L’uomo tra natura e storia è il titolo del Corso che si terrà dal 28 gennaio all’11 febbraio 2026 all’Università Popolare Antonio Gramsci e che comprende le seguenti lezioni:
- L’evoluzione, in tutte le specie viventi, delle percezioni qualitative e dei riflessi a partire dai tempi profondi. L’evoluzione, nel mondo animale, del sistema neuro-ormonale, degli istinti e della mente.
- L’evoluzione, nelle specie ominidi, della razionalità, della coscienza estesa autobiografica e di una marcata plasticità e modellabilità cerebrale da parte dell’ambiente fisico, sociale e culturale con cui la stessa mente è in un rapporto d’interdipendenza di tipo dialettico.
- Il ruolo svolto dalle nostre radici biologiche nel reciproco condizionamento di natura, modi di produzione, assetti sociali e cultura, a partire dalla preistoria fino ai giorni nostri. L’uomo nel capitalocene.
1.La storia della vita sulla terra è una storia di adattamento della materia vivente all’ambiente, dapprima fisico-chimico, in séguito biologico, poi sociale e, infine, culturale. Tale adattamento è, per larghissima parte, del tutto inintenzionale, nel senso che è regolato unicamente dalle mutazioni casuali degli acidi nucleici, mutazioni che a loro volta si traducono in un maggior tasso di riproduzione differenziale degli organismi che ne sono portatori rispetto ai portatori di tutte le altre combinazioni genetiche esposte al vaglio della selezione.
Le forme più semplici di percezione qualitativa del mondo esterno si riscontrano nei protozoi unicellulari come le amebe o i parameci, le cui membrane sono in grado di distinguere fra sostanze da inglobare mediante l’estrusione di pseudopodi e sostanze da estromettere mediante l’espulsione di vacuoli. Meccanismi analoghi si ritrovano nei multicellulari del regno vegetale. Nei multicellulari del regno animale invece, il complesso sistema neuro-ormonale che produce le cosiddette tonalità edonistiche [1], cioè le sensazioni di piacere, dolore e tutte le sfumature intermedie, è il frutto di una sempre più fine rielaborazione evolutiva delle proprietà percettive della membrana cellulare [2].
Secondo Antonio Damasio [3], infatti, il cervello dal punto di vista evoluzionistico non sarebbe che uno strumento man mano sempre più perfezionato, funzionale al mantenimento in vita ed alla potenziale capacità riproduttiva del corpo d’appartenenza. Attraverso i sensori propriocettivi diffusi a tutto l’organismo, esso sottopone ad un incessante monitoraggio tutti i parametri vitali di organi, apparati e sistemi operanti al suo interno (pH, temperatura, imbibizione dei tessuti, glicemia, concentrazioni di calcio, potassio, ecc.), traducendone i vari livelli in sensazioni che vanno, passando attraverso tutte le gradazioni intermedie, dall’estremo benessere al più profondo malessere quanto più tali livelli si collocano, rispettivamente, all’interno di quelli che garantiscono l’integrità del corpo d’appartenenza o, viceversa, si avvicinano a quelli incompatibili con la vita. Tutto ciò va a impattare sul centro della gratificazione, situato nel sistema limbico, una delle parti più antiche del cervello. Tale sistema traduce le modifiche del “milieu intérieur” in sensazioni soggettive, ma allo stesso tempo trasforma le emozioni psicologiche immateriali in modifiche dei parametri vitali, che costituiscono l’unico linguaggio che il sistema è in grado di leggere. Vi è quindi una sorta di corrispondenza biunivoca tra stato di benessere percepito ed equilibrio omeostatico dei parametri vitali, nel senso che l’alterazione di uno o più parametri omeostatici si tradurrebbe in uno stato di malessere, più o meno inconsciamente percepito dal sistema della gratificazione, mentre uno stato di malessere per cause esterne si tradurrebbe invece nell’alterazione di uno o più parametri omeostatici dell’organismo corporeo. D’altra parte, la “coloritura emotiva” è così profondamente radicata nel sistema neuro-ormonale selezionato nel corso dell’evoluzione da permeare, nel caso del cervello umano, persino i discorsi apparentemente più aridi ed astratti. Per citare ancora Damasio [4], noi “non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano”. È il cervello “emotivo”, dunque, che svolge la funzione essenziale di orientare il nostro comportamento attraverso ciò che chiamiamo gli istinti, legati primariamente alla sopravvivenza dei nostri organismi corporei. I geni sottostanti che sono sopravvissuti fino a noi sono infatti quelli che si sono selezionati in base ai riflessi e agli istinti da loro prodotti, i quali si sono tradotti in comportamenti più adatti alla sopravvivenza, crescita e potenziale riproduzione del supporto corporeo, laddove quest’ultimo costituisce l’imprescindibile guscio protettivo dei geni stessi.
