzazione che ha portato la grande maggioranza dell’umanità – che prima del 1917 viveva ancora sotto il giogo imperialista – a emanciparsi. Come ha osservato a ragione a questo proposito Ho Chi Minh: la Rivoluzione di Ottobre ha diffuso luce su tutti i cinque continenti, svegliando milioni di oppressi e sfruttati su questo pianeta. Nella storia dell’umanità non vi è mai stata una rivoluzione così grande e di così vasta portata”.

Segue nel numero 259

Note:
[1] V.I.U. Lenin, Il fallimento della II Internazionale [maggio-giugno 1915], in Id., Sulla rivoluzione socialista, edizioni progress, Mosca 1979, p. 27.
[2] Id., Il programma militare della rivoluzione proletaria [settembre 1916], in op. cit., p. 91.
[3] Rapporto della commissione sulla questione nazionale e coloniale al II congresso dell’internazionale comunista [26 luglio 1920], in op. cit., p. 519.
[4] Id., Rapporto al II congresso di tutta la Russia delle organizzazioni comuniste dei popoli dell’Oriente (22-11-1919), in Id., Opere complete, vol. 30, Editori riuniti, Roma 1967, p. 139.
[5] Id., Il programma…, op. cit., pp. 85-6.
[6] Del resto Lenin e i bolscevichi avevano già fatto del diritto dei popoli all’autodeterminazione un aspetto centrale della loro lotta alla guerra imperialista, per una pace senza indennizzi e senza annessioni. Questa posizione, una volta fatta propria della Stato sorto con la rivoluzione, avrà una profonda influenza nel contribuire alla sollevazione dei popoli oppressi dall’imperialismo. Ecco come si esprimeva su queste essenziali questione Lenin, proprio nel momento decisivo della Rivoluzione socialista: “se una nazione qualunque è mantenuta con la violenza entro i confini di un dato Stato, se, nonostante il suo espresso desiderio – poco importa se espresso nella stampa, nelle assemblee popolari, nelle decisioni dei partiti o attraverso sommosse e insurrezioni contro il giogo straniero – non le viene conferito il diritto di votare liberamente, dopo la completa evacuazione delle truppe della nazione dominante o, in generale, di ogni altra nazione più potente, e di scegliere, senza la minima costrizione, il suo tipo di ordinamento statale, la sua incorporazione è un’annessione, cioè una conquista e una violenza” Relazione sulla pace al II congresso dei soviet dei deputati operai e soldati di tutta la Russia [26 ottobre (8 novembre) 1917], in Sulla rivoluzione, op. cit., p. 266.
[7] Id., Risultati della discussione sull’autodecisione [luglio 1916], in Sulla rivoluzione…, op. cit., p. 55.
[8] Id., Meglio meno, ma meglio [marzo 1923], in op. cit., p. 609.
[9] Id., Rapporto al II congresso di tutta la Russia delle organizzazioni comuniste dei popoli dell’Oriente (22-11-1919), in Opere…, op. cit., vol. 30, p. 137.
[10] Rapporto della commissione sulle questioni nazionale e coloniale al II congresso dell’Internazionale comunista [luglio 1920], in Sulla rivoluzione…, op. cit., p. 516.

01/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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