Tutte le immagini visive, acustiche e di altro tipo che impattano sui nostri sensi vengono elaborate e viene loro attribuito un valore qualitativo (la “colorazione emotiva”) strettamente collegato con la preservazione dei processi vitali che generano il “milieu intérieur” dell’organismo. Ma i sensi servono anche a tradurre in forme, suoni, colori ecc., a seconda delle esigenze vitali dele varie specie, ciò che di per sé non sono che onde elettromagnetiche, vibrazioni aeree ecc. La “rappresentazione del mondo” che ne risulta costituisce l’impalcatura primordiale di ciò che chiamiamo “mente”, anch’essa frutto di un lungo percorso evolutivo che affonda le sue radici nelle specie più antiche nostre antenate, fino ad arrivare, nella specie umana, alle categorie kantiane “innate” di spazio, tempo e causalità. Il tutto sviluppato e selezionato nel corso dell’evoluzione in funzione della sopravvivenza riproduzione e propagazione dei geni sottostanti; quegli stessi geni che, via sistema neurormonale, configurano il substrato fisico-chimico della mente stessa. Ecco perché è la mente in quanto produttrice di comportamenti a evolversi in funzione dei corpi e non viceversa. E non solo dei corpi individuali, ma del genoma complessivo di ogni specie selezionato dall’ambiente, pur esso storicamente mutevole, in cui il “super-organismo” specie è immerso.
- In particolare, l’evoluzione della mente degli ominidi e, più recentemente, della mente dei sapiens, ha seguito un percorso evolutivo che, grazie alla stazione eretta e al progressivo perfezionamento della manualità [5] ha progressivamente affinato le capacità cognitive e logico- matematiche della mente umana. La coscienza estesa autobiografica, oggi appannaggio della nostra specie, non è nata da un giorno all’altro, ma è stata il frutto di un graduale percorso evolutivo, non solo nella storia della nostra specie, ma in quella di tutte le specie animali nostre antenate.
Si è partiti dal proto-sé, o proto-coscienza, propria di tutti gli animali dotati di un sistema neuro-ormonale e che consiste nell’insieme di configurazioni neurali che regolano le funzioni di base per la nostra conservazione in vita. Un’ulteriore fase di sviluppo evolutivo, che comprende le specie più vicine a noi, consiste invece nel sé nucleare, o coscienza nucleare. La coscienza nucleare si manifesta quando le strutture neurali «rappresentano», in modo non verbale, ovvero per immagini, qualcosa del mondo esterno che viene contestualizzato in uno spazio e in un tempo. L’oggetto può essere percepito o richiamato alla memoria. Mentre la proto-coscienza non è uno stato consapevole della coscienza, la coscienza nucleare può essere definita il primo livello consapevole di coscienza. Essa stessa però necessita come precondizione, della proto-coscienza. È nella coscienza nucleare che l’organismo riceve continuamente segnali dagli stati interni del corpo, il che produce un senso di soggettività derivante dalla rappresentazione del proprio corpo. La coscienza nucleare è l’effetto di questo processo di costruzione di immagini mentali generato dalla relazione fra l’organismo e l’ambiente esterno. Infine, la coscienza estesa ovvero il sé autobiografico, proprietà esclusivamente umana, è il risultato di un ulteriore affinamento dell’organizzazione cerebrale e in particolare dell’incremento della corteccia. La coscienza autobiografica rappresenta la capacità di coordinare i ricordi provenienti dalla memoria autobiografica e al tempo stesso di immaginare situazioni future. La coscienza autobiografica può anche essere considerata un’estensione, o ampliamento, di quella nucleare dalla quale comunque continua a dipendere. Il complesso gioco delle sinapsi si traduce in un progressivo consolidarsi di ciò che chiamiamo “razionalità”, ossia la componente logico-matematica all’origine di tutte le attività creative che caratterizzano le società umane. Infine, una caratteristica già presente negli altri animali ma che nell’uomo raggiunge livelli molto elevati è la cosiddetta plasticità cerebrale, vale a dire la capacità geneticamente trasmissibile di adattamento della mente alle varie nicchie sociali e culturali in cui si trova immersa.
Da un punto di vista neuroscientifico i neuroni, il tessuto nervoso, il cervello e, più in generale, il sistema neuro-ormonale, sono nati e si sono evoluti in funzione dell’integrità corporea necessaria ai geni per essere trasmessi alla generazione successiva. In questo contesto evolutivo, la componente “razionale” del cervello appare solo come un ultimo tocco marginale, quasi ancillare rispetto al suo impianto fondamentale di strumento di sopravvivenza del corpo cui, al pari degli altri organi, è stata predisposta la sua parte più antica nel volgere di centinaia di milioni di anni. In una sorta di rivoluzione copernicana, questo nuovo approccio capovolge la visione tradizionale della mente umana, perché considera il cervello “razionale” come prodotto di evoluzione funzionale alla sopravvivenza, crescita e potenziale riproduzione del corpo e quindi dei geni da esso veicolati, in subordine all’ancestrale cervello “emotivo”. Si potrebbe anzi dire, parafrasando Kant in chiave evoluzionistica, che l’emotività e l’istinto senza la razionalità sono ciechi, ma che la razionalità senza le motivazioni istintuali è vuota. In questa prospettiva, il pensiero servirebbe ad “affinare” le pulsioni emotive e modularle, organizzandole meglio, soprattutto nel contesto sociale. Anche la coscienza autobiografica, del resto, caratteristica esclusiva di H. sapiens e, forse, del genere Homo in generale, si sarebbe evoluta in funzione dell’omeostasi, crescita e riproduzione delle macchine viventi costruite attorno a sé dai geni sottostanti. Infatti, per quanto indubbiamente utilissimo nel contesto naturale e sociale in cui si sono evoluti i nostri antenati, il pensiero “razionale” non avrebbe senso prescindendo dal supporto di fondo dato dalle pulsioni istintuali.
Gli istinti a loro volta si basano sulle tonalità edonistiche [1], ovvero sulle sensazioni di piacere e dolore, con tutte le gradazioni e sfumature intermedie, associate a percezioni ed azioni rivelatesi, rispettivamente, utili o dannose alla sopravvivenza nelle generazioni passate. Ad esempio, l’istinto all’allattamento che nei mammiferi era associato a una sensazione piacevole è stato premiato dalla selezione mentre si sono estinte le combinazioni genetiche che lo associavano ad una sensazione neutra o, ancor prima, sgradevole. Si tratta di proprietà emergenti del substrato biologico costituito dal complesso intrico di cellule nervose e dei loro recettori interagenti con neurotrasmettitori, ormoni, neuro-ormoni e mediatori chimici di vario tipo attivati in occasione delle molteplici situazioni e circostanze cui è esposto l’individuo nel corso della sua vita. Le tonalità edonistiche sono dunque i presupposti degli istinti, ma a questi, nella specie umana, man mano che evolveva l’autocoscienza razionale e parallelamente si ampliavano l’intreccio e la complessità dei rapporti sociali, si sono affiancati il ragionamento e l’etica, ossia la serie di principi che ispirano e governano le nostre azioni e i cui correlati neurali sono prevalentemente situati nella corteccia prefrontale [6]. L’etica, infatti, potrebbe definirsi come un fenomeno culturale consistente in un insieme pragmaticamente concordato di regole ritenute atte a inibire gli istinti che potrebbero arrecare danno e viceversa a incoraggiare quelli che potrebbero arrecare beneficio alla convivenza sociale, fattore quest’ultimo di decisiva importanza nella specie umana, su cui gli stessi istinti e poi la cultura sono stati “ritagliati”. Si potrebbe dire che nell’uomo l’etica stia agli istinti come il cervello razionale sta al cervello emotivo. Mentre gli altri animali agiscono all’interno della “rotondità” dell’istinto con cui essi s’identificano, nella specie umana, quale effetto collaterale dell’ulteriore sviluppo della mente, l’etica si aggiunge ad essi e, storicamente, tende a solidificarsi, per così dire, nelle leggi. C’è da notare, però, che condicio sine qua non dell’etica resta comunque la potenzialità di provare piacere e dolore, e quindi la presenza della struttura neuro-ormonale, e in particolare del centro della gratificazione, generatori di felicità e sofferenza, che l’uomo condivide con gli altri mammiferi e vertebrati in generale, senza di cui l’etica (e l’estetica) non avrebbero alcun senso.
È importante notare, a tale proposito, che quel complesso meccanismo biologico generatore della sensazione di benessere, affermatosi nell’evoluzione come strumento vitale nonché “indicatore surrogato” di sopravvivenza, crescita e potenziale riproduzione dei fenotipi animali, nella specie umana si trasforma esso stesso in scopo ed, anzi, è “razionalizzato” quale parametro di riferimento fondamentale del nostro agire, individuale e collettivo.
A differenza dei robot e dei computer, gli esseri viventi sono dunque costituzionalmente dotati di tonalità edonistiche, proprietà emergenti di un complesso substrato neuro-ormonale che si è evoluto come parte integrante della loro struttura organica. In tutte le specie animali, esse fungono da briglie emotive che guidano l’organismo corporeo, la cui integrità è essenziale per la sopravvivenza dei geni sottostanti, ad evitare il dolore e a ricercare il piacere. La sensazione di benessere, percepita attraverso il filtro dell’equilibrio omeostatico corporeo, è dunque il risultato di un lunghissimo processo di selezione naturale nel contesto di una (inconscia) strategia di sopravvivenza e propagazione dei geni stessi, oltre che dell’intero genoma della specie d’appartenenza come s’è detto.
3.Da quanto esposto risulta evidente che ciascun individuo della nostra specie, come di tutte quelle dotate di un sistema neuro-ormonale, è provvisto di istinti geneticamente trasmissibili, legati al soddisfacimento dei bisogni da cui non può in alcun modo prescindere, essendo il sistema della gratificazione parte integrante dell’organismo corporeo.
Purtroppo, invece, nell’attuale fase di globalizzazione neocapitalistica, la logica dei profitti fondata sulla diseguaglianza è di fatto prioritaria rispetto alla logica dei diritti fondata sull’eguaglianza. Il progressivo allargamento della forbice fra classi sociali privilegiate e svantaggiate è ascrivibile alla rapacità delle prime nei confronti delle seconde, nell’ambito della contesa per le risorse disponibili. In termini di dialettica marxista, il concetto secondo cui la materia si trasforma in spirito e lo spirito si ritrasforma in materia potrebbe essere letto, concretamente, come “il denaro si trasforma in conoscenza e la conoscenza si ritrasforma in denaro” e chi s’impadronisce dell’uno s’impadronisce anche dell’altra, mentre chi viene deprivato dell’una, lo viene anche dell’altro, approfondendo in tal modo il fossato fra sfruttati e sfruttatori. Da quanto detto, risulta insomma evidente come il sistema del libero mercato/libera impresa/libero sfruttamento sia una deriva culturale che riflette un modo di produzione materiale del tutto incompatibile, anzi in rotta di collisione, con la sensazione gratificante che scaturisce dal soddisfacimento dei bisogni di sopravvivenza ma anche di autorealizzazione e partecipazione all’organizzazione della società di tutti e tutte i membri della specie, individualmente e collettivamente. Che è poi l’orizzonte a cui tende la visione comunista di una futura società senza classi. Nel momento in cui i diversi approcci culturali, data la plasticità cerebrale che ne favorisce l’assorbimento, si trasformano e si cristallizzano in “iperestensioni culturali” ovvero in tabù, dogmi o cieche credenze (religiose o di altro tipo), essi possono retroagire sulla natura istintuale con effetti negativi e comunque controproducenti.
Anche la religione, infatti, può essere interpretata come fenomeno biologico [7,8] ovvero come effetto collaterale dell’evoluzione della mente umana. Infatti, lo sviluppo dell’autocoscienza e la consapevolezza della morte individuale rappresentano altrettanti fattori che ne favoriscono la diffusione. Inoltre, l’istinto ancestrale, fondamentalmente difensivo, all’aggregazione dei singoli individui, promosso dalla religione, è premiato dalla selezione mentre è penalizzata l’opposta tendenza all’autoesclusione, il che spiega la tendenza del sistema neuro-ormonale ad assorbire credi religiosi, principi etici e, in genere, ideologie dall’ambiente socioculturale in cui si è immersi. È proprio per questi motivi che la grande elasticità del sistema neuro-ormonale ha permesso alle religioni, in particolare a quelle monoteiste e patriarcali, di adattarsi alle esigenze produttive e piegarsi agli interessi materiali delle classi dominanti, nonché a quelli tribali delle nazioni e dei gruppi etnici vincitori negli scontri bellici. Il cristianesimo, ad esempio, fu adottato dalle popolazioni barbariche nel Medio Evo come strumento utile a realizzare la loro aggressiva agenda espansionistica politico-militare.
Si sostiene a volte che l’economia capitalistica rappresenti un modello matematico perfettamente funzionante, anzi l’unico applicabile nell’attuale fase di sviluppo di un’umanità matura, giunta “alla fine della storia” come direbbe Francis Fukuyama [9]. Tale affermazione però non tiene conto della fondamentale componente biologica che sottende il concetto stesso di economia, la quale non può essere ridotta a modello matematico astratto in quanto incide nella carne viva dell’essere umano.
L’economia, infatti, ovvero l’organizzazione sociale dedicata alla produzione dei beni, può assecondare il benessere di tutti o, come nell’attuale fase storica caratterizzata dalla privatizzazione di tutte le risorse, riservare ad una minoranza la piena fruizione delle risorse prodotte, a scapito di una maggioranza che ne viene in parte o del tutto deprivata. Le ricadute negative del sistema economico capitalista sulle strutture e sulle funzioni biologiche della specie umana sono di ordine molteplice.
Abbiamo visto come il sistema della gratificazione, evoluto in funzione dell’integrità corporea propedeutica al suo potenziale riproduttivo, è caratterizzato da una grande elasticità che gli permette di adattarsi ai più svariati ambienti sociali e culturali, assorbendone più o meno inconsciamente i contenuti. Tra questi, la propensione istintiva all’accumulazione dei beni, sviluppatasi nel passaggio epocale dalla società basata su caccia e raccolta a quella fondata su agricoltura e allevamento, tende a tradursi in una sensazione gratificante di autorealizzazione, soprattutto nella misura in cui il denaro, valore di scambio per eccellenza, e il conseguente successo economico, si trasformano in surrogati simbolici del potere. L’insaziabilità del centro della gratificazione, nella società che tutto monetizza, fa sì che la smania di accumulare sempre più risorse, trasformandosi in una sorta di hybris fine a sé stessa, assuma il carattere di una dipendenza patologica.
D’altra parte, la produzione di beni superflui a scopo di profitto richiede la creazione di bisogni indotti per promuoverne il consumo. A tale scopo, l’uso strumentale della scienza ai fini commerciali ha diffuso la tecnica della neuropromozione, grazie alla quale è possibile per le aziende produttrici farsi guidare, nella scelta della pubblicità più efficace, dall’osservazione, mediante la tecnica della risonanza magnetica nucleare (RMN), di quale, fra i diversi messaggi pubblicitari, è in grado di maggiormente attivare le aree cerebrali dei centri della gratificazione.
Si tratta di meccanismi inconsci, totalmente condizionati da un ambiente socioeconomico che tende a quantificare il valore di qualunque merce, compresa la vita umana, in termini puramente monetari. A ciò si aggiunge la competizione per ottenere il massimo ritorno dall’investimento produttivo effettuato e per massimizzare la propria capacità consumistica, premessa della gratificante esibizione della ricchezza acquisita. L’ansia di poter salire sempre più i gradini della piramide sociale si traduce poi in un cronico senso di frustrazione e d’inadeguatezza rispetto al raggiungimento dei sempre più ambiziosi obiettivi di efficienza produttiva prefissati.
Ovviamente però, ben più grave rispetto al mancato soddisfacimento dei bisogni superflui legati allo status-symbol, è il mancato soddisfacimento di quelli essenziali, a cominciare da quelli fisiologici, cui è condannata larga parte dell’umanità. Parlare di benessere, di realizzazione delle proprie potenzialità e di gratificazione mediante il soddisfacimento dei bisogni materiali e spirituali appare del tutto fuori luogo e persino oscenamente beffardo se si pensa, ad esempio, ai bambini schiavizzati per la raccolta del coltan nelle miniere congolesi o alle operaie tessili sfruttate dodici ore al giorno nei precari capannoni del Bangla Desh o ai raccoglitori e alle raccoglitrici di frutta, olive o pomodori, extracomunitari o anche italiani, del nostro Meridione. Eppure, non si tratta di “casi eccezionali” nel mondo globalizzato della libera impresa, anzi, si tratta di condizioni di lavoro e di vita inserite a pieno titolo nel normale “circuito produttivo”. I telefonini che usiamo, gli abiti che indossiamo, i cibi con cui ci alimentiamo ecc., con tanta disinvolta inconsapevolezza, si collocano infatti, per quanto al polo opposto, pur sempre all’interno di questo stesso universale circuito.
In tal modo, l’uguaglianza biologica di fondo viene artificialmente stravolta per imporre una diversità fittizia funzionale ad un sistema economico che si regge su diseguaglianze biologicamente inesistenti ed, anzi, ha la necessità d’inventarne sempre di nuove. L’istinto predatorio di risorse naturali e di forza-lavoro umana rappresenta infatti un effetto collaterale dell’evoluzione della nostra mente e di conseguenza la discriminazione si afferma nella società capitalistica come strumento ottimale per svalutare e minimizzare il costo della manodopera, materiale e intellettuale, delle classi subalterne. La profonda sofferenza che ne deriva per il mancato soddisfacimento dei bisogni fisiologici di gran parte dell’umanità può essere razionalizzata e tradursi in azioni e rivendicazioni politiche e sindacali, oppure, se questa strada viene sbarrata dalla classe che detiene il monopolio della mistificazione informativa, trovare sfogo irrazionale in istinti tribali come il nazionalismo e il razzismo o ancora il fondamentalismo religioso, presentati come panacee di tutti i mali. Ma in un’economia globalizzata, la diffidenza e l’ostilità verso i membri delle altre tribù, raffigurate come “il nemico”, sono ormai completamente inadeguate rispetto alle esigenze della specie.
L’imposizione forzata del sistema del libero mercato/libero sfruttamento rappresenta quindi un prezzo molto alto da pagare per mantenere a tutti i costi un’economia che ruota attorno ai privilegi di una minoranza. L’irrazionale iniquità del neoliberismo nella distribuzione delle risorse costituisce infatti un cattivo investimento per l’umanità in quanto comporta un bilancio pesantemente negativo, con altissimi costi in termini biologici di sofferenza, non solo per la negazione dei diritti corrispondenti ai bisogni, ma anche per la devastazione ecologica che s’intreccia con il danno sociale.
Abbiamo visto come il tasso differenziale di riproduzione costituisca il criterio ultimo che decide quale tratto o insieme di tratti geneticamente trasmissibili si propaghino nel corso dell’evoluzione. Analogamente, nell’economia capitalistica, che appare come un’ultima propaggine distorta dell’evoluzione della mente umana, l’unico criterio altrettanto ferreo che decide il valore di due o più merci, ivi comprese le vite umane, è il tasso differenziale di profitto. Il fatto che le due logiche, quella dell’evoluzione biologica e quella dell’economia del profitto, siano chiaramente in rotta di collisione, impone la necessità di spezzare la spirale devastante della seconda.
Note
[1] Johnston V., Why we feel. The science of human emotions. Perseus Books, Reading (1999), p.61-62
[2] Crocchiolo P., Coscienza e materialismo. Micromega (2007), 5: pp.145-147
[3] Damasio A., The Strange Order of Things. Random House Vintage Books, New York (2019) pp. 117-142
[4] Damasio A., The Feeling of What Happens. Body and Emotion in the Making of Consciousness. Harcourt Harvest Books, San Diego, CA (2000), p.154
[5] Crocchiolo P., The human condition at the crossroads of biology, economy, and ethics. In The Logic of Social Practices II. Cham: Springer Nature Switzerland (2023), pp. 81-82
[6] Damasio A., Neuroscience and Ethics. Intersections. The American Journal of Bioethics (2007), 7: pp.3-7
[7] Dennett D.C., Breaking the spell. Religion as a natural phenomenon. Penguin Books, London (2007)
[8] Vallortigara G., Pievani T., Girotto V., Nati per credere. Codice, Torino (2014)
[9] Fukuyama F., The End of History and the Last Man”. Free Press, New York (2006